Caparezza: "Vivo in un limbo, ho bisogno di ritrovare la meraviglia"

Una conversazione intima con un artista straordinario, all'indomani dell'uscita di "Exuvia". Dopo la detenzione di "Prisoner", un disco sulla fuga e sulla ricerca. Scritto non per compiacere qualcuno, ma per fare davvero i conti con sé stessi e i propri fantasmi

Foto Albert D’Andrea
Foto Albert D’Andrea

Facciamo per un attimo finta che il tempo abbia ancora un senso, e diciamo che è lunedì mattina. Di più, le 10 e mezza. Mi sistemo alla scrivania e collego Zoom sul telefono. Sul pc di fronte a me accendo un programma di acquisizione video, che mi serve in realtà solo per registrare le voci. Dopo 15 anni di questo mestiere e più di un anno di pandemia, non ho ancora trovato un sistema migliore. Ne viene fuori una mezz'ora di webcam che mi riprende tutto sghembo – roba che in mano a Enrico Ghezzi sarebbe già un programma di culto –, testimonianza della conversazione con colui che per me negli ultimi anni ha rappresentato la definizione di artista in Italia.

Per la seconda volta in quattro anni, mi è dato in sorte di aprire le danze delle interviste a Michele Salvemini in arte Caparezza. Era già successo nel settembre 2017, quando Prisoner 709 inaugurava una nuova, e parecchio sfidante, fase nella vita del musicista pugliese. Riaccade ora, a pochi giorni dall'uscita del suo ottavo disco in studio, Exuvia. La cosa hai i suoi pro e i suoi contro. Tra i primi, certamente, la spontaneità: alla decima intervista in poche ore, inevitabilmente, si tende a inserire il pilota automatico, si è capito le risposte che funzionano e quelle meno efficaci e si agisce di conseguenza.

Allo stesso tempo, però, aumenta quel senso di soggezione di cui è sempre bene – in dosi moderate – nutrirsi in questi casi. Perché a chi dà sempre risposte intelligenti, sempre si vorrebbero porre domande intelligenti e magari originali. Perché, soprattutto, so bene quale forma di tortura – necessaria, anzi fondamentale – rappresenti per Caparezza indulgere nell'autopromozione. Posso immaginare, nell'illusione di conoscerlo almeno un po', quanto gli sia pesata in queste settimane, dopo quasi quattro anni di silenzio (creativo), l'idea di dover tornare sotto i riflettori di uno showbiz in cui lui viene da sempre dalla Luna. E ora mi sento un po' uno stronzo ad azionare di nuovo io per primo la morsa.

Non mi dilungherò nella descrizione di Exuvia, un disco di 14 tracce più 5 skit. Al terzo ascolto non sento ancora di poterne dare una descrizione adeguata, se vi va ci risentiremo più avanti magari per una recensione. Posso dire che, in buona sostanza, è il disco che mi aspettavo (e forse che volevo) dopo Prisoner, che per me in assoluto, assieme a Museica, rappresenta il miglior lavoro nella carriera di un artista che sta invecchiando decisamente bene. Non è forse un caso che abbia fin qui seguito, almeno per quanto riguarda i singoli, una medesima parabola: la presentazione al mondo con la title-track manifesto, una hit molto potente e almeno in parte aliena dal resto del percorso (in un caso era Ti fa stare bene, ora La scelta).

È un disco meno cupo del precedente, in cui colpiscono le atmosfere '80 che rimandano a uno dei pezzi più celebrati di Caparezza come Goodbye Malinconia. Ma è un album – prodotto tutto a km 0, se non per il mix finale fatto in California dal solito Chris Lord-Alge – altrettanto duro e doloroso. Exuvia – opzione non confermata né smentita dal diretto interessato – pare il secondo capitolo di una trilogia che deve molto a Dante, e non solo per la selva che ospita le imprese del protagonista. Se Prisoner 709 era un inferno di afflizione, il nuovo disco somiglia molto al purgatorio. Dopo il carcere, tutti quanti ci aspettavamo un'evasione. Ma pochi, a differenza di Caparezza, se la immaginavano come un tortuoso percorso di espiazione, da cui riemergere magari tra altri tre o quattro anni (con un nuovo disco). 

