Roma Brucia, il trionfo catartico di Carl Brave x Franco 126 Live report, 22/07/2017

25/07/2017 di

"Ci sono i vivi sopra e i morti sotto e noi in mezzo. C'è un mondo in cui tutti si incontrano, il mondo di mezzo”

(Massimo Carminati)

 

Sono i giorni delle sentenze che ci dicono che Mafia Capitale in realtà non è mai stata mafia ma “mondo di mezzo” (neanche J. R. R. Tolkien avrebbe saputo fare di meglio se avesse dovuto scrivere una puntata di House Of Cards). Sono le ore degli incendi sul raccordo anulare e sul litorale romano, del “disastro ambientale” (Virginia Raggi) e del “a Roma sta finendo l'acqua” (Zingaretti). È in questo contesto che Roma Brucia è molto più che il nome di un festival di nuova musica romana, una sorta di fotografia perfetta dello stato delle cose di questa città: bruciano letteralmente le pinete, e brucia metaforicamente – d'energia e di successo – la scena musicale della città.


(Il pubblico di Roma Brucia)

È alla Ex Dogana di San Lorenzo, uno spazio sotto le imponenti curve della tangenziale, che si svolge questa rassegna curata da Bomba Dischi, etichetta romana che più delle altre ha contribuito – stando dentro la metafora – a mettere a fuoco artisti che hanno poi fatto le fiamme. Tre nomi su tutti: Calcutta, Giorgio Poi e Carl Brave x Franco 126. Sono qui proprio per questi ultimi, i figli di Trastevere che ci hanno rubato il cuore con una serie di canzoni postate su Youtube accompagnate da una fotografia, finite poi nel disco di debutto “Polaroid” uscito ad aprile e subito diventato cult. È curioso ma non troppo che i due dischi che preferisco di questa nuova ondata di trap/rap/pop italiana (questo e “Album” di Ghali) abbiano nel titolo riferimenti alla fotografia. È proprio con una tecnica capture/release che sono stