BOOK IT: Michele Vaccari: Giovani, Nazisti e Disoccupati Rubrica

26/05/2010

"Non sono pazzesco, non sono speciale, non farò mai nulla di incredibile per dimostrarvi quanto ci stia dentro o sia un figo". Descrive bene il protagonista del nuovo romanzo di Michele Vaccari, "Giovani, Nazisti e Disoccupati", pubblicato da Castelvecchi. Un ventenne che non si sente un ventenne, che non condivide nulla con i suoi coetanei, che ha fatto il sito web del matrimonio della sua ex ragazza e che ha collegato il link della lista nozze a quello di un sexy shop, che si definisce un ex-drogato perché è tre giorni che non sniffa. In esclusiva Rockit, il primo capitolo del libro.



Non odio farmi le canne o chi se le fa. Disprezzo solo chi ne fa ancora un mito.
Dopo gli anni Novanta mi sembra assolutamente démodé parlare continuamente con occhi splendenti ed eccitati di cilum, bong, rollare, filtrino, mista e quant'altro come se ci fosse ancora qualcosa di trasgressivo in quei lemmi sdruciti dall'uso e dal tempo.
No, non sono venuto qui per fare morali a voi che, se siete qui, avete un problema serio.
Voglio solo delle motivazioni, dei giudizi, delle alternative, delle domande impertinenti.
Io, a vent'anni, non mi sento per niente un giovane.

Quando esco il mio primo pensiero non è mettermi in mostra.
Mi sembrerà strano ma, pur avendo vent'anni, non ho nessuna voglia di suicidarmi e non odio il mondo, e i miei genitori li ritengo persone degne di rispetto per ciò che hanno sempre fatto e per gli studi che grazie a loro posso seguire libero da ansie adulte.
Il mio solo problema è la mia generazione. La loro generazione. Io non mi sento parte di nessuna leva del cazzo.


Non mi frega se i colori che indosso si abbinano tra loro, se i pantaloni stanno dentro le scarpe da boxeur, se il cappello storto suscita maggiore attenzione di quello ben calzato. Non mi guardo in giro per fare commenti sulla fica, non urlo nei pub, nemmeno li sfascio, per attirare orde di prevedibili ragazzine decerebrate in bagna per l'exploit bullo di turno, non corro per rovinare di cartoni un coetaneo in centro il sabato pomeriggio fuori da una discoteca, discoteca che non frequento perché all'aumentare dell'affluenza diminuisce l'agio complessivo e la mia capacità respiratoria va in panne. Non so approcciare, non so stare una notte con una donna ubriaco a raccontargliela.
Non sono uno snob.
Sono un pratico sognatore.
Un cocciuto, un passionale.
Io voglio stare fuori dall'acqua dove c'è l'aria vera, non mi bastano quindici minuti di gloria nella vita.
Non voglio essere considerato parte di questa gioventù continuamente in vetta alle statistiche, la gioventù più di tutto, più violenza, più alcol, più droghe, più viaggi, più conoscenza, più ignoranza, più sesso e, nello stesso tempo, la generazione del niente, niente che li caratterizzi, niente rivoluzioni, niente tratti distintivi, niente musica che li identifichi, niente mode che li distingua, niente ritrovi che li accomunino, niente profondità, niente futuro, niente sogni, niente passato, niente presente, niente valori, niente ideali, niente famiglia, niente futuro.
Io, tanto per cominciare, non ho mai raggiunto nessun primato, da una parte come dall'altra.
In compenso, ho discrete credenze d'acciaio, desideri abbastanza inattaccabili e una fortissima probabilità di successo visto che non sono uno che spreca ore in università a regalare gli occhi vai a capire per cosa.