Michele appare dentro al mio Zoom, dietro di lui un'intricata foresta di cartone. A questo punto si tratta soltanto di fare una scelta, e così inizio a parlare.

Caparezza nello scatto di Albert D'Andrea
Caparezza nello scatto di Albert D'Andrea

Se non ci fosse stato questo delirio, quando sarebbe uscito il disco? 

Il disco esce in questo momento perché era pronto in questo momento. Non ho rimandato il disco per il Covid. Quando è iniziato tutto quanto, ero ancora in una fase creativa molto particolare. Questo disco, forse si sarà capito, è frutto di molte tribolazioni.

Che effetto ti fa che esca in questo momento storico?

Mi avevano suggerito di aspettare, ma ho preferito di no. Il mio approccio verso le cose che faccio è questo: quando ci sono escono, quando non ci sono rimangono nel cassetto. Non adotto strategie, né mi interessa farlo.

Un solo pezzo tra quelli in tracklist è stato scritto durante il lockdown, il Covid è citato un'unica volta nei pezzi. La pandemia in qualche maniera è rientrata in Exuvia o ne è del tutto estranea? 

Diciamo quasi del tutto estranea. Il fatto di citare il Covid è semplicemente perché avevo l’esigenza di far capire che stavo attraversando anche questa fase qui. Ma in realtà la  sensazione di essere intrappolati in un mondo da cui non si esce ad uscire, che pervade tutto il disco, c'era a prescindere. Metaforicamente l'ho resa attraverso la foresta, ma è una condizione mentale cui sono abbastanza abituato, e che appunto avevo anche prima della pandemia.

Dopo Prisoner 709 era inevitabile ci fosse una forma di evasione. Ma Exuvia è veramente considerabile tale, visto che il processo appare persino più doloroso della detenzione?

Forse nella mia testa stavo e sto costruendo un trittico, lo vedremo. Prisoner rappresentava la prigionia che vivevo ogni giorno, costretto quasi ad interpretare un ruolo, cosa che non mi piace. Cercavo di smarcarmi, ma in realtà ero prigioniero di tante cose. Questo secondo me “colpisce” tutti gli artisti: a un certo punto senti che quello per cui vieni percepito diventa superiore a quello che fai. Ho immaginato che Exuvia partisse avendo alle spalle il disco precedente, ho visualizzato una prigione di massima sicurezza e quello che gli si ergeva davanti: una boscaglia, dove far perdere le mie tracce. Questo non è un disco sulla libertà dopo la prigionia, ma sulla fuga e sulla ricerca di qualcosa. Sull’inquietudine di essere un fuggiasco che può essere ripreso da un momento all’altro e riportato in quella gabbia. 

Quanto è difficile da rendere un sentimento come l'inquietudine? 

Non è semplice, ma c'è chi lo ha fatto alla grande nella storia dell'arte. Tra le principali fonti d'ispirazione del disco c'è Fellini, che in raccontò questi stati d'animo in maniera meravigliosa. Il regista spaesato in questo centro termale, che sa che vuole fare un altro film, ma non sa da dove cominciare: è distratto, ha mille dubbi e perplessità e se li porta dentro per tutta la pellicola. Fellini al massimo della sua genialità. La fuga dall’Exuvia (l'esoscheletro degli insetti che rimane dopo la muta, ndr) è la fuga dal mio vecchio me. Che per adesso è una fuga artistica, poi non so cosa potrebbe diventare: ad oggi è smarcarmi dal ruolo che ho sempre avuto di pungolatore grottesco di costumi sociali, concentrandomi su quella che è la mia fase adulta. Che voglio prendere a piene mani con tutti i suoi pro e i suoi contro.

Personalmente trovo sia di gran lunga la fase più interessante della tua carriera. Hai la percezione che per molti non sia così?

Molto spesso qualcuno mi rimbrotta dicendo: “Dove è finito il Caparezza?". C’è, ma ha cambiato il suo modo di dire le cose. Io voglio appartenere al mio tempo in maniera disperata. Non voglio fare la fine del nonno ubriaco al matrimonio che si mette a ballare la break dance (ride). Voglio essere un 47enne fiero dei miei anni. Che ha fatto tante cose, e che non vuole ripetersi. Ho cercato varie soluzioni per raccontare questo spaesamento, perché avevo il terrore di scrivere un album eccessivamente malinconico. In contrapposizione con Prisoner, ho provato a sperimentare molto e mettere canzoni molto diverse tra loro in questo disco. Non significa necessariamente essere più pop – gli argomenti trattati non lo sono affatto –, ma cercare di liberarmi e alleggerirmi un po’ con questo viaggio.

