I Finnegans non sono una band che si formalizza troppo. Ben temprati dallo spirito di adattamento che il punk richiede, fedeli adepti della formula DIY, la band brianzola ha da poco pubblicato un nuovo album, "Bala URS", ed è reduce da un tour un po' rocambolesco nell'Europa sudoccidentale: Spagna, Portogallo e un pezzetto di Francia in meno di due settimane, incastrate con gli scazzi della vita di quotidiana. Ma se nella vita ami suonare, non sono di certo questi i problemi. Gli abbiamo chiesto di farci un diario di questa avventura. Lo trovate qui sotto - dopo il bel videoclip del singolo "Knights of Surfonia" -, assieme a un po' di scatti realizzati per l'occasione.

Giorno 1
La mia giornata inizia con il solito rituale di ogni mattina che precede la sera di un concerto: spalanco gli occhi, urlo tre volte per controllare di avere la voce e richiudo gli occhi. Forse la tecnica più stupida per controllare di poter sostenere un tour di nove date, ma anche la tecnica più veloce per perdere effettivamente la voce. Da buon ipocondriaco la mia mente non ragiona in modo logico e lineare, pensa sempre all’opzione peggiore.
A riportarmi alla realtà c’è la sveglia delle 7.55 che mi ricorda che il tour non è ancora iniziato. Il numero di ferie prese dall’ufficio non copre la prima data del tour a Genova, quindi la mia giornata lavorativa segue degli orari abbastanza bizzarri per permettere a me, Sandro e Lello (il lato brianzolo de I Finnegans) di partire comunque a un orario decente per arrivare nel capoluogo ligure dove ci aspettano Stefanino (lato genovese de I Finnegans) e tutto il collettivo Sbermuz, che ha organizzato il release party ligure del nostro nuovo disco Bala Urs alla Libera Collina di Castello.
Inizio lavoro ore 8, pausa pranzo di mezz’ora dalle 13 alle 13.30 e poi dritto filato con le ultime ore fino alle 16.30, ora in cui si spegne il computer. Anche il Lello lavora, mentre il Sandro deve iniziare il giro infinito di “recupero cose fondamentali per il tour”: il merch da Jacopo e il suo nuovo furgone fiammante arrivato dalla Croazia poche ora prima e che da oggi diventerà il suo nuovo lavoro.

“Raga, gran problema, mi hanno spostato il ritiro del furgone alle 18, doveva essere stamattina”. Dopo un rapido brainstorming, che comprendeva anche soluzioni allucinanti, si arriva al piano finale: saremo gli ultimi a suonare quel giorno, orario inizio concerto ore 23.00, alle 18.00 il Sandro è ad Abbiategrasso a ritirare il furgone, farà poi tutta la strada al contrario fino a Mondo Delle Uova (centro sociale della Brianza e quartier generale dei Finnegans, ndr) per caricare me, il Lello e tutta l’attrezzatura annessa, per poi partire, ed essere per le 22.00 al parcheggio. Nel mentre io, con la macchina di mio papà (altro elemento di stress), e il Lello con la sua macchina, ci troviamo a Lissone a casa del Sandro dove ci aspetta Eden, per caricare tutta l’attrezzatura che era rimasta a casa sua. Incredibilmente tutto va per il meglio: alle 19.45 siamo pronti a partire con il furgone caricato, alle 21.40 vediamo il cartello Genova.
Giubilo, strette di mano, complimenti e applausi che non considerano che, sebbene sia una città bellissima, Genova, a livello urbano, è il cazzo di inferno in terra. Ti sembra di essere sulla strada giusta, sei sicuro di essere sulla strada giusta, ma poi il navigatore ti dice di svoltare a sinistra mentre tu sei sospeso a 6 metri di altezza sul cavalcavia, ed è solo lì che realizzi che la strada su cui dovevi essere era quella sottostante. Vaghiamo per una buona mezz’ora tra le vie di Genova, con tre navigatori aperti in contemporanea, continuando a sbagliare strada, fino a quando, davanti ai nostri occhi si presenta il cartello del parcheggio. È fatta, si suona.
