Afterhours - Campo polisportivo comunale - Cormons (GO) Live report, 03/08/2003

05/08/2003 di



Quel sabato sera eri partito presto, l’adrenalina scorreva freneticamente nelle vene e l’unico modo per assecondarla era mettersi subito in marcia.

Era parecchio che non vedevi gli Afterhours dal vivo e il tragitto che ti separava dallo stadio di Cormons aveva fatto riaffiorare i ricordi dei concerti a cui avevi assistito gli anni prima.

Le immagini erano davanti a tè, palpabili, vedevi le maschere di Pluto e i vestiti da bambine usate all’Hip Hop di Trieste, il live di Treviso interrotto bruscamente: “E’ stato superato il limite di orario!” avevano detto i carabinieri; “Le forze dell’ordine non hanno senso dell’umorismo” aveva sentenziato Manuel alcuni minuti dopo aver presentato “1.9.9.6”: “Una canzone che parla di tre cose che portano sfiga, gli architetti, gli anni bisestili e Dio”.

Poi lo show all’Auditorium Flog con la folle notte passata tra le vie di Firenze, il tendone di Mortegliano, il pogo di Pordenone…
D’un tratto ti trovavi seduto su un prato: i flashback ti avevano traghettato direttamente davanti al palco.

Per ingannare l’attesa avevi ascoltato alcune band invitate per completare la serata, Cormotion, Spacciatori di Musica Stupefaciente e Ivan Moda Group, nomi che avresti dimenticato in fretta.

I suoni all’improvviso erano cessati, tutto si era fatto buio e silenzioso e nel cielo brillava uno spicchio di luna, un piccolo frammento che ti ricordava che la serata doveva ancora cominciare.

Ti eri appoggiato alle transenne e dopo pochi istanti i tuoi occhi si erano dilatati, percossi dall’ammiccante esplosione di una luce bluastra… il concerto stava per cominciare.

Manuel era stato l’ultimo a salire sul palco, si era seduto davanti all’hammond e aveva dato il via ad un penetrante zampillare di note. La conoscevi bene quella melodia, “La canzone di Marinella”… tante volte aveva piroettato dalle casse del tuo stereo. De Andrè ti era pressoché sconosciuto e non sapevi il significato del testo, ma quelle parole così malinconiche ed affascinanti ti provocavano un’intensa suggestione e i tuoi occhi brillavano come il fiume che aveva inghiottito la protagonista del brano.

Quando Manuel si era alzato dallo sgabello avevi provato un senso di smarrimento, ma erano bastate le prime schitarrate di “Sulle labbra” per trascinarti nuovamente nel pulsare della realtà circostante. E quando tra gli applausi del pubblico si erano fatto largo le note di “Quello che non c’è” il tuo cuore aveva ripreso tumultuosamente a pulsare, facendoti ripensare tutte le volte che anche tu avevi provato a camminare sull’acqua e a curare le foglie di un albero morto.

Davanti a te c’era Giorgio Prette e di tanto in tanto ti perdevi, osservando l’ipnotico roteare delle sue bacchette; delle piccole astine che fendevano l’aria e tracciavano i sentieri ritmici che Manuel, Dario, Andrea e Giorgio seguivano con ‘meticoloso’ istinto.

Il flusso di suono continuava a scorrere, alternando dolci armonie (“Voglio una pelle splendida”, “Non è per sempre”, “Bye bye Bombay”) che lambivano la tua pelle come una tiepida pioggia di primavera, a ritmiche corrosive e irruenti (“Male di miele”, “Germi”) che ti gettavano nei violenti vortici di una cascata.

Poi ti eri fatto avvinghiare dall’ipnotica aurea di “Rapace”, “Non sono immaginario”, “Senza finestra”… e il corpo ti si era riempito di ferite intrappolato tra algide corde di violini e di chitarre.

Avevi guardato l’orologio e ti eri reso conto che lo spettacolo stava per finire, c’era spazio soltanto per una manciata di canzoni. Ma le emozioni avrebbero fatto ancora in tempo a sgorgare e te ne saresti ben presto reso conto. Ascoltando il riff di “Dentro Marilyn” avevi subito capito che saresti sprofondato nel decadente lirismo di un testo intenso e penetrante.

…“Grazie a tutti e buonanotte”, ormai conoscevi bene quella frase e sapevi che quelle parole avrebbe echeggiato per alcuni istanti nel silenzio e ti avrebbero accompagnato mentre ti allontanavi dal palco.

Quando sei salito in macchina hai subito acceso la radio e le romantiche parole di una vecchia canzone dei Diaframma (“Verde lei oggi era vestita di verde, verdi i suoi occhi e ha un sorriso per me”) ti hanno trascinato in un altro mondo facendo scolorire i fotogrammi della serata, ma tu sapevi bene che presto i ricordi sarebbero riemersi…non sarebbe stato necessario aspettare un altro concerto…



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