BOOK IT: Madhar, di Nicola Artuso Rubrica

12/10/2009

(Problemi di Destra, opera di Nicola Artuso)

Così lo descrive l'autore: "Madhar è un racconto della follia tragicomica di un luogo e di un'epoca, che dà voce a personaggi stravaganti custodi di segreti straordinari e che indica la ricetta di una formula magica in grado di risolvere i problemi dell'esistenza umana attraverso la musica dei Pink Floyd." Il padovano Nicola Artuso ha ricevuto, questo sabato a Siracusa, il premio letterario "Portopalo, più a sud di Tunisi" per il suo ultimo libro, "Madhar". Ve ne facciamo leggere un estratto.



L'Istituto Villa Rosa – era una casa stile impero con le pareti esterne di intonaco rosso pallido e le rifiniture signorili. Un cubo di mattoni con due torrette laterali che, da lontano, poteva sembrare un'enorme mano cornuta che usciva dal suolo.

L'imponente cancello che dava sulla strada era ruggine, coperto di rampicanti e serrato da un grosso lucchetto.

Fissandolo in silenzio, da dietro il parabrezza, mi tornò in mente il giorno in cui Savio, poco prima di partire per scoprire il Segreto, si armò di catena e lucchetto e chiuse il cancello principale della casa di Via Prodi.

E quando quella sera passai a trovarlo e fui costretto, per non scavalcare sotto gli occhi del vicinato, a suonare il campanello, la signora Elia venne ad aprirmi dicendo:
«Vien vandi»
Vieni avanti.

La madre di Savio chiamava Elia e aveva una parlata incomprensibile ma di una bellezza straordinaria che fondeva il meglio del dialetto laziale col peggio di quello veneto. Un'esperienza uditiva da provare almeno una volta nella vita.

La signora Elia era una donna di una generosità incalcolabile e non c'era volta che non m'invitasse a cenare con loro o a prendere qualcosa da bere. Prima di quel momento infatti la loro casa era sempre stata aperta al mondo e ogni vicino sapeva che poteva entrare in qualsiasi momento del giorno e della sera senza suonare.

E quando le chiesi perché Savio avesse fatto quella cosa cercò di giustificarlo dicendo:
«Gozza vuddo, gà zembre avudo un debbole pai gatenasci...»
Cosa vuoi, ha sempre avuto un debole per i catenacci.

E poi ancora:
«Dì ghe te zì uno coa tesda sue sballe, vidi sedezì bon de tirallo zo daghel'eddo, famme un piascere...»
Tu che sei uno con la testa sulle spalle vedi se sei capace di tirarlo giù da quel letto, fammi un piacere.

La loro era una casetta bassa di fine strada, fronteggiata da un piccolo giardino ad uso orto che, sul retro, confinava con il nuovo parco giochi del quartiere. La facciata anteriore invece si cuccava giorno e notte le cannonate di energia Chi del rettilineo cosa che, secondo il Feng Shui di Lillian Too, prima o poi avrebbe potuto generare un karma familiare pestifero soprattutto dal lato salute. E infatti ... I ragazzini di Via Prodi, per non fare il giro dell'isolato, entravano e uscivano senza tregua dal loro giardino e la signora Elia, affabile e compagnona, li lasciava fare.

Anche per Savio non c'era mai stato alcun problema fino a quella mattina quando, dopo aver passato la solita notte in bianco ad ascoltare la radio in cuffia, raggiunse in bicicletta il bazar vicino alla chiesa e scelse una grossa catena cromata esposta sul banco, più un lucchetto di ottone da un chilo di peso.

«Metti sul conto Berto...»
«Dighe a to mama, che semo fora coe spese da un mese!» rispose di rimando il commerciante con la fronte aggrottata per l'irritazione. Senza dare peso al messaggio dell'uomo dietro il bancone Savio uscì dal negozio, prese la bicicletta e se ne tornò di fretta a casa per avvolgere la catena attorno al cancello e mettere la parola fine all'andirivieni.

Ma quando quella sera gli chiesi di dirmi il vero motivo della catena attorno al cancello il mio amico rispose che era per evitare che loro entrassero. E quando gli chiesi chi fossero questi "loro" a cui si riferiva Savio rispose che non poteva dirmelo.

«Parli dei ragazzini che vanno al parco giochi?» insistei.

«Chei boccie no xe gnente de preoccupante» asserì.

«Xe staltri el problema ...»
Secondo il suo modo di vedere il mondo di quel periodo, il territorio in cui vivevamo era invaso da certi cospiratori invisibili che stavano nascosti dietro le tende dei soggiorni per controllare i suoi movimenti, catturando le nostre voci, le nostre vite, protetti dall'ombra, in silenzio.