Io, a vent'anni, non mi sento per niente un giovane.
Bologna non mi piace, se ci sono venuto è per laurearmi, la robba, come la chiamano loro, la trovo ovunque, e a Trento o a Perugia, per fare un esempio concreto, ne avrebbero a vagonate a prezzi migliori. Non voglio sbiascicare per esservi più simpatico, non voglio fare finta di non essere capace di fare niente, non voglio essere uno del gruppo. Non voglio perdermi in questa o quella storia, non voglio sentirmi strano, non voglio presentarmi con frasi tipo: «Io sono troppo pazzesco», non sono pazzesco, non sono speciale, non farò mai nulla di incredibile per dimostrarvi quanto ci stia dentro o sia un figo, non voglio tirarmela, non voglio fare il misterioso, il depresso, l'emo, il marcio, quello contro a tutti i costi, non sono un capo, non sono un coglione, non voglio litigare con i miei, essere sbattuto fuori di casa, farmi lasciare perché in questo momento ho voglia di divertirmi, rubare caschi dai motorini, toccare i duecento in autostrada, mettere un impianto fuorilegge sulla mia autovettura, cercare rissa con chiunque con la scusa che mi ha guardato.
Non voglio fingere un me stesso più adattabile ai parametri dei coetanei che mi circondano.
Non voglio costringermi a stare bene con loro per evitarmi la realtà.
Non sto facendovi show della mia natura per portarvi a pensare che, in sostanza, io, sentendomi più adulto, sono meglio di qualunque essere italiano della mia età. Non c'entra un cazzo.
Non sono un tipo posato, non sono un moralista. Anzi. È tutto un altro discorso.
Sono un anarchico convinto, ma non ho bisogno di taggarmi una A cerchiata sullo zaino che lo ricordi agli altri, che mi permetta di strizzare l'occhietto trasgressivo ai compagnucci di corso, non mi interessa neppure che gli altri lo sappiano.
Non mi beo della mia anacronistica condizione esistenziale. Ci convivo, per necessità.
Lo dico sempre a chiunque abbia di che ridire: tu sentiti libero di fare ciò che ti pare, a me lasciami libero di non essere un giovane del 2010.

Non voglio usare preposizioni errate, sbagliare i congiuntivi di proposito per sembrare sempre fattissimo, infilarmi le dita tra i dreadlock esteticamente sporchissimi e ridere per ogni cosa futile, comprarmi un cane scalcinato per poter essere ammesso nella cerchia degli amici frastagliati di un centro sociale occupato autogestito senza nessun motivo politico o ragione sociale, solo per sfogo adolescenziale tipo l'acne, non voglio fare combutta con gentaglia borghese poser che poi la domenica mattina, dopo aver cazzeggiato, bevuto, dormito, pisciato, scopato, cagato, aver fatto della patetica questua la loro apparente ragione di vivere in Piazza Verdi tutta la settimana, girano l'angolo e fanno drin drin al citofono delle dimore storiche dove, da generazioni, vivono e si riproducono le dinastie cui appartengono, si immergono nella Jacuzzi di mamma, si ripuliscono dal travestimento usato per combattere il sistema nei sei giorni precedenti, indossano gli Henry Cotton, la Ralph Lauren standard e i gemelli di famiglia, perché ok dire no al sistema che ti vuole imprigionare ma senza esagerare sia mai che papà si arrabbi e poi al lunedì addio mastercard o sostanziosa mancetta per continuare a giocare al disadattato sociale, e poi via, in ordine e signorini come si deve a prender posto nella Bentley di famiglia perché guai perdersi l'Eucarestia o il pranzo con la famiglia altolocata al completo nella tenuta di campagna dell'anziano patriarca di turno.
Non voglio più dover spiegare cosa sono agli sguardi dei vecchi in cancrena esistenziale perenne che cercano di sfangare la quotidianità soffocante nel bar sotto casa mia. Voglio sfuggire ai pregiudizi dei quarantenni che vivono in simbiosi coi loro videopoker di fiducia.
Dai loro amici e dalle loro routine messe in piedi per scappare all'idea della morte con cui non saprebbero convivere.
Non voglio essere triste costantemente o anoressico silenzioso e dark perché fa fico avere sempre dei problemi o dire cose tipo il mondo è una merda sto sempre male loro mi odiano voglio morire non valgo niente nessuno mi capisce.
Voglio che mi stia lontano chiunque abbia paura di essere fuori dallo spazio e dal tempo.
Io lo sono, ma non lo temo.
Chi non ha coraggio di accettare la sua innata diversità, fanculo.
Io dico basta all'emarginazione in cui mi/ci volete sbattere a tutti i costi.
Non l'ho scelto io.
Che cazzo credete?
Che io volessi essere vecchio a vent'anni?
Non sarò l'unico, già, ma qui, a Bologna almeno, sembra che sia l'unico che abbia la faccia di merda di affermarlo sbattendosene delle reazioni eventuali.

Mi piace molto il death metal e trovo aberrante il reggae e la techno.
La boccettina non la tocco da quasi tre giorni, e – come ex tossico – potrei già ritenermi soddisfatto, credo.

In un anno ero passato dalle trenta sniffate giornaliere alle novantadue di domenica scorsa.
Oggi siamo a mercoledì, e so già di avere vinto.
Adoro trovarmi la vita incasinata e sapere che sono capace in breve di rimettere tutto a posto.
Di solito voi, dopo quanto capite di non essere più dipendenti dalla trielina?

