Contro i cantautori e gli intellettuali di sinistra: gli anni '70 di Edoardo Bennato

foto via Wikipedia - Edoardo Bennatofoto via Wikipedia - Edoardo Bennato
22/07/2016

Nel 1975 Edoardo Bennato ce l'ha quasi fatta: il suo terzo album, “Io che non sono l'imperatore”, è finalmente entrato in classifica, anche se con un non esaltante numero 22. Ma, insomma, i tempi della presa della Bastiglia paiono vicini, dopo nove anni di dura gavetta. Nove dall'esordio discografico, il lontano e perduto 45 giri “Era un sogno / Le ombre”, pubblicato dalla Parade di Vincenzo Micocci, che era arrivato nei negozi italiani a novembre 1966. Ma ben 17 dai tempi del Trio Bennato, nome sotto il quale i tre fratelli Giorgio, Eugenio ed Edoardo, appena dodicenne, suonicchiavano nei locali napoletani nell'anno Domini 1958.
Anni di rospi ingoiati, di flop uno dietro l'altro: l'ultimo – e peggiore – quando il suo primo lp 33 giri, “Non farti cadere le braccia”, registrato ai primi del 1973 e uscito a febbraio, suscita un clamoroso silenzio. Ricorda il produttore Alessandro Colombini: “Vendette 350 copie se guardiamo i primi sette-otto mesi. Ne furono distribuite circa 3000 ma ne tornarono indietro 2500” (in Francesco Donadio, “Edoardo Bennato. Venderò la mia rabbia”, Arcana, 2011)

Pare la fine. Invece, qualcosa succede. O meglio, Bennato la fa succedere. Succede che si presenta ai festival pop che in quegli anni sono numerosissimi in tutta Italia. Da solo, chitarra, voce, armonica, kazoo e tamburello. Prima al Be-In di Napoli, il 20 giugno 1973. Poi alla Rassegna di Musica Contemporanea di Civitanova Marche, il 29 luglio. E lì, mentre i presentatori e Alan Sorrenti cercano di calmare la contestazione, lui sale sul palco. Ricorda Claudio Rocchi:
Ha fatto “Salviamo il salvabile”. Tirata, stringata. Sembrava che fosse entrato a contrappuntare quello che era appena successo. E ho visto una risposta... ho sentito proprio l'elettricità che si sente quando c'è feeling col pubblico. Ho detto: “Guarda questo!”. Si capisce perfettamente, quando sei abituato al palco. È un attimo capire se c'è freddezza, tiepido riscontro, entusiasmo, o grande entusiasmo. Alan Sorrenti neanche lontanamente raccoglieva il calore che ho visto raccogliere ad Edoardo. Proprio una roba elettrica particolare, e mi sono reso conto che lui a quel punto c'era veramente. È stata la prima volta che ho percepito quanto appeal avesse sul pubblico. (Francesco Donadio, op. cit.)

(Foto via Wikipedia)

Bennato capisce. L'epoca del prog è agli sgoccioli. La gente ha voglia di canzoni più semplici e dirette e lui le ha. E ha il suono grezzo di un Dylan cresciuto nei quartieri neri del Delta del Mississippi. Ha rabbia da vendere. Il nuovo pezzo eseguito a Civitanova, poi, ha una furia proto punk e un testo sarcastico e genericamente di protesta, perfetti per il pubblico di estrema sinistra che affolla i festival. Inoltre, Bennato one man band costa agli organizzatori molto meno di un gruppo prog e questo, in un periodo in cui si afferma che la musica deve essere gratis, ci si aspetta il contributo finanziario dell'artista alla causa rivoluzionaria e si contestano prezzi dei biglietti che oggi apparirebbero più bassi della media, conta, conta molto. Sta per aprirsi l'epoca dei cantautori e Bennato è sul pezzo. Comincia a battere tutti festival italiani. Spesso si presenta anche senza essere stato invitato. E ovunque è un trionfo.
Nel frattempo comincia a essere notato anche dalla stampa musicale importante. Due nomi su tutti: “Per voi giovani”, la storica trasmissione del Primo Programma Rai, e “Ciao 2001”, la rivista rock più diffusa all'epoca.
Diventa presto popolare: il 22 giugno 1974, al IV Festival d'Avanguardia e Nuove Tendenze a Villa Borghese a Roma, tra mille contestazioni agli altri artisti che si esibiscono, “venticinquemila ragazzi […] urlano nel buio «Ben-na-to Ben-na-to» e lui, l'antieroe, […] li punge, li stimola, li interpreta tutti nella loro rabbia vera, stracciando le frasi fatte, la musica demagogica” (Marco Ferranti, su “Ciao 2001”, in Francesco Donadio, op. cit.). Ma i compensi sono ancora ridicoli: a Siena, in un festival organizzato da Lotta Continua, che è la forza politica che gli dà più lavoro assieme al PCI e alle sue Feste dell'Unità, viene pagato la miseria di 10000 lire, ovvero 62 euro di oggi.
Intanto alla sua strumentazione elementare si è aggiunto l'impianto Binson da 200 watt del fratello Giorgio; ora che è uscito il secondo album, “I buoni e i cattivi”, ottiene dalla Ricordi un furgoncino Fiat 238 rosso e un impianto Lem da 300, per un totale di 500 watt; grazie al furgoncino, si fa accompagnare nelle trasferte, oltre che da Giorgio, dai vecchi amici d'infanzia del cortile della casa di Bagnoli: Franco De Lucia, Massimo Tassi e Giorgio Darmanin, noti per le loro simpatie politiche di destra.