La Libera Collina di Castello quel giorno è un casino gigantesco, a fatica riesco a districarmi tra amici, amiche e conoscenze appena fatte per arrivare al palco che non esiste e che è delimitato esclusivamente dalle ciabatte a cui attacchiamo synth e pedaliere. Il concerto è da sogno, con la gente che mi cade addosso talmente ha foga di ballare e vivere il concerto. Un inizio migliore di questo non poteva esserci.
Giorno 2
Oggi non suoniamo, l’unica attività che ci aspetta è quella di abbandonare l’Italia per arrivare ad Aix en provence, dove una mia amica, con credo non troppa gioia del coinquilino che per l’occasione è scappato a casa della fidanzata, ci ha messo a disposizione la sua bellissima e forse-un-po’-troppo-borghese casa con parcheggio privato. Il viaggio che ci separa dalla Liguria alla Provenza è carico di tutte le aspettative per questo tour, non si parla di altro, se non di musica (in generale), di cazzate varie e di quelle domande esistenziali che ti assillano il cervello per giorni, come se preferiresti mangiare un cuore che sa di panettone o un panettone che sa di cuore. Arrivati ad Aix-en-Provence, realizziamo che farsi una doccia, bere quattro birre a testa, mangiare un piatto di pasta al gorgonzola (maledetti campanilisti) e non dover montare e smontare, fare il soundcheck e tornare a casa a chissà quale ora improbabile della notte, non sia così male. Ma in realtà è una gioia che dura poco, a fine serata siamo tutti d’accordo che sarebbe stata una figata incredibile suonare anche oggi.

Giorno 3
La speranza è sempre l’ultima a morire. Nel post che avevo scritto per annunciare il tour avevo fatto lo spavaldo e avevo scritto una cosa tipo “come zero sarà quello che vedremo delle città che ci ospiteranno”, per sottolineare la dinamica on the road a tempi serratissimi del nostro tour, ma sotto sotto io ci speravo, credevo di poter girare Barcellona in lungo e in largo. Seduto in un bar alla periferia della città alle ore 15 di domenica, ho realizzato che effettivamente quello che avrei visto sarebbe stato zero, esclusion fatta per il centro sociale “La Korrosiva” che ci ospita per questo primo live in terra catalana.
Al centro sociale ad attenderci ci sono anche facce già note, come Marta delle Tetas Frias, e persone che fino a quel momento erano stati solamente numeri su Whatsapp, come Frutos dei Fuera de Sektor, band con cui oggi suoniamo, e ragazzo con cui già avevamo avuto rapporti per il tour dell’anno scorso con Sistema De Entretenimiento e Buenos Vampiros. Io continuo a scaldare la voce, sono convinto di essere afono sebbene stia parlando ininterrottamente da questa mattina. Nulla che un paio di calimocho possano farmi dimenticare abbastanza in fretta.
Sul palco mi accorgo di tre cose: le mie doti di spagnolo sono inesistenti, l’inglese non è cosa gradita in Spagna e l’italiano non è lo spagnolo senza S. La mia spocchia da linguista viene disintegrata in un secondo, appena dico “Buonas Tarda, I Finnegans stanno per tocar”. Bella figura di merda. Tralasciando questo e una grande sudata, il concerto però va alla grande e il cous cous che ci attende dopo ci rigenera come poche cose finora. A distruggerci il morale ci pensa però il telefono di Sandro, dove un messaggio ci informa che la data di Bilbao del giorno dopo è stata appena cancellata a causa di problemi burocratici/con la polizia avuti dal locale nel corso di queste ultime settimane. Io sono distrutto, con l'aggiunta del mio piccolo e personale psicodramma: aver appena scoperto di aver dimenticato nel parcheggio di Genova il sostegno per il sintetizzatore. Questa volta i calimocho non bastano e la serata si conclude con un bel po’ di amaro in bocca.
Giorno 4
La presa male del giorno prima è passata, e fortunatamente è passata anche al Sandro, al Lello e a Stefanino, lo vedo nei loro occhi mattutini ancora accartocciati. La notte non è stata delle più facili per me, vuoi perché la casa dove abbiamo dormito era abitata da due cani e io sono terrorizzato da ogni cosa che si muove su quattro zampe esclusione fatta per i gatti, vuoi perché ho dovuto dormire chiuso in una stanza su un divano troppo piccolo, proprio per non incontrare i due cani, o vuoi perché l’omnicord di Marta, la proprietaria di casa, appoggiato sulla scrivania di fianco al divano su cui dormivo, mi chiamava insistentemente e chiedeva espressamente di essere rubato e portato in tour con noi (decisione veramente sofferta quella di non procedere con il delittuoso pensiero).