Anche se adesso so che aveva ragione, furono quelli i primi segnali di cedimento della torre-Savio; messaggi segreti di un imminente crollo che nessuno di quelli che gli giravano attorno, me compreso, percepì in tempo.

E il risultato di quel crollo, diciotto anni dopo, ce l'avrei avuto davanti in meno di un minuto.

Dovevo solo scendere dall'auto e suonare il campanello di Villa Rosa.

Avvicinandomi all'imponente costruzione a forma di mano cornuta notai che sul lato destro dell'Istituto c'era un secondo cancello, nuovo rispetto al principale, addomesticato da un controllo elettrico.

Una volta di fronte al citofono sentii la pitonessa srotolarsi nello stomaco e prendere spazio sotto l'ombelico. Ansia...

«Sono venuto solo a trovare i miei amici» dissi sottovoce per tenerla a bada «Va tutto bene...»
Conoscevo Savio e Lauro da una vita, la nostra. In tutti quegli anni avevo seguito i loro ripetuti ricoveri da lontano e in silenzio, lanciando di tanto in tanto lo sguardo in giro, di nascosto, oltre il muro dell'omertà e della vergogna.

Per anni avevo cercato di fare ordine nei pensieri, tentando di carpire il segreto nascosto dietro il loro destino, il mio, ognuno con la propria bisaccia di ansie da portarsi dietro, perduti nel cammino della vita, barricati dietro una carlinga di colpe, di bisogni, di peccati. Anni in cui non avevo fatto altro che cercare. Anni in cui non ero riuscito a capire. E il momento di vederci chiaro era finalmente arrivato. Forse. Dovevo solo entrare in quel luogo. Suonare il campanello. Farmi forza.

Ma avevo paura di quello che il destino poteva riservarmi.

Come sempre.

Avevo paura.

Il destino di Lauro invece fu molto diverso da quello di Savio, ma più nella causa che nel risultato. Famiglia diversa dinamica diversa. Causa-effetto. Anche lì, come sempre.

Fino al giorno della grande svolta non ci fu una violenza così apparente nel suo cadere nell'inferno della mente, ma solo una sofferenza silenziosa e palpitante che lo spinse a soffi verso quei luoghi, sconosciuti ai molti, dove le mamme non sono più mamme ma demoni famelici pronti a succhiarti via tutta la forza vitale facendoti diventare una larva umana. Lo stesso inferno mentale dove si trovò a vivere Savio, ma visto da un'altra angolazione. Riva diversa, barca diversa, occhio diverso. Stesso mare.

Per un'assurda ironia della sorte, le rette parallele che per anni avevano condotto i loro destini da una condizione all'altra avevano finito per incrociarsi e adesso i due si trovavano a vivere nella stessa stanza della stessa casa.

Una "casa" che quando avevamo dieci anni era d'uso comune chiamarla Manicomio, quando ne avevamo venti Focolare, a trenta Casa-famiglia e verso i quaranta Comunità-alloggio.

Nella colonnina di cemento vicino al cancello si stagliava il numero 47, morto che parla, appena sopra il pannello di alluminio del citofono. Una piccola targa vicino al pannello diceva:
"C.T.R.P. Villa Rosa - Comunità Terapeutica"
Suonai il campanello e rimasi in attesa.

Dopo qualche secondo la grata emise un suono gracchiante all'interno del quale una voce maschile chiese:
«Pronto chi parla?»
Dissi chi ero e chi cercavo.

«Di domenica gli ospiti non possono ricevere telefonate» sibilò in tutta risposta la voce.

Rimasi in silenzio qualche attimo pensando se fosse più giusto dare sfogo al riso che sentivo salirmi dal basso o fare la personcina seria che cerca di capire come funziona la questione.

Nel frattempo osservai la porta a vetri dell'entrata attraverso le fronde più basse del cipresso pensando che, in una comunità alloggio per malati psichiatrici, un benvenuto del genere fosse il minimo che potesse capitare. Poi optai per la strada numero due e avvicinando le labbra alla grata del citofono risposi:
«Non sto telefonando, sono fuori...»
«Anche qui lo siamo, tutti...», replicò la voce senza dare udibili segni di ironia.

A quel punto aldilà della grata avvenne un trambusto sonoro. Una nuova voce dapprima lontana si avvicinò inserendosi nella comunicazione:
«Fabrizio! Passami subito quell'apparecchio! Ti ho detto che non devi rispondere al citofono. Chi è?»
Rispiegai chi ero e cosa volevo.

«Adesso le apro» rispose la seconda voce «Venga pure avanti» Il lampeggiante sopra la colonnina si accese e l'automatismo si mise in moto, con calma.