D'altronde, Bennato non è mai stato comunista: “È sempre passato per uno di sinistra senza di fatto esserlo”, ha ricordato Renato Marengo al solito Donadio. “Edoardo non dichiarava mai cos'era. Un giorno […] disse: «Ma io non capisco, quelli so' cattivi, quelli so' buoni, ma mio padre è monarchico ed è una brava persona». Lui aveva un'ingenuità politica, ma era molto prudente, molto attento a non esporsi mai. I testi se li leggi, li interpreti in maniera rivoluzionaria perché lui grida, canta... Però se li leggi alla base...” (in Francesco Donadio, op. Cit.). Precisa Sandro Colombini: Bennato è anarchico. Lui la parola «compagno» non l'ha mai usata. Da buon napoletano, si è barcamenato. E ovviamente il barcamenarsi è più facile stando in quella zona dell'anarchia, perché rifiuti comunque il potere costituito” (ibidem).
In più, nel 1975 diventano particolarmente forti le contestazioni sui compensi dei musicisti e i prezzi dei biglietti. “Ciao 2001” vi dedica un'inchiesta. In essa Bennato si premura di sottolineare che “quando suono nei teatri, desidero espressamente che il costo del biglietto non superi le 1500 lire” (ibidem). 1500 lire. Ovvero 8 euro di oggi. Sottolinea poi che il compenso viene diviso in parti uguali tra lui e i tecnici, nonché coi musicisti che cominciano ad accompagnarlo, Toni Esposito alle percussioni e Lucio Bardi alla chitarra; non ché che spesso suona gratis “nelle università, in spettacoli organizzati o dai collettivi operai o dal movimento studentesco” (ibidem). Insomma, mette le mani avanti. Anche perché da febbraio 1975 cominciano le contestazioni dure: il tour di Lou Reed finisce tra lanci di lattine e lacrimogeni, scontri tra polizia e gruppi di contestatori, aizzati da Stampa Alternativa (sì, la casa editrice di oggi) che tappezza i muri di Roma con volantini che proclamano: “Duemila lire? Duemila pernacchie!”. Cioè 16 euro (scarsi) per vedere Lou Reed nel momento del suo massimo splendore. Pensate oggi, che è pure morto. Ma allora l'Italia diventa l'unico Paese al mondo dove c'è guerriglia urbana ai concerti. E gli stranieri non ci vengono più.


Anche questo lascia il campo libero ai cantautori. Idolatrati dal pubblico, come portatori di un Verbo sacro, vere e proprie rockstar, spesso senza rock, in un Paese che il rock, quello vero, lo sta rifiutando per motivi ideologici. Bennato comincia a sfondare. In quel 1975, come già detto, finalmente un suo album entra in classifica. Ci guadagna quanto basta per comprarsi un nuovo Fiat 238, stavolta blu, e un impianto Lombardi, il preferito dalle rock band italiane e non solo. Cominciano le contestazioni anche per lui. Al Teatro Comunale di Rovereto, ad aprile 1975, un autonomo gli urla in faccia: “Ma lo sai, tu, cantante dei miei coglioni, quanto guadagna un operaio? E tu vorresti che ti dessimo 200mila lire? Non ti diamo un cazzo!” (ibidem).
A Napoli gli chiedono conto delle ambiguità dei suoi testi, di cui qualcuno comincia ad accorgersi. L'anno dopo, nel volume “Cercando un altro Egitto”, edito da Savelli, allora casa editrice feticcio dell'estrema sinistra, il curatore Simone Dessì (alias di Luigi Manconi, oggi senatore PD e marito di Bianca Berlinguer), lo classifica “nel radicalismo piccolo-borghese dell'intellettuale deprivilegiato che la crisi del regime capitalistico e l'influenza della lotta operaia può portare a una scelta di classe; e che per ora osserva – frustrato, rabbioso, incarognito – lo sfascio di quel ceto dominante che ha appena fatto in tempo a tradire”. E ancora:

