Paolo Benvegnù - Cantina Mediterraneo - Frosinone Live report, 17/03/2005

26/03/2005 di Lucia Conti



L’apertura del concerto è perfetta. “Quando passa lei” è di un’intensità che spiazza i toni sommessi della versione in studio e la formazione in trio, con Andrea Franchi alla batteria, tastiere e cori, e Luca Baldini al basso e alla chitarra (tutti sembrano fare tutto…), fa vibrare con impeto, nel guscio di noce raccolto e non troppo affollato della Cantina Mediterraneo di Frosinone, la malinconia sofisticata di Paolo Benvegnù.

Impeccabile e lunare, gentile con il pubblico e professionale come se si esibisse di fronte a una folla, l’artista lombardo inizia a presentare i nuovi brani, fermandosi solo per fare una considerazione compiaciuta sulle dimissioni di Calderoli (sicuramente apprezzata dal contesto, vicino a un’etica da centro sociale), e per introdurre, a questo punto, l’indimenticata “Centro” (“ma il titolo non ha nulla a che fare con la politica …”). Il resto è ancora storia recente. “Cerchi nell’acqua”, “Io e te”, “Suggestionabili” e “Il sentimento delle cose” seguono un andamento sognante ma nello stesso tempo enfatizzato da chitarre protagoniste e da una tensione live che irrobustisce, fotogramma per fotogramma, tutti i “ fragilissimi film” di un delicato album d’esordio. Bravo Baldini.

Straordinariamente espressiva la batteria di Franchi. La voce si impone sul vigore chitarristico con un’intensità spesso sofferente, sia quando parla il linguaggio del Benvegnù solista (“Il mare verticale” offre in questo senso momenti di assoluta e potente suggestione, “E’ solo un sogno” è davvero onirica…), sia quando usa quello degli Scisma, che tornano, inevitabilmente, in altre puntuali incursioni (ovviamente bella “E’ stupido”, “In dissolvenza” libera sonorità martellanti tra gli spazi vuoti degli stacchi e, com’era prevedibile, cattura). Quando non suonano, i componenti del trio si prendono in giro. All’intimità lirica dell’esibizione si sostituisce quella scherzosa, per quanto programmata, dell’intermezzo simpatico, ed è piacevole vedere le risate del pubblico mescolarsi a quelle della line up. Benvegnù pone quesiti surreali (“davvero i presbiti ci vedono solo da vicino?”, “le montagne russe sono amiche di Dostoevskij?”), imita sorprendentemente bene l’accento tedesco motteggiando il toscanissimo Franchi, che lo ha interrotto con un intervento poco chiaro (“ecco cosa succede quando si fa parlare la manovalanza!”), ringrazia i proprietari del locale e disinvoltamente chiude con “Catherine”, coda d’atmosfera che si arrende al trionfo della malinconia (“non vedo che uomini fuori e dentro di me ma non riesco a comprenderli…”).

Un’esibizione che sono sinceramente felice di aver visto, una seducente parentesi di intimità, una bella serata passata con Benvegnù.

“Sotto abat-jour”.



Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    Perché "Brunori a teatro" non è solo un altro concerto di Brunori Sas