La strada che percorriamo per le successive sei ore e trenta di viaggio è un’avventura nel deserto: arbusti bassi, un caldo allucinante, statue di tori che appaiono e scompaiono ad intermittenza, panini al prosciutto crudo fatti con del prosciutto veramente troppo duro e troppo spesso, soprannominato per queste sue caratteristiche “martello” e il Lello che decide di fare la doccia in un autogrill in mezzo alla Meseta spagnola. Io sono talmente gasato di andare nei Paesi Baschi, a causa di una mia malcelata fascinazione per l’ETA, che mi addormento in furgone. Al mio risveglio capisco che il cartello “Benvenuti nei Paesi Baschi” è ormai passato da un pezzo perché attorno a me il deserto è stato sostituito da montagne e boschi.

Dopo aver parcheggiato il furgone su una pericolante discesa, con tanto di spinta fortissima mia, del Lello e di Stefanino sul parabrezza mentre il Sandro sgasava a manetta per non far precipitare il furgone nel burrone lì vicino, prendiamo la metro direzione centro di Bilbao. Siamo tutti entusiasti perché sappiamo che, sebbene il concerto sia stato cancellato, i nostri amici hanno pensato a una serie di attività per farci passare il pomeriggio più divertente e privo di senso della nostra vita. Nell'ordine si tratta di: incontrare Josu (bassista e cantante dei Tenue) fuori dalla metropolitana, bere quattro birre a testa nel quartiere popolare di Bilbao, incontrare altri amici tra cui Jokin (cantante e chitarrista degli Orsini), venire obbligati a mangiare il gelato al calamaro, al salmone, al baccalà e al gorgonzola, parlare di Annalisa sul lungo fiume, e incontrare uno strano proprietario di un negozio di magliette che riesce a convincermi che sia una buona idea comprare una maglietta con una foto di Mussolini appeso in piazzale Loreto.
La notte la passiamo all’interno di una ex scuola occupata a Santurtzi (periferia di Bilbao) abitata, a detta di Josu, da fantasmi. Fortunatamente il fine serata comprende altre birre e una selezione musicale di Josu basata sull’ascoltare qualsiasi band spagnola che abbia fatto almeno una demo nella sua carriera, e quindi stordito mi metto a dormire senza pensare troppo ai fantasmi.
Giorno 5
“Santander cagar y volver”, dovrebbe voler dire “Santander, cagare e ritornare” e dovrebbe essere un proverbio spagnolo molto divertente che fa ridere soprattutto gli abitanti di Santander, consapevoli del fatto che la loro città non spicca per bellezza. O questo è quello che vuole farci credere Josu mentre siamo seduti a fare colazione in un bar di Santurtzi. Ci sta consigliando di dirlo questa sera sul palco, così da poter riscuotere grande successo tra i locals, ma non mi fido molto, soprattutto perché poco prima mi ha consigliato di gridare “Gora ETA” (letteralmente “viva il terrorismo basco”) nel caso in cui la colazione fosse stata particolarmente buona e di mio gradimento “è tipico, lo dicono tutti qui”.
Arrivati a Santander la prima attività tipica locale che facciamo è quella di litigare con un barista che ci aveva fatto pagare due volte lo stesso conto. Sebbene non parli una parola di una qualsiasi lingua che non sia lo spagnolo, sembra aver capito molto bene lo “stronzo” urlatogli contro dal Sandro, ma la situazione viene salvata immediatamente dallo stesso Sandro che, con una faccia da cazzo che solo lui a volte riesce a indossare, ripete con visino angelico: “no stronzo ma storno! tu fai lo storno, cancella”. Non so come, vuoi forse per esasperazione, ma il barista alla fine ci ha ridato i soldi che ci doveva.