"Bennato […] è un architetto con una certa cultura alle spalle e scrive cose che sono lo specchio fedele della 'concezione del mondo' di settori precisi della borghesia piccola e media, quelli che hanno fatto degli inutili e monotoni studi e che affollano ora i corsi abilitanti per insegnanti, i concorsi per un posto di maestro, gli esami per essere assunti al Banco di Napoli; c'è in essi l'odio per la classe dominante, per la sua corruzione e inettitudine e, insieme, la rassegnazione al suo dominio; c'è la ribellione sorda contro il sistema ma anche lo scetticismo verso le possibilità di un suo ribaltamento; c'è la partecipazione alle sofferenze degli oppressi, ma anche la sensazione che pure essi ne siano in qualche modo responsabili; c'è la volontà di cambiamento, ma anche la tentazione alla competitività individuale, allo sbocco privato e personale."

Bennato probabilmente legge queste righe, che nel 1976 equivalgono a una condanna. E forse per questo sceglie di farsi ritrarre, l'anno successivo, sulla copertina di “Burattino senza fili” come uno di quei bancari evocati da Dessì/Manconi, rivendicando la propria libertà e accusando implicitamente il critico di essere un servo dentro.

Ma intanto, nel 1975, le contestazioni continuano. Al Teatro Alfieri di Torino, il 13 ottobre, il solito gruppetto di autonomi lo fischia chiedendo “musica gratis”; è quindi costretto a dare un concerto gratuito due giorni dopo al Teatro Nuovo. A Crotone lo accusano di aver chiesto 800000 lire di compenso (4250 euro di oggi). Non è vero: ne ha chieste 150000 (800 euro), ma intanto deve scappare con tanto di inseguimento in auto. Spesso gli organizzatori “compagni” cercano di non pagarlo, chiedendo che devolva il suo compenso alla causa. Analoghe contestazioni toccano a De Gregori e Venditti; nessuno mette in discussione invece Claudio Lolli, noto per la sua militanza in Autonomia Operaia; nessuno critica neppure Francesco Guccini, che, ironia della sorte, è sicuramente il meno di sinistra del lotto, tanto che nel già citato “Cercando un altro Egitto” del 1976 si permetterà di scrivere:

“Anarco-radicale” è una definizione che non mi dispiace; anche se non sono veramente anarchico, mi è sempre piaciuta questa ideologia. Più che altro mi definirei un “libertario”, e per questo mi riconosco soprattutto in movimenti come quello del Partito Radicale. Lavoro volentieri anche per tutti i movimenti politici di sinistra, anzi, tolta qualche rara eccezione, lavoro quasi esclusivamente per loro (intendo spettacoli), più per spirito di parte che per vera identificazione ideologica."

Ma lui non lo contestano: ha scritto “La locomotiva”, dove canta “fratello non temere / che corro al mio dovere, / trionfi la giustizia proletaria”. E quindi, nonostante nel suo intervento in “Cercando un altro Egitto” riveli che la canzone è nata come un quadretto d'epoca, Guccini non si tocca.
Bennato non ce la fa più. E in quel 1975 scrive il pezzo che ritrae perfettamente il clima dell'epoca: “Cantautore”, che inserirà nel suo album del 1976, “La torre di Babele”, ma che presenta in tv già in quell'anno cruciale, introdotto da Lucio Dalla, un altro che, cattolico com'è, quel clima lo subisce ed è costretto ad esibirsi solo per i “compagni” e che sottolinea come Bennato offra uno spettacolo minimale (e quindi, è il sottinteso, a costi bassissimi).