I 700 anni dalla morte di Dante e la presenza di una selva nel tuo disco sono una casualità totale?

Totale. La selva, che non è soltanto una prerogativa di Dante, ma della letteratura in generale  – e adesso attenzione che dico una cosa marzulliana –, è un posto in cui si rischia di perdersi e di ritrovarsi. Io ho immaginato un percorso: ogni canzone è un elemento del tragitto dentro questa selva. Nello stesso luogo in cui di giorno puoi ammirare certe meraviglie, una volta calato il sole provi angoscia e inquietudine. Credo che sia la perfetta sintesi della vita, che è fatta di momenti bellissimi e subito dopo di sconforto totale. Devi prendere entrambi quei momenti del viaggio e farli combaciare.

Cosa cercavi dal punto di vista sonoro? Il disco ha un impianto decisamente '80 o me lo sono sognato?

Non te lo sei sognato, perché io ho degli accordi preferiti, che arrivano tutti dagli anni '80. Ci sono delle sequenze di accordi minori con cui empatizzo particolarmente. Ti faccio un esempio: New Year’s Day degli U2 ha una sequenza di accordi che mi rapisce totalmente, con quei cori quasi da stadio che in realtà sono appunto accordi minori. Proprio su questi accordi ho costruito tutto il disco, accordi che per la loro natura sono un po’ nostalgici. Anche se chiaramente si tratta di semplificazioni musicali: quando si dice “minore uguale triste, maggiore uguale felice”, in realtà non è mica sempre così.

Operativamente significa "aggiungere" o "togliere"?

Credo che questo sia musicalmente uno dei miei dischi più complessi. Perché non si passa attraverso una ripetizione di loop, che per me è il perno di ogni semplificazione. Cerco di essere chiaro: per me è molto facile prender un loop e metterci una ritmica rap sopra, invece avere a che fare con le armonie o i cori è un'altra faccenda. Ad esempio Exuvia, l’ultima traccia, è a tempi dispari, anche se non se n'è accorto quasi nessuno. La sua strofa è tutta dispari perché volevo emulare la scomodità che la larva prova nell’uscire dalla propria pelle, per arrivare al ritornello che invece diventa pari. Un passaggio complesso, rappresentato da quello dai sette quarti ai quattro quarti. Allo stesso tempo mi premeva che tutte queste ricerche che ho fatto – lo sapevate che è possibile suonare Per Elisa di Beethoven sulle strofe e Such a Shame dei Talk Talk sui ritornelli, perché la sequenza armonica è la stessa? – fossero percepite in maniera semplice. La buona musica di solita fa così: La voce del padrone, che è il disco pop di Battiato per antonomasia, in realtà è molto ricercato. 

Quante volte (almeno) vorresti che si ascoltasse questo disco?

Secondo me dopo almeno tre o quattro ascolti si comincia a capire un po’ meglio il lavoro musicale che c’è dietro. Da quando mi sono spostato sulla band e ho dedicato maggiori energie all’esecuzione dal vivo, mi sono sempre più affezionato alle armonie. I cori sono andato a registrarli direttamente io: nel disco c’è un coro da chiesa in un pezzo che dice “SO-NO, SO-NO”, che significa anche “NON SO”, a indicare le difficoltà di fare delle scelte. Ci sono un sacco di particolari che rischiano di sfuggire. 

L'abbrivio alla scrittura di Prisoner lo diede la lettura di un saggio sull'esperimento carcerario di Philip Zimbardo, ora una sceneggiatura di Fellini. Cosa accade durante queste tue letture, cosa si apre dentro la tua testa?