Sì, il mio dramma è essere degno di questo status.
Non voglio fidanzarmi perché non m'innamoro sul serio.
È un mio diritto?
Sembra di no.
Chi ti circonda ti condiziona, chi ti guarda sa che la strada verso l'amore perfetto è parecchio distante dal distributore automatico di solitudine a cui ti sei fermato ormai da tre anni, se non di più.
Chiara, la commercialista con cui stavo, era in procinto di aprire uno studio dove regolarizzare le ultime pratiche della sua esistenza, tra cui il nostro rapporto. Chiara, la cretina che non capiva come io potessi essere così senza farlo di proposito. Sei un bastian contrario, diceva nella sua intonazione così infantile da venir voglia di riprenderla o segnarla con un pessimo da seconda elementare sul registro in cui amavo annotare le volte in cui la facevo godere.
Di marzo, l'anno scorso, andavo da Dio, tra parentesi.


Io non lo faccio per presa di posizione.
È il principio del piacere, cazzo.
Se non godi nel farti le negre, mica per forza le vuoi vedere bruciare.
Se ti dà fastidio l'odore delle albanesi, forse non c'è compatibilità ormonale, l'afrore della pelle è inspiegabile: può creare eccitazione estrema o disprezzo incontrollabile. Io voglio che la natura faccia il suo corso.
Ma non sono razzista comunque.

E anche se non siete proprio un'anonima dei tossici, posso rimanere un po' con voi? Magari mi date una mano.
No, niente di che. Basta che rimaniate lì ad ascoltarmi.
Mi basta un cesso dove vomitare ogni tanto. E voi siete perfetti in questo ruolo.

Allora ci vediamo mercoledì prossimo?
Per farla finita con la trielina è necessario rendersi conto che esistono gruppi di ascolto in grado di darti una mano. Il primo passo è non montarsi da soli, sentire di essere uguale a chi ti sta vicino, non godere della propria diversità, comportarsi al meglio per il nostro stesso stomaco e la nostra venerata armonia interiore. E, sopratutto, quello: stare lontano dai ferramenta!
Lo sniffing, comunque, mi era fondamentale per sopravvivere a questa asfissiante giovinezza.
Ora, per grazia ricevuta, ho voi.
Io, a voi, credo più che a Paolo Crepet che è convinto di comunicare direttamente con noi giovani ma quando si accorgerà che i ragazzi non si strafanno più di roba hippie tipo mescalina, che l'epoca del free joint su un pezzo degli Emerson, Lake & Palmer è finita e la quotidianità di strada delle periferie, per loro, non ha nulla da condividere con la borghesia filibustiera e ben accasata di Rifondazione, al grande psicologo mediatico con la voce lenta da ipnotista snob, la vecchiaia gli starà già divorando la logica, già all'ottanta per cento fottuta di suo.

Se ho freddo, metto il cappotto.
Se ho caldo, maglietta o camicia a maniche corte. Fine del gioco.
Non esiste, per me, comprare quella giacchettina che da mezza stagione è diventata novembrina, da novembrina, prima seconda metà di marzo, da prima seconda metà marzo, cazzo, la metto due o tre giorni e poi posso pure cagarci sopra.
Maledetti trends che condizionano persino l'incedere dei sentimenti, la particolarità degli affetti, l'esecuzione capitale di un amore già in procinto. Infami le mode, non per la loro natura di oracoli – fosse quello sarebbe splendido si abbandonerebbero le religioni, e chi le inventa si ritroverebbe finalmente a chiedere la questua per le strade, ed essere umili sarebbe una condizione imprescindibile alla sopravvivenza quotidiana: tutti in ginocchio sta passando una bimba con una Barbie Armani!
Il vero problema, a dirla tutta, è l'effetto a catena che crea il fashion, la discesa verso l'annullamento del dialogo, battibecchi on the rocks serviti con qualche fetta d'ironia seltz a far finta di sprizzare minima energia, nessuna passione: solo gare, sfide, corse a un acquisto fulmineo più del posto di lavoro che hai bramato a costo della tua salute e d'improvviso invece ti gettano nella costrizione di riprendersi dal torpore del contratto indeterminato per cancellarti le ingenuità e lasciare che ti accorga che quel trono di sicurezza esistenziale dove ormai imperavi come un sovrano è stato un colpo di Stato rapido e doloroso come un montante assestato da un professionista. E quando ti chiedi perché questo scherzo, perché caricarti di tanta illusione, mi guardi e sei come me: figlio di una generazione costretta al disarmo, frutto di uomini evirati della propria verve, cucciolo di donne smangiate da una smania di rivalsa ormai compulsiva e immotivata che, in base alla sua densità personalissima, aumenta in maniera geometrica la propria ipovedenza.

