Carl Brave x Franco126

Canzoni scritte sui sampietrini: il suono delle polaroid sbiadite di Carl Brave x Franco 126

Carl Brave x Franco 126Carl Brave x Franco 126
23/01/2017

Rabbrividisco all’idea di quantificare il tempo buttato aprendo link poi rivelatisi deludenti. Probabilmente, mettendo in fila tutti i minuti persi per l’ascolto di una canzone brutta, la lettura di una notizia-bufala o la visione di un video di cui non si sentiva francamente il bisogno, scoprirei di aver sprecato intere giornate (o nel peggiore dei casi intere settimane) mosso solo da curiosità, aspettative poi puntualmente mortificate o indignazione.

Ma capita anche anche di cliccare su link che ripagano – almeno in parte – delle delusioni passate. Non capita spesso ma capita, e nel momento in cui ho aperto “Tararì Tararà”, di Carl Brave x Franco126, ho provato quel senso di appagamento in cui speri ogni volta che stai per regalare un click alla cieca.

Non sapevo chi fossero, mai sentiti prima. C’era solo l’anteprima con il titolo del pezzo e una Polaroid sbiadita come immagine di apertura. E subito è partito quel giro di basso, seguito dalla chitarra, dalla strofa, dal ritornello e da un mondo fatto di immagini in sequenza, che ti investono con forza cinematografica.

Il brano è (per ora) l’ultimo inserito in una playlist YouTube dal titolo “Polaroid”, aggiornata periodicamente con nuovi contenuti: visualizzazioni e commenti positivi in continua crescita e sei pezzi destinati a diventare una decina, proprio come il numero delle immagini supportate da una cartuccia Polaroid. E tutto diventerà poi un album, in uscita verso marzo.

La forza di Carl Brave e Franco 126 è la capacità di suonare così citazionisti eppure totalmente inediti, così familiari e alieni al tempo stesso. Inutile cercare di ricondurre a un solo genere: è roba orecchiabile come il pop e sincera come vuole la tradizione cantautorale italiana. È sporca come il rap, malinconica come il blues, forse anche elegante come il jazz. È un prodotto meticcio fatto con cuore e passione. È come ascoltare una jam session fra Neffa (quello dei Messaggeri della Dopa) e Califano, Calcutta e Young Thug. O forse è più semplicemente la musica che farebbe Drake se fosse cresciuto a Trastevere.

Perché è proprio da Trastevere che vengono: due ragazzi poco più che ventenni con alle spalle storie come tante altre e un’innata capacità di raccontarle attraverso una scrittura fortemente evocativa e parole che sembrano essere scolpite sui sampietrini.

“I sampietrini tornano spesso nei nostri testi perché rappresentano la zona di Roma da cui veniamo. Sono quelli che rendono le strade tanto belle, ma anche scivolose”. Le strade di Roma, nelle loro canzoni, ci sono tutte, splendide e bastarde: c’è la vita in una grande città, c’è la realtà di tutti i giorni fra amore e noia in una metropoli avvolta da una coltre di malinconia. E senti subito che in fondo, nelle vite di Carl e Franco, non ci sono solo guai.

Nei pezzi c’è uno spaccato delle nostre vite. Ci puoi trovare Roma, le ragazze, le guardie, le risse. La nostra è una scrittura descrittiva che fotografa tutte le situazioni che viviamo."
Ma se Roma è il punto di partenza, la direzione è l’Italia intera. Perché parlano a una generazione, senza filtri e senza schemi, lontani dai cliché e vicini al cuore.

“Andare in controtendenza rispetto alla trap è stata una scelta spontanea. Abbiamo voluto fare qualcosa che rispecchiasse al 100% quello che siamo, qualcosa che venisse davvero dal cuore.” Non che la trap non piaccia, anzi. Ma qua siamo proprio a un altro livello.
Se oggi in Italia possiamo sostanzialmente identificare due fazioni, chi considera la trap come la naturale evoluzione del rap e chi al contrario tende ormai a negare ogni possibile legame di parentela, sarebbe assolutamente sbagliato definire il suono di Carl e Franco semplicemente in base alla sua relazione con altri generi. È più che altro una creatura ibrida che affonda le radici in un terreno musicale e culturale variegato e complesso. È qualcosa che mancava, che non scimmiotta ciò che arriva da altre parti del mondo (o anche dal nostro Paese) ma se ne riappropria in maniera intelligente e rispettosa, dando vita a qualcosa di unico e bello. Difficile stabilire se il risultato finale sia la dimostrazione di come il rap sia effettivamente diventato il nuovo pop o, al contrario, demolisca questa teoria spingendo piuttosto a credere che il pop sia il nuovo rap.