Ci sono sempre dietri dei libri di riferimento che io leggo, ma senza cercarli. Sono in una fase in cui la lettura mi arriva per "serendipità", tipo “cerchi una roba e ne trovi un’altra”. A volte è un amico che lascia un libro sul tavolo, lo colgo e comincio a leggerlo. A volte volte li trovo chissà dove, ma quasi mai vado alla ricerca della lettura. È strano, ed è interessante proprio per questo. Ce ne sono tante di letture in questo disco, ma la principale è Il Viaggio di G. Mastorna, detto Fernet, il titolo di un film ideato da Federico Fellini e mai realizzato. Racconta il viaggio di un musicista – che aveva la mia età quando ho letto il libro, e questa cosa già è interessante – che atterra in una città (credo) tedesca e si ritrova in un mondo paradossale dove nulla è come prima, tutto è caotico e le persone parlano con un linguaggio incomprensibile. Così lui si ritrova totalmente fuori luogo. In realtà il musicista è morto e l’aereo è precipitato, la sua è una vita ultraterrena. Se Fellini avesse realizzato un film da questa sceneggiatura, secondo me avrebbe completato un altro capolavoro.

Quali altri libri hanno ispirato questo tuo nuovo concept?

La lettera al Padre di Kafka, che ha ispirato Zeit! e che parla del tempo che invecchia, come tutte le cose del mondo. La lettera al Padre è una lettera che Kafka aveva scritto a suo padre – con cui aveva un rapporto incredibilmente conflittuale – e che non ha mai consegnato (come tutte le opere di Kafka è postuma). Io ho sostituito nella mia testa il padre con il tempo, pensando che il tempo fosse un po’ nostro padre. Alcune frasi diventavano assurde, nel mentre che acquistavano tutto un nuovo significato, una nuova prospettiva. Ad esempio in Zeit!, quando riprendo Kafka che scrive “padre non hai più il vigore di un tempo che mi terrorizzava”, mi riferisco al periodo che stiamo vivendo. In cui anche il tempo sembra stia invecchiando, sembra essersi fermato e aver perso la capacità di correre come tutto il resto.

Come convivi con l'acufene?

L’acufene non passa, lo dico definitivamente. E ci sono sempre più persone che sviluppano questo deficit, che è in continua ascesa. Si deve imparare a conviverci. Nel mio caso, credo che abbia avuto un ruolo importante nel mio virare la creatività in una direzione diversa.

In che senso?

Il fatto di togliere sempre di più i suoni striduli dalla musica che faccio, ad esempio. Come le chitarre elettriche o i pezzi alla Rage Against the Machine. Sono sonorità che stanno scomparendo dalla mia discografia perché ho bisogno di sentire altro. Per ora comunque diciamo che ci convivo, e sono pure riuscito a fare un altro album.

Caparezza nello scatto di Albert D'Andrea
Caparezza nello scatto di Albert D'Andrea

A una lettura superficiale del disco si potrebbe dire che al centro dell’opera c'è una forma di “depressione”. In realtà non credo si possa parlare di questo, perché la depressione è l’incapacità di fare passi sia avanti sia indietro e di vedere del positivo nelle cose, mentre in Exuvia spesso avviene proprio il contrario, e tu illumini persino la morte. C’è una definizione per la tua situazione?

Limbo. La definizione madre è questa. Io vivo in Puglia, e teoricamente qui c’è sempre il sole. Ma tutte le volte che ho scattato le foto per il book, quando sono andato a girare il video, in questo momento che sto facendo l’intervista, è grigio. Sempre! Ogni volta che parlo di questo disco, si ingrigisce il cielo. Il grigio è il colore del limbo. Non è un disco sulla depressione, ma è un disco sulla stasi, sulla voglia di andare oltre, sul recuperare e trovare le energie per fare una scelta per levarsi dal limbo. Io sono ancora dentro la selva, ma questo disco mi serve per incanalare energie. Io ho scritto veramente per me, l’ho sempre fatto, ma in questo disco ancora di più. Tant’è che non ho paura di come possa essere recepito, perché l’importante è che lo abbia recepito io, per come è venuto fuori. Mi è costato veramente tanto. Dopo l’ultima canzone che mi è stata consegnata dall’America da Chris Lord-Alge, ho avuto un crollo emotivo che non riuscivo a fermare. Non mi capita spesso. 

Dentro di te il limbo ti pare "mezzo pieno" o "mezzo vuoto"?