Musicalmente, la canzone è divisa in tre parti: le strofe dall'armonia che ricorda lo swing di Duke Ellington (Sol / Sol+ / Mim / Sim / Mim / Sim); i ponti che presentano una modifica importante della cosiddetta “50 progression” (Sol / Mi7 / Do / Re7; col Mi che passa da minore a maggiore); e un finale che riprende gli accordi base del riff di “(I Can't Get No) Satisfaction” dei Rolling Stones (Re / Fa / Do), ma con ritmo e accentazione completamente differenti. Interessante come dal punto di vista musicale si attraversino tre epoche differenti e cronologicamente successive: l'era dello swing e del sorgere del sistema dello stardom; il potenziamento del divismo che si ha col sorgere del rock'n'roll; il distacco e contrasto tra rockstar e il proprio pubblico, che arriva a contestarla, col rock degli anni '60 e '70.
Non so quanto sia voluta questa progressione: certamente funziona ed è al servizio del testo.
Nelle strofe, infatti, qualcuno si rivolge direttamente al cantautore esaltandone la divinità (“divo”, infatti, come i suoi parenti prossimi “Dio” e “divino”, significa etimologicamente “splendente, celeste” e per questo è in stretta connessione con la metafora della “star”, la stella che brilla nel firmamento del cinema, della canzone...). Nel ponte, ripetuto due volte con le stesse parole, si fa notare alla stella come il pubblico la ammiri e contemporaneamente ne si sottolinea il distacco dalla gente comune (“sei lì in alto, e cammini sul filo”), introducendo la metafora del mondo dello spettacolo come “circo” (d'altronde, l'espressione “il circo del rock'n'roll” non l'ha inventata certo Bennato; e gli stessi Stones avevano pensato nel 1968 a uno spettacolo intitolato “The Rolling Stones Rock and Roll Circus”). Nel finale, infine, le voci parlanti si sdoppiano: prima il pubblico si ribella, seccato proprio dalla perfezione del cantautore e dai privilegi di cui gode e che lo stesso pubblico gli ha accordato; poi il cantautore rivendica, con voce chioccia e isterica, la propria superiorità sul resto dell'umanità, mentre il ritmo accelera indefinitamente suggerendo un'esasperazione che porta alla rovinosa caduta.



Sono interessanti alcune ambiguità. Nelle prime tre strofe, così come nelle tre successive al primo ponte (non parlerei di ritornello vero e proprio), l'adulazione della voce narrante è totale: dopo un elenco di qualità che lo rendono una specie di cavaliere senza macchia e senza paura, un profeta, addirittura, un eroe forse della causa proletaria perfino non del tutto umano (“tu non sei un comune mortale”), ogni strofa si conclude ribadendo che “tu sei un cantautore”, parola magica che finisce per riassumere la quintessenza di ogni virtù.

Sembrerebbe che a parlare sia il pubblico: ma è proprio così? Nella quarta strofa, presente solo nella prima parte del testo, a parlare sembra invece uno dei famosi organizzatori “compagni” e “de sinistra” che prima chiamano l'artista ad esibirsi, pattuiscono il prezzo e poi lo contestano proprio in virtù della sua pretesa superiorità ai comuni mortali in quanto araldo della rivoluzione. Il cantautore, infatti non può sentirsi male, essere stanco, paragonarsi a un camionista il quale ha il diritto, in quanto lavoratore, di riposare.

Non sembra di sentire l'eco di quel “ma lo sai, tu, cantante dei miei coglioni, quanto guadagna un operaio?” di Rovereto? E forse questa parte allude a tanti discorsi che Bennato si è sentito fare, su e giù per l'Italia: un indizio è il servizio che “Odeon”, popolarissima trasmissione televisiva del secondo Canale Rai, gli dedica nel 1977 sull'onda del successo di “La torre di Babele”, l'lp in cui è contenuto “Cantautore” e che arriva fino al terzo posto in classifica, risultando alla fine dell'anno il dodicesimo album più venduto in Italia. Nel servizio, infatti, ha un ruolo principe il furgoncino Fiat 238, che Bennato, come nella realtà, guida personalmente.