Il locale in cui suoniamo è incredibile, non tanto per il suo aspetto, quanto per Juan, spagnolo doc ma con un carattere da vero brianzolo, che è gestore, cuoco, barista e fonico. Di base questo locale è tutta la sua vita dal 1987. I paganti di oggi sono sette, tutti amici della band che suona dopo di noi, i Cat A Punch, band punk che intervalla le canzoni in scaletta a barinrot italiani. Mi fanno ridere ma c’è un po’ di amaro in bocca, anche perché stanno suonando con una maglietta del Milan, una del Genoa, una della Juventus ma nessuno indossa una maglia dell'Inter.
Dormiamo dentro la venue, nella piccola stanzina per gli ospiti con doccia, bagno, letti puliti e caffè per la mattina. Juan è davvero un grande, la musica per lui è tutto, e da questo locale sono passate realisticamente tutte le band di Spagna. Ma io continuo a pensare che forse questo tour rischia di essere difficile da digerire, forse abbiamo fatto il passo più lungo della gamba o forse devo solo dargli tempo e farlo carburare. Del resto è martedì e siamo a Santander. Non riesco a trovare una risposta, perché all’improvviso vedo Stefanino, che aveva bevuto un po’ durante la serata, cadere dal terzo piano del letto a castello. Il mio stupore aumenta quando lo vedo rialzarsi da solo e tornare a letto come se nulla fosse. Moderno Robert Wyatt.
Giorno 6
La Galizia, terra aspra, ruvida, alla costante ricerca dell’indipendenza dalla Spagna, con me e con tutti noi è stata gentile e accogliente come pochi posti sanno esserlo. A Guarda è una città di confine, i telefoni già si agganciano agli operatori portoghesi, ma il suo confine migliore è quello con gli Stati Uniti. Chilometri e chilometri di Oceano Atlantico aspro, freddo, tumultuoso e agitato. Appena parcheggiamo il furgone davanti al centro sociale Fuscalho dove suoniamo, che si affaccia sull’Atlantico, veniamo attratti dagli scogli e dall’idea di pucciare almeno i piedi. Ci guardiamo e tutti stiamo pensando la stessa cosa “Merda, dal Mondo delle Uova alla fine dell’Europa”.
Cullato dall’oceano, dopo una serata incredibile, con il locale pieno di amici, amiche, Felipe (un vichingo che ha vissuto in mille squat in Italia, anarchico convinto e che recentemente ha recitato nell’ultimo film di Checco Zalone ambientato proprio in Galizia) e pescatori, e dopo aver salutato i due ritratti di Lenin che vegliano sulla libreria del centro sociale, mi metto a dormire con la consapevolezza di chi sa che il tour ha carburato.

Giorno 7
Alle 18.30 a Lisbona abbiamo invece appena finito di fare il soundcheck, e con Jacopo, un nostro amico originario della Brianza ma trasferitosi per lavoro in Portogallo, stiamo andando a fare aperitivo con birra e sardine alla festa di un quartiere cittadino. A noi cinque si aggiungono anche due amici di Jacopo che dopo verranno al concerto, lei tedesca lui greco con uno stile a metà tra Cameron Winter quando suona in canotta e Elvis.
La serata a cui dobbiamo suonare inizia alle 23. Il nostro concerto inizia a mezzanotte e il locale è veramente pieno, ma il nostro chiodo fisso riguarda l’orario a cui toccheremo i nostri materassini gonfiabili. Oggi dormiamo a casa di uno degli organizzatori della serata, che ci ha già anticipato di non poter andare via dal locale prima che l’evento sia finito, giustamente. Noi manifestiamo grande serenità sebbene consapevoli che il giorno dopo ci aspetterà un viaggio di 6 ore per Madrid con il fuso orario contro. Decidiamo di bere qualche gin tonic, chiacchierare un po’ con le persone che sono venute al concerto e accettare la nostra amara sorte quando alle tre di notte ci viene detto “fumo l’ultima sigaretta e poi andiamo a casa”.