Con la mente che si affacciava al ricordo infantile dei numerosi casi di bambini stritolati dai bracci meccanici dei cancelli elettrici attesi che la barriera si aprisse del tutto, prima di entrare. Poi mi avvicinai senza timore, un passo alla volta, seguendo il vialetto di lastre di ghiaia cementata fino a raggiungere la porta a vetri. Mi accolse un ragazzo piuttosto giovane che indossava un maglione blu con il collo a V che stringeva in mano un cordless.

Prima ancora delle presentazioni si scusò in tono sommesso, spiegandomi che il telefono gestiva sia le chiamate esterne che il citofono e che uno degli ospiti aveva il brutto vizio di rispondere prima del personale.

«Fa niente» commentai «è stato divertente»
Il ragazzo a quel punto mi allungò una mano sudaticcia da stringere. «Sono Paolo, l'infermiere di turno»
«Piacere Davide» risposi «amico di Lauro e Savio. Stanno qui, vero?»
«Sì abitano qui, ma di domenica non sono previste visite per gli ospiti, abbiamo delle regole come Istituto»
«E quando sono i giorni di visita?»
«In vari momenti, durante la settimana»
Rimasi muto a fissarlo, cercando di stimolare la sua mente trasmettendogli telepaticamente frasi positive.

«Poi tra un'ora si pranza» commentò in tutta risposta l'infermiere. Minimizzai dicendo di voler solo salutare due amici che non vedevo da molto tempo o al massimo, sempre se possibile, portarli a bere un caffè all'esterno dello stabile.

«Non ho l'autorizzazione degli educatori», rispose.

Insistei: «Nemmeno se li riporto indietro per mezzogiorno esatto?»
Il ragazzo ci pensò su un nanosecondo stringendo gli occhi per lo sforzo. Immaginai di vedergli scorrere lungo la fronte la scritta lampeggiante ma sì, chi se ne frega.

«Va bene!» disse «Ma non più tardi delle dodici!»
«Affare fatto!» risposi sorridendo.

Mi fece segno di varcare la soglia e di attendere nell'atrio. Mentre l'operatore si eclissava oltre una porta d'ascensore situata alla fine del corridoio rimasi immobile a osservare i quadri appesi alle pareti. Erano immagini fotografiche di parchi naturali, con cavalli bianchi dall'aura eterea che galoppavano a coppie verso il sole, liberi da ogni resistenza e controllo. Apparentemente.

Mi sovvenne che stampe simili, di rubicondi cavalli al galoppo, le aveva appese anche il macellaio di carne equina dal quale mi servivo prima di smettere.

Mentre ero lì a ragionare sul fatto che, fintanto la mente si perde nel giro della ruota samsarica, l'Inferno e il Paradiso sono solo concetti relativi, da una delle sale che dava sul corridoio uscì un ragazzo dal visto rotondo e dallo sguardo allarmato.

Il tipo si fermò sulla soglia con le braccia conserte, dondolando sul bacino avanti e indietro.

«Sei quello che ha telefonato vero?»
«Sì» risposi sorridendo. «E scommetto che tu sei Fabrizio...»
«Fabrizio Siviero sì, Siviero Fabrizio, Fabrizio Siviero. Nato l'otto ottobre del '76. Gemelli ascendente Bilancia. Gemelli... ma non mi fanno usare il telefono non mi fanno...»
«Se sei nato in ottobre» commentai «sei Bilancia, non Gemelli.. »
«Bilancia ascendente Gemelli. C'è differenza? Eh, c'è differenza? »
«Non me ne intendo» risposi «ma credo di sì» «Non mi fanno usare il telefono, dipende da questo eh, dipende da questo?»
«Non credo, Fabrizio...»
Il ragazzo mi guardò con fare minaccioso e senza replicare altro si ritirò nella stanza dalla quale era uscito, camminando all'indietro, in silenzio.

Remember when you were young,
You shone like the sun...

Ricordati quando eri giovane, brillavi come il sole...

La porta dell'ascensore si aprì.

Lauro uscì di colpo spinto dal peso delle spalle eccessivamente avanti rispetto al resto del corpo, come se si fosse fatto tre piani con la fronte appoggiata alla porta scorrevole.

Il volto scavato e gli zigomi prominenti.

«Dio santooo...»
Si avvicinò con lo stesso passo lento e rimbalzante che lo contraddistingueva fin dai tempi della Casa Rosa.

Now there's a look in your eyes,
like black holes in the sky...

Adesso c'è uno sguardo nei tuoi occhi, come un buco nero nel cielo...

Nei lineamenti del suo volto riconobbi una debole traccia della bellezza di un tempo, irreversibilmente corrotta da vent'anni di terapia farmacologica.



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