Divento giudice antipatico e apparentemente camerata per lo sguardo poco allenato alla diatriba efficace e controllata, niente cagnare da talk show magnifico dove i grossi trionfano sulle vocine flebili e improvvisamente traditrici come una mandolina per crauti.

Chiara adesso sta con Rocco e dice che si sposeranno. Lo dice mentre passo davanti al suo ufficio, lavoro in quello accanto, sono web designer per una piccola azienda di grafica, Chiara l'altro giorno è venuta da me e mi ha detto me lo fai quello che fai alle altre?
E io le ho risposto che cos'è quello che faccio alle altre che non ho fatto a te, ammiccando con il sorriso di chi sa che il sottotesto è una cosa volgare, tipo cazzo fica culo tette merda puttana sega bocchino, per quest'occasione scelgo di concentrarmi sul bocchino, per farglielo arrivare con la telepatia sottile e pregna di chi ha condiviso almeno un orgasmo, e lei, la Chiara che a marzo urlava come una scimmia del Kenya, perché io a marzo lo ricordo: andavo da Dio, mi dice il sito che hai fatto alle altre tue colleghe che al bar mi hanno raccontato che sei un capo con la grafica e io, smantellandomi d'incanto l'erezione, replico il sito? Quale sito? Con Chiara che fa il broncio delle fiction e più precisa esplica il sito del nostro ufficio, chicco, e, se mi piace, ti faccio fare anche quello mio e di Rocco mi serve, che così poi ci metto le foto del matrimonio, anzi se per favore me le metteresti tu che io non sono capace per i soldi fai il prezzo che vuoi intanto Rocco è sfondato di grano ok chicco?

Rido ancora a ripensarci, che immagine appagante Rocco, che di computer non capisce un cazzo, idiota australopiteco senza senno.
Rocco che si infuria, Rocco che ha le mani che non possono scaricare l'incazzatura elevatissima sul mio corpo fuscello, Rocco che ci ha creduto quando gli ho detto che Internet è un'insidia per certe cose, che è pieno di furbi pronti a farti scherzi di merda solo per il gusto di farli, coglione, anche un mangiamerda qualsiasi l'avrebbe capito subito, sono l'ex della tua tipa e vorrei vederti sputare le ossa, cosa cazzo credevi?
Mi sono preoccupato io di fare la tua lista nozze in un sex shop, ho chiamato io la Rinascente per annullare tutti i precedenti ordini facendomi passare per Rocco l'australopiteco senza senno, ho linkato io dalla pagina: «Fai il regalo che preferisci a Rocco e Chiara!», alla pagina: «Per una prima notte hardcore!».
Dildo in acciao inox dalla nonnina amata che ha chiesto alla dolce nipote a cosa serviva quello in cucina, che lei, la pasta, la fa ancora a mano. Vibratore multiuso con libretto di fantasie dalla zia che le ha detto non diventare poi una maniaca del frullatore, che lo sbattimento continuo e solitario crea dipendenza, e lei lo sa. Per sentito dire, ovvio.
Uno svenimento completo e un mezzo infarto per i genitori di Chiara, che non ci hanno letto chissà che dietro al «Per una prima notte hardcore» e sono diventati cremisi nell'avere solo silenzi e disarmo in risposta al loro imbarazzo per quella scelta.

Così ho visto Rocco e Chiara dalla finestra dell'ufficio urlarsi le cose che si sarebbero sempre dovuti dire ma aspettavano il matrimonio per utilizzarle come fertilizzanti per il divorzio.

Mentre guardavo, dentro, avevo il Natale.
No, no grazie, impacchetti pure.
Portano via loro adesso.
È il mio regalo.
Sa, al pronto soccorso li aspettano e devono farmi arrivare tutto in serata.
Sì.
È chiaro.
Ho fatto tutto io.
E non perché nei film blablabla.
No.
È che cazzo era una scena divertentissima, imperdibile, della vita reale. E loro me ne hanno fatto dono.
Che grasso ci sarà nell'esistenza da adesso, rimugino.
Altro che pellicole d'avanguardia.
Mi sarei ucciso dopo averlo fatto, è chiaro.
Quando fai certe cose, subito dopo ti viene voglia di tagliarti la carotide.
Senza dubbio.
Dopo uno scherzo così, pensi, non ha più senso vivere. Che grasso ci sarà nell'esistenza da adesso, rimugino.
Non avrò più un'occasione del genere.
Una roba di questo tipo ti capita solo una volta nella vita.
Ognuno di noi, nel corso della sua esistenza, ha una e una sola possibilità di divertimento assoluto.
Io, a vent'anni, ho già sprecato la mia.
Che grasso ci sarà nell'esistenza da adesso, rimugino.



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