Una delle frasi cardine si ritrova nella traccia Il Mondo Dopo Lewis Carroll. Un adulto appassionato di musica, che ne ha ascoltata tanta e ne ha abusato fino a compromettere le proprie orecchie, a 47 anni non si meraviglia più di niente. Nel pezzo dico “dove sei, meraviglia?” e vado alla ricerca dello stupore che non trovo più. Pure quando ascolto il nuovo genio della musica, dico “questi suoni li ho già sentiti”. Voglio ritrovare la meraviglia, devo trovare un modo per recuperarla. Sono ancora in una fase di limbo, in attesa che la meraviglia torni da me.

In Come Pripyat torni a parlare di rap, di quanto sia impossibile per te "sentirti ancora a casa" all'interno di una scena che ha obiettivi, valori e riferimenti del tutto diversi da quelli che hanno fatto avvicinare te a questo genere musicale. Difficilmente potrei essere più d'accordo. Ti pongo però un'altra questione: tra tanti dischi usa e getta, nell’ultimo periodo sono uscite alcune cose molto personali e profonde, penso a Massimo Pericolo, all'ultimo di Mondo Marcio o Marracash che nelle loro canzoni hanno parlato apertamente di depressione. Che effetto ti fa, dopo due dischi così intimi, che questo tema sia entrato dalla porta principale nel dibattito?

Credo che sia lo specchio del tempo. Il rap ha sempre raccontato il mondo intorno a sé. Ora dico una cosa forte, forse esagerata: il mondo basato sulla velocità è la causa di questo dilagare di depressione. E penso che c'entri anche la facilità con la quale si arrivi a fare le cose. È mai possibile che un artista passi in un anno da zero ad artista più blasonato del pianeta? Se questa cosa avviene senza sacrificio, senza anni di lavoro, è probabile che  immediatamente dopo arrivi il down, un po’ come l’euforia da cocaina. Più una cosa si ottiene facilmente, più è probabile che non riusciremo più a dare valore a quello che troviamo.

Ok, boomer? 

Ma io sono un boomer! O meglio, non so esattamente se questa parola possa definirmi, però sono nato negli anni ’70 e ho vissuto diversi anni della mia vita senza i social e senza Internet. Ricordo che per comprare un disco, minchia, me lo dovevo sudare. E quando lo compravo, me lo dovevo ascoltare per forza e attentamente perché, cavolo, ci avevo investito tempo e denaro. Anche se non mi piaceva, dovevo ascoltarlo mille volte. Adesso immagino che ci sia meno profondità e soddisfazione nell’ascolto.

Da qui un nuovo ritorno allo spirito e all'intimità? 

Questo mi pare un buon tema. Perché si è passato da temi sociali come la politica a temi intimisti? Questo è spontaneo e naturale quando si cresce, alla mia età. Ma quando un giovane tratta questi temi è un po’ strano, forse. Dobbiamo indagare questo, più che altro. 

In Campione dei Novanta pari della tua carriera, in termini non esattamente di autocelebrazione. Davvero ti crea così disagio? 

Non più. C’è stato per tanti anni lo spettro di Mikimix, che ora non mi crea più alcun disagio. Ho metabolizzato quell’esperienza, come tutte le esperienze “negative” della mia vita credo al contempo sia stato un propulsore pazzesco. Non sarei riuscito a scrivere quello che ho scritto se non avessi avuto il passo falso come Mikimix. Poi, ci sono tante altre cose che ho fatto nelle quali non mi riconosco più naturalmente, come credo tutte le persone a una certa età. Non la penso più come la pensavo prima, quando ero ragazzo: è normale. L’unico modo per vivere sereni è fare pace con questa cosa.

Quanto ti riascolti ti stai sul cazzo? 

Assolutamente sì (ride). O meglio, non mi riascolto in verità, anche perché l’ho già fatto mentre creavo il pezzo e ho la possibilità di riascoltarmi quando salgo sul palco e faccio i concerti. Ogni tanto però mi ricapita di ascoltare quei pezzi che sono considerati “b-side”. In generale, però, guardo avanti. 

In questo disco c'è un pezzo che credi non ti stancherà in futuro?

Sono particolarmente fiero di La Certa. Una canzone sulla morte che sono veramente contento di aver scritto. È l’unico pezzo che continuerò a riascoltare, perché mi è costato tanta fatica trovare le parole giuste. Sono contento di essere arrivato fin qui per aver scritto una canzone del genere.