Altra caratteristica peculiare è la perfetta alchimia fra Carl (producer, ma anche voce) e Franco. Si alternano e incastrano fra linee vocali melodiche e rap, suonano come se fossero una sola entità, ma sono sempre in due.
Lavoriamo sempre fianco a fianco, c’è un continuo dialogo, uno scambio reciproco. Scriviamo praticamente insieme le strofe, ci confrontiamo sui ritornelli e cerchiamo di far funzionare il tutto alla perfezione.” 

In effetti tutto gira alla grande, ogni parola va a segno e ogni singola nota colpisce il bersaglio. Ma è il genuino equilibrio delle cose fatte con il cuore, non la plastica perfezione dei progetti studiati a tavolino.

“Non avevamo in mente un pubblico particolare a cui rivolgerci quando abbiamo iniziato. Abbiamo semplicemente fatto quello che ci veniva dal cuore, ed è così che è nata ‘Solo guai’. Ci è piaciuta da subito, abbiamo visto che piaceva anche ad altri e siamo andati avanti. Abbiamo pensato solamente a mettere in musica quello che siamo, senza curarci dell’immagine. Infatti fa piacere che la gente apprezzi le nostre canzoni a prescindere dalle facce che abbiamo o dai vestiti che indossiamo. Anche perché alla fine non valgono più di trenta euro!”
E così ogni pezzo è un ritratto fedele, una fotografia. Anzi, una Polaroid.

“Le istantanee che vedi nelle anteprime dei video le ha scattate Ali, un ragazzo del Bangladesh che gira per il quartiere. Le didascalie invece sono scritte ogni volta da una ragazza diversa. Ali fa sempre uscire male la prima foto, così poi dobbiamo pagargliene anche una seconda o una terza. Il problema è che ora sono settimane che non si trova, abbiamo chiesto in giro ma niente, probabile sia ripartito per il suo Paese. Quindi dobbiamo assolutamente trovare qualcuno con una Polaroid per i prossimi pezzi!”

Non si può infatti pensare di cavarsela – per le prossime volte – con un po’ di Photoshop. Si perderebbe autenticità, e quindi cadrebbero le fondamenta di quanto costruito finora. Perché in fondo sono anche storie semplici come quella di Alì a rendere così genuina la musica di Carl Brave e Franco126. Sono storie di amore e noia, di ragazze che cantano Tiziano Ferro dall’abitacolo di una Smart, schimicate dallo zozzone e buste della CRAI. Storie romanticamente disilluse che si animano ogni volta che si schiaccia play, e che possono essere rivissute a Roma come a Milano o Napoli prima di perdersi in mezzo al fumo di una Lucky Strike.

Chitarra, violoncello, fiati, il procedere ipnotico del beat. La musica è la cornice perfetta in cui si inseriscono le liriche, e contribuisce in maniera decisiva a definire l’identità specifica della creatura di Carl e Franco. E se al momento i live sono ancora in una forma embrionale, per il futuro non stupirebbe vederli sul palco in versione acustica: Per ora abbiamo fatto solo pochi live a Roma, stanno arrivando delle richieste da fuori ma preferiamo aspettare, vogliamo che anche i concerti ci rispecchino al meglio. Puntiamo a esibirci con la band. Nei pezzi senti tutti strumenti suonati: la chitarra è di Lo-Fi che è un caro amico, il sassofonista è il padre di Ketama [amico di vecchia data e membro della loro crew, la 126, ndr], il violoncello lo suona Olivia, una ragazza che vedevamo esibirsi per strada, ci è piaciuta e abbiamo deciso di coinvolgere.”

Amici accomunati dalla voglia di suonare, persone che hanno vissuto situazioni comuni e che quando fanno musica hanno in testa un solo concetto: enjoy.

“Come immaginario ci sentiamo più vicini all’indie. Ma è dall’hip hop che veniamo, quindi nei pezzi ci senti ovviamente fare rap e usare l’autotune. E poi c’è la strada, perché è lì che stiamo sempre. Nei testi però non trovi struggle o atteggiamenti ghetto, non è la roba nostra. Siamo ragazzi normali, tutto qua.”

La parola che mancava per inquadrare il tutto: normalità. Normalità nell’accezione più positiva del termine. È quel tipo di normalità che ti mette a tuo agio da subito, che ti fa sentire a casa. È quella straordinaria normalità in cui è facile riconoscersi, grazie a esperienze comuni e ricordi di canzoni dei Tiromancino o di quei ritornelli un po’ barcollanti alla Dj Gruff. Ma più vai avanti, più li conosci, più i riferimenti cadono uno dopo l’altro. E ti ritrovi solo con Carl Brave e Franco126, con in testa quel motivetto che fa: Tararì, Tararà.

 

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Commenti (2)

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  • Riccardo Ferrari 4 mesi fa @gigi.operaio

    Io mi chiedo davvero dove senti Neffa e, soprattutto, Young Thug nelle loro canzoni.

  • monoryth 26 giorni fa @Monoryth

    mi piace un sacco come è scritto questo articolo, grazie!

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