Con la poca lucidità che la stanchezza per l’ora tarda ci ha tolto, affrontiamo lo stretto, sinuoso, pieno di curve e tutto sali e scendi centro di Lisbona riuscendo per miracolo a uscirne illesi; sia noi (marginale) che il furgone (fondamentale). La notte la passiamo in questa cantina barra taverna barra paradiso dell’umidità da cui non possiamo uscire per non disturbare i genitori del ragazzo che ci ospita che stanno dormendo e che domani lavorano (a mente fresca mi ricordo che oggi è giovedì). Dopo aver gonfiato i materassini e consapevoli di avere al massimo quattro ore di sonno, il colpo del ko ci viene servito: è infatti arrivato il momento della piccola lezione di idraulica su come far funzionare lo scarico del bagno. Nella mia testa regna la confusione e rubinetti, galleggianti e ganci che devono stare orientati a ore tre (magari fossero le tre anche qui, ormai sono le quattro belle che passate) non mi aiutano a svegliarmi dal coma vigile in cui sono. Stremato e più formato rispetto a quando sono partito per il tour sul principio dei vasi comunicanti tocco il letto e crollo, sebbene riesca ancora a sentire Stefanino lamentarsi perché il suo letto è circondato da bambole di porcellana.
Giorno 8
Le sette, pesanti come un colpo. Tre ore di sonno non rigenerano e nemmeno hanno il potere ristoratore di un pisolino di mezz'ora in pausa pranzo. Tre ore di sonno ti distruggono, paradossalmente sei quasi più stanco di prima. A risvegliarmi ci pensano le procedure di attivazione dello sciacquone spiegatemi l'altra notte, oh Dio l'altra notte, letteralmente tre ore fa.
Il viaggio di oggi prevede deserto arido tra Portogallo e Spagna fino a Madrid, una sorta di oasi verde in mezzo a un panorama veramente ostile. Usciamo dalla casa dove abbiamo dormito che sembriamo la versione delusa delle anime del mito della caverna di Platone, forse il buio e l'umidità della cantina in cui eravamo erano meglio di ciò che ci aspetta fuori.
Appena tocchiamo i sedili del furgone del Sandro è la sagra della palpebra calante. Il Sandro concentratissimo parte con il suo itinerario e nulla sembra scalfirlo, mentre nei posti dietro Stefanino e il Lello crollano in un profondo letargo. Poco dopo la nostra partenza è il momento di una rarissima pausa in autogrill, giusto il tempo di comprare dei biscotti e una monster mango loco, una di quelle bibite che non solo ti riattivano il corpo e la mente, ma ti forniscono in omaggio l'apporto calorico di tre mesi. Dopo la ripartenza la mia forza di volontà si fa sempre più fragile e la mia palpebra rasenta sempre di più il chiuso. Sbatto gli occhi un secondo di più, mi riprendo, sento il Lello sveglio e decido di chiedergli di darmi il cambio nello stare svegli per tenere compagnia al Sandro. La risposta che mi dà il Lello segna la mia definitiva sconfitta: “man è già mezz'ora che dormi, vai sereno”. Tutto questo mi scuote, sono distrutto da questa notizia, ma neanche il rimorso mi separa dal più grande pisolo della storia.

Riapro gli occhi e mi sembra di essere arrivato in Calabria. Rocce secche, arbusti bassi, oliveti e case bianchissime con i tetti piatti. Scopro che il confine tra Portogallo e Spagna è vicinissimo, di lì a un paio di minuti un piccolo ponte su un fiume segna l'inizio della Spagna. Io ancora completamente addormentato penso che trafficare droga da uno stato all'altro così, tra queste stradine secondarie, sarebbe un mestiere veramente troppo facile.
Il caldo ci distrugge e ci cucina ma Madrid è sempre più vicina. O meglio, non Madrid ma Vallecas, il quartiere più grande d'Europa. Appena parcheggiamo mi colpisce subito che alcuni furgoni sul cruscotto espongono un foglio con su scritto “nulla di valore all'interno”. Sul momento mi preoccupo non tanto per la nostra roba, che è già dentro al centro culturale in cui suoniamo, ma per il furgone del Sandro. In realtà Vallecas è un quartiere bellissimo, popolano, multiculturale e super tranquillo e per alcuni tratti mi ricorda Gorla e viale Monza dove mi alleno con la Stella Rossa Rugby Milano, quindi mi sento a casa e questa cosa mi piace parecchio. Al centro culturale rivediamo Marco, un nostro amico dentro al collettivo del cox18 ma trasferitosi a Madrid per lavoro e Karolina, sua fidanzata, che insieme ci hanno organizzato la serata con il loro collettivo Karma punk (letteralmente le prime due lettere dei loro nomi). Il concerto va alla grande e condividiamo il palco con una band incredibile di giovanissimi madrileni, gli Jol con il loro industrial/kraut/alternative rock. Dopo aver seccato più di uno shot di liquor Cafe con i gestori dello spazio, ci avviamo a piedi verso casa di Karo e Marco dove ci aspettano una birretta conclusiva, una doccia, un bellissimo materassone gonfiabile e qualche chiacchiera su Italia e Spagna.