Veniamo a La scelta. Hai dato vita a un parallelo intricatissimo tra le vite di Mark Hollis dei Talk Talk e Beethoven, e in cinque minuti in Rete i tuoi fan – evidentemente "educatissimi" – avevano già fatto un'esegesi perfetta della trama e del tuo pensiero. Tu sei sia Marco che Ludovico, giusto?

Sì, ho le caratteristiche di entrambi. Però non ho ancora svelato quali caratteristiche dell’uno e quali dell’altro (ride).

Tutta la tua carriera si regge su paradossi, voluti o subiti. Ora un altro: hai fatto due dischi parecchio scuri come mood, di cui al grande pubblico arrivano principalmente singoli motivazionali, visto che tali sono Ti fa stare bene e Una chiave prima, e La scelta e El Sendero (hit designata, secondo me) ora.  

Vero, e va bene così. Con Exuvia non volevo scrivere un disco triste né malinconico, volevo che ci fosse anche della positività dentro. Per altro la cosa che me ne dà di più è proprio il mio pessimismo, che è costruttivo. Pensare “non riuscirò mai a scrivere un altro disco” mi pone davanti una sfida da superare. Sono contento se vengono fuori dei pezzi motivazionali, perché questo è il paradosso di cui mi nutro: il pessimismo positivo.

Che effetto ti fa – a cominciare proprio da questa intervista – tornare nel mondo dello spettacolo, al centro del palcoscenico che è causa di molte delle tue sofferenze?

Ti ringrazio per questa domanda (ride). Quando devo fare la promozione mi vesto da divulgatore: mi sposto, faccio un passo indietro, e cerco di raccontare questa opera per cui mi sono speso tanto. Anche perché mi rendo conto che, nonostante possa sembrare semplice, ha una complessità di fondo. Che vorrei si cogliesse. Non posso negare, però, che ritornare nel calderone per me sia molto difficile. Ecco un altro paradosso: amo fare questo lavoro, ma allo stesso tempo lo patisco terribilmente. Sarà che non sono un egocentrico.

Stai pensando al live?

No. Ho pensato a qualcosina, ma non ho affrontato ancora l’argomento veramente.

Come sempre il disco è fatto tutto o quasi in Puglia, con maestranze del territorio. Come hai vissuto questi mesi di sofferenza, oblio e proteste di molte persone?

Ho partecipato attivamente al progetto Scena Unita, che mi sembrava interessante e soprattutto concreto. A me ‘ste cose degli hashtag non convincono più tanto, per cui da quelle mi sono un po' fatto da parte. Mi dispiace veramente per tutti i lavoratori dello spettacolo perché sono dei fantasmi. Ci sono fonici che ancora non sono inquadrati nel loro mestiere. Ci vorrebbe una riforma del mondo dello spettacolo, che ridisegni questo settore per intero. Quando si dice “torneremo come prima” è profondamente sbagliato. Dobbiamo tornare  “meglio di prima”, altrimenti avremo perso quest’opportunità che ci sta dando, paradossalmente, la pandemia.

Ora faccio io Marzullo, per chiudere. In questo ultimo periodo tanti hanno vissuto solo con sé stessi, senza esserci abituati. Tu, invece, affronti la condizione di chi si confronta continuamente con il proprio io da molto tempo, indipendentemente da ciò che accade fuori. C’è una domanda giusta da farsi, per provare a mettere un pochino le cose a posto nella propria testa?

Sei sereno? Che non è tipo "sei soffisfatto?". Anzi, spesso le due cose sono in conflitto. A volte, penso ad esempio a me, si arriva a fare dei mestieri o a raggiungere traguardi che abbiamo inseguito da sempre, ma capiamo che non era quello il vero punto. La soddisfazione può essere un concetto fuorviante, un'autogiustificazione persino. Dobbiamo andare più a fondo in noi stessi, per questo parlo di serenità. 

Allora ti faccio la domanda sbagliata: sei soddisfatto?

Sì. Ora trai tu le tue conclusioni!

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L'articolo Caparezza: "Vivo in un limbo, ho bisogno di ritrovare la meraviglia" di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2021-05-08 10:39:00

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