Dopo un particolare spassoso (nel 1977 Bennato ha 31 anni, ma lo speaker gliene attribuisce 25, addirittura “leggendoli” dalla patente, forse per farlo sembrare più giovane), si sprecano le sottolineature della vita dura del cantautore, quasi a rispondere alle critiche dei contestatori. È Bennato che guida. All'arrivo alla stazione di rifornimento, per sottolineare di non essere ricco, esclama: “Altro benzinaio, altra stangata”. Lo si inquadra mentre esce dai bagni. Mentre riparte alla guida del Fiat 238. Mentre spiega all'intervistatrice come la madre sia “inviperita” perché il suo figliolo non mette la testa a posto e indossa “una giacca normale” (capito, Dessì?). Mentre assieme ai “ragazzi del cortile” smonta l'attrezzatura dal furgoncino. Mentre sale sul palco con zaino e chitarra. Insomma: è uno di noi, uno “normale”. E indovinate qual è la canzone che intermezza il parlato? Esatto: “Cantautore”. 

Seconda ambiguità. Nel ponte non è certamente il pubblico a parlare: ma è l'organizzatore, per lusingare l'ego dell'artista, o sono gli stessi pensieri dell'artista, che così preluderebbero alla seconda parte del finale (“Sì, è vero, sono io il più bravo / nessuno è bravo come me”)? Probabilmente entrambe le possibilità sono vere. Ma da entrambe Bennato, che sta per diventare una star (sarà il primo italiano a riempire San Siro, il 19 luglio 1980, con 80000 paganti), prende chiaramente le distanze. Ma allora chi è il cantautore santo, profeta ed eroe della Rivoluzione Proletaria? C'è chi sussurra il nome di Guccini, l'Intoccabile. Sarà vero? Chissà...

Terza ambiguità. Per capire bene la posizione di Bennato, come si è visto, bisogna mettersi ad analizzarne a tavolino il testo e la musica. Ma in quegli anni, come ha evidenziato Renato Marengo nell'intervento succitato, la fruizione concreta della canzone, arricchita dal vivo dalla mimica e dagli sberleffi di Bennato, faceva pensare che il rocker napoletano si ergesse a portavoce dei contestatori. Non era così: stava prendendo in giro tutti, cercando contemporaneamente di rabbonirli, sperando magari in una tregua delle contestazioni. Ma purtroppo sarebbero continuate, anzi, più aspre di prima, nutrite forse dalle parole di Dessì/Manconi.
A Salerno, il 26 settembre, i “ragazzi del cortile” vengono riconosciuti come simpatizzanti di destra e finisce a mazzate. Michelangelo Romano, che lo intervista per il primo libro a lui dedicato (“Edoardo Bennato. Un mondo in canzonetta”, Lato Side, 1976) insinua il dubbio, nel retrocopertina, che sia un “furbo epigono di Bob Dylan, […] autore di generiche 'proteste', campione del qualunquismo nazionale”. A dicembre, al Teatro Ambra di Genova-Nervi, ci sono scontri tra polizia e autoriduttori. Il 7 marzo 1977, fuori dal Teatro Biondo di Palermo, è guerriglia urbana tra esercito e duecento autoriduttori. Per riportare la calma Bennato promette un concerto, senza compenso, per raccogliere fondi per gli arrestati, l'11 marzo. Gli autonomi si presentano con le spranghe, e lo rimproverano di non essersi recato personalmente dalla polizia, quattro giorni prima, per chiedere il rilascio dei “compagni” arrestati. Alla fine Bennato li provoca, loro salgono sul palco e finisce a botte. Lui e i suoi devono rifugiarsi nei camerini, dove rimangono per un'ora. Quando escono, protetti da un'imponente servizio d'ordine, vengono bersagliati da un lancio costante di bottiglie di vetro. In Toscana, alla fine del concerto, trovano il vetro del Fiat 238 rotto. Il 16 settembre, al Palasport di Pesaro, nuova contestazione degli autonomi. Questa volta Bennato, che sta suonando, butta la chitarra per terra e urla: “Basta con questi scornacchiati!”. Quindi getta loro addosso l'asta del microfono. E mentre loro rimangono stupiti da tanto ardire, gli si getta addosso dal palco, menandoli di brutto, seguito dai “ragazzi del cortile” e quindi dal pubblico.
Alla fine però, agli autonomi resteranno la galera o il rifugio dei centri sociali; Bennato, invece, col formidabile trittico “Burattino senza fili” (1977) , “Uffà, uffà” e “Sono solo canzonette” (1980), conquisterà gli stadi e le televisioni, anche straniere. C'è giustizia a questo mondo.

Tag: analisi del testo

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