Giorno 9
Ormai ho raggiunto la calma più totale, sarà la vicinanza della fine del tour, la consapevolezza che le ultime date sono state bellissime, la dormita da dieci ore o la doccia tiepida prima di andare a letto la sera prima ma questa mattina mi sveglio veramente tranquillo. Niente più urla per vedere se ho ancora la voce, niente ansie per dover correre al furgone, niente di tutto ciò, puro e semplice relax.
Lo spostamento di oggi è abbastanza breve, quindi con tutta la calma del mondo ci concediamo anche un giro per il centro di Vallecas con tappa obbligata allo store del Rayo Vallecano e al negozio di birre artigianali degli Ska-P e dio forse solo sa perché mi trovo in questa diamine di situazione in cui, dopo aver acquistato una cintura a scacchi fatta di borchie bianche e nere, mi sto trovando a parlare in una lingua che non conosco con la persona che ha scritto “lega-legalizzazione cannabis”.

Partiamo per Villarreal, dove ogni persona che abbiamo incontrato durante questo tour ci ha chiesto come diavolo fossimo finiti a suonare lì. Quando abbiamo detto a Josu e agli altri amici di Bilbao che avremmo suonato a Villarreal in un centro autogestito chiamato Federica Montseny la loro reazione è stata di totale sorpresa mista a non approvazione. Incalzati dalle nostre domande ci hanno detto che Federica Montesny negli anni della guerra civile spagnola era stata un’anarchica che però negli ultimi anni della sua vita aveva messo da parte i suoi ideali per raggiungere un certo potere politico. Dopo questa breve spiegazione però avevano aggiunto una frase che mi aveva fatto molto sorridere “però andate tranquilli, Federica Montseny è una figura molto amata dai vecchi antifascisti e sicuramente la gente migliore di Villarreal sarà tutta concentrata in quel posto”.
Di fatto suoniamo davanti a 10 persone in un posto che ne poteva contenere 11 o poco più. L'impressione è quella di una stanza piena e la risposta del pubblico è incredibile. Tra l'altro pubblico incuriosito da Mirko, Yuri e Federico, tre ragazzi veneti venuti appositamente a Villarreal per il nostro concerto. La gente di questo posto è effettivamente incredibile, tutti sorridono e si divertono come matti, soprattutto il gestore del posto e suo figlio di cui purtroppo non ricordo assolutamente i nomi, forse non ci siamo nemmeno presentati, come se fossimo già amici da un sacco di tempo. La serata va avanti a calimocho, punk spagnolo, punk italiano e Michael Jackson fino all'ora della nanna. Stanotte dormiamo nel retro della venue, scelta azzeccata perché domani ci aspetta una lunghissima tratta e lo sconfinamento in Francia.
Giorno 10
Sarà forse la fine del tour, il fatto che oggi è l'ultima data, ma il mio cervello si è già settato al ritornare il Lombardia, al dover riaffrontare giornate di lavoro, al dover smarcare 2345 mail inutili (che voglio dire, se sai che non ci sono per 10 giorni cosa cazzo mandi) e al non poter mai accettare che tutto ciò sia finito.
Riguardando tutte le foto fatte oggi ce n'è una che meglio di tutte riassume totalmente la giornata che è stata quest'ultima data. Io indosso un k way anni ottanta, preso a Gent in Belgio per ben 3 euro di investimento, perché il concerto è appena finito e io sono sudato fradicio e ho finito tutte le magliette pulite che potevo mettere. Stefanino ormai ha finito anche lui le magliette e da due giorni ne indossa una dedicata all'indipendenza della Galizia, tenero ricordo della data di qualche giorno fa. Il Lello ha la faccia di chi sta pensando solo a una doccia ormai da troppi giorni mentre il Sandro indossa un maglione credo per gli stessi motivi per cui io sto indossando una giacca. Al lato destro, in felpa grigia, c'è il fonico della serata, un ragazzo sardo che ormai vive da diversi anni a Toulouse e che il mio cervello non riesce ad accettare come un parlante italiano (forse perché il suo francese è impeccabile) e di conseguenza continuo a parlargli in inglese.

