Cinque cose che ho imparato dalle canzoni italiane

Francesco de Gregori - Francesco de GregoriFrancesco de Gregori - Francesco de Gregori
22/01/2016 di

Alcune canzoni sono fatte per rimanere nel tempo, sospese e fluttuanti, immutate, mentre intorno a noi tutto si modifica, cambiando velocemente stato alle cose. Restano perché ci ricordano un preciso momento della nostra esistenza, un amore, un incontro, perché ci hanno confortato e compreso; a volte, ci hanno insegnato pagine di vita da un solo verso. E ognuna resta un piccolo racconto privato che finisce per appartenere a tutti. C'è un fugace segmento esistenziale in ogni canzone: sia splendida, sciocca, profonda o del tutto superficiale, resta un’intrusione ben accolta dagli umorali sentimenti di tutti noi. Io le ritrovo intatte quando comprendo che hanno rappresentato me stessa, come tante biografie dentro un’unica biografia da decifrare: la mia.

 

Il sesso senza amore va bene lo stesso

Questa cosa del sesso che, sganciato dall’amore, rimane una prerogativa essenzialmente maschile ora mi fa un po' sorridere. Come se gli uomini avessero la straordinaria facoltà di scindere l’erotismo dal sentimento più nobile, e le donne si trovassero solo ad essere prede ingenue e manipolabili. E invece, guarda un po', il sesso rappresenta per tutti una deliziosa attività da praticare costantemente sia in versione soft da dolci innamorati sia in presa violenta da amanti fugaci. “Rapace” degli Afterhours svela un’intenzionalità sessuale molto esplicita, dentro una melodia in cui la donna è una preda da divorare. E il punto di vista è solamente maschile. La voce graffiante di Agnelli sembra lacerare gli abiti della protagonista possedendola con un’unica intenzione: turbare la sua pace e affondare il suo desiderio. Zero sentimentalismi, il sesso è cantato senza dietrologie amorose. Ma mi sono sempre chiesta: e lei? È preda o rapace?

 

Ciò che si aggiusta si romperà ancora

Un senso di non svelato, di nascosto, di celato si nasconde tra le parole di questa poesia in musica di Francesco de Gregori che per me rimane ancora un mistero da decifrare. La ascolto anche oggi con lo stesso stupore della prima volta perché racchiude la vita in una palla di vetro capace di frantumarsi in mille pezzi urtando l’amore. Ecco il mistero più grande e incomprensibile dell’esistenza: riuscire a sopportare sofferenze profonde camminando sopra cocci aguzzi e sgretolarsi in mille cristalli quando ci si innamora perdutamente senza essere amati. L’uomo che cammina su pezzi di vetro finisce per incontrare lei, e scherza con la vita, tra il velo e la maschera senza farsi male, prima di giocarsi l’ultima carta: trattenerla a sé per non rimanere ferito. Io credo di averla fatta mia per ogni disavventura amorosa vissuta e, in questo caso, trovandomi dentro alla doppia linea emotiva del testo: quella di lei e quella di lui. Meravigliosamente aderendo alla vita di entrambi: andarsene via dopo aver compreso l’inutilità del restare, rimanere ferita dopo aver visto qualcuno andarsene via.

 

Le stelle ci indicano la strada da percorrere 

Una barca sul mare di notte lungo la strada del ritorno. Solo le stelle tracciano il cammino. La potenza e la bellezza dell’immensità del cosmo e della nostra piccolezza. Quanta letteratura in questo mistero: lo spettacolo di alzare gli occhi di notte e scoprire che il buio di ogni esistenza svela sempre luminose costellazioni ad indicare la via. Amo incredibilmente questo pezzo di Vinicio Capossela che ci fa sentire tutti degli Ulisse per mare bramosi di vita, migranti senza bussola spinti dal desiderio impetuoso di conoscere e sapere. Ci sarà qualcuno ad aspettare il nostro ritorno? Chi parte per un lungo viaggio corre il rischio di perdere o di ritrovare ciò che ama, di perdersi o di ritrovarsi a sua volta. Le stelle ci indicano la strada da percorrere, ma rimaniamo noi gli artefici indiscussi del nostro viaggio.  

 

Come applicare alla vita i puntini di sospensione

E chi lo dice che la fine di un amore o un grande cambiamento esistenziale debbano per forza condurci ad una sofferenza atroce al di là della quale non si scorge possibilità di guarigione? Morgan scrive un testo ironico, beffardo, leggero, dal sapore agrodolce, sulla straordinaria capacità che abbiamo di rimetterci in gioco, fuori dagli schemi e dalle imposizioni. Alzarsi dal letto col piede sinistro (quello giusto, ovvio) la dice lunga su come parte la giornata di un soggetto un po’ folle che, tuttavia, vuole rimettere ordine ai suoi casini. Piuttosto che starsene immobile sopra ad un piedistallo, decide di perdersi nel mondo, di vivere intensamente altrove, in un luogo imprecisato dove è possibile che qualcosa lo sorprenda. Geniale il senso del pezzo: porsi con meraviglia di fronte all’imprevedibilità della vita perché nell’incoscienza non c’è mai negazione. E poi riderci su, con leggerezza. Ecco perché la canto spesso sotto la doccia.

 

Le persone negative distruggono l'amore

Non vi è mai capitato di conoscere persone che vivono la vita a perdere, si lagnano di continuo e reagiscono ad ogni cosa con il pianto? Individui che non sono mai contenti di nulla e credono che la ragione del male nel mondo dipenda tutta da loro? Faticosissimo vivere una vita di coppia vicino a qualcuno che non sa riconoscere la differenza tra l’amore e il pianto perché, per loro natura, escono solo quando piove senza neppure aprire l’ombrello. I soggetti così si ammalano facilmente poiché non sanno proteggersi dal freddo e, dentro ad una storia sentimentale, rifuggono le ragioni dell’altro poiché non comprendono le proprie, una cosa che Niccolò Fabi ha capito bene. Così, tal volta, le relazioni finiscono: a Roma, Milano, Londra, in ogni parte del mondo, se in due non si provvede ad alimentarle e custodirle. 

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Commenti (1)

  • giuseppecatani 22/01/2016 ore 16:17 @giuseppecatani

    questa gallery è incantevole. fai una seconda puntata?

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