Tra me e il fonico ci sono due membri della band con cui abbiamo suonato oggi, i Nuit Bleue (forse il trio noise hardcore più forte di tutta Francia) rispettivamente batterista e sassofonista. Dopo il Sandro, sulla sinistra, ci sono due ragazze imbucate nella foto per sfuggire a un ragazzo che le stava pedinando: sono solo felice che siano nella foto con noi, come una sorta di faro che ci ricorda che il punk e tutto quello in cui noi crediamo è strettamente legato a dei valori che non possono essere lasciati da parte o abbandonati. L'unica cosa che mi fa sorridere di tutto ciò è che si sono dette contentissime di finire su un giornale di musica italiano, quindi bella lì. Avvolto nell'ombra, all'estrema sinistra c'è il bassista dei Nuit Bleue, una persona incredibile, alta più di due metri, con il 49,5 di piede che ci ospita oggi nella casa che condivide con le sue coinquiline per l'ultima nostra notte in tour. Sullo sfondo, a fare contrasto, c'è poi il furgone del Sandro, con qualche segnetto indelebile frutto di parcheggi rocamboleschi ma che in questi giorni ci ha fatto da mezzo di trasporto, casa, impianto stereo, area ricreativa, tribunale e che oggi si è sparato la più lunga delle tratte finora con tanto di traversata dei Pirenei.
Però anche chi manca in questa foto ha un suo significato. Non sono presenti infatti i due gestori del locale, che tutt'ora non riesco a capire se erano felici di averci lì a suonare o meno. Di sicuro so che temevano il volume troppo alto e che erano terrorizzati dall’intensità a cui suonava il Lello (non sanno che oggi in realtà si è trattenuto e quello che hanno visto è solo un ottavo della normale potenza distruttrice del Lello). È poi al margine destro della foto c'è una riga verticale verde, simbolo inequivocabile della fine di un rullino e simbolicamente anche della fine di questo tour europeo.
Giorno 11
Quando ero piccolo e andavo in vacanza con l'oratorio, l'ultimo giorno era quello che preferivo, un viaggio lunghissimo, solitamente di ritorno dalla val di Vizze, in cui potevo mettermi le cuffiette e starmene per i fatti miei ascoltando Made in Japan dei Deep Purple, e soprattutto c'era la consapevolezza di aver finito quella settimana d'inferno a cui annualmente ero condannato.

Oggi resta solo il viaggio lungo da fare, più di 10 ore, ma la felicità è ora sostituita dalla tristezza e la musica ascoltata da solo è ora cambiata in un ascolto collettivo con il resto dei finnegans. La tristezza non può non esserci per la conclusione di un'esperienza di questo tipo, esperienza in cui, ancora una volta, ho capito che questo è il mio spazio nel mondo, la mia isola felice abitata da tantissime persone incredibili incontrate lungo il cammino. L'ascolto collettivo è invece una urlatissima mezz'ora in cui ascoltiamo nel modo più caotico possibile Toxicity dei System Of A Down.
Dal finestrino rivedo al contrario tutta la strada fatta in questi giorni. Genova ancora una volta ci accoglie con il suo dedalo di vie intricate, ma alla fine del viaggio troviamo la mamma di Stefanino che regala a tutti noi brianzoli focaccia e pesto fatto in casa. Il ritorno a Mondo delle Uova è silenzioso, non abbiamo nemmeno più la forza di ascoltare la musica, e pieno di luce, come da piani siamo tornati a casa prima del tramonto
Questa storia non ha un punto finale non per mancata conoscenza della grammatica ma perché il viaggio continua. Magari non per queste ma per altre vie, magari non con questi ma con altri incontri fatti lungo la strada, ma con la consapevolezza che tutti siamo parte di una cosa più grande di noi che va preservata e curata, sempre.
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L'articolo Cagar y Volver: come suonare e dormire in giro per l’Europa senza alcun tipo di comfort grazie al punk di Reda de I Finnegans è apparso su Rockit.it il 2026-06-17 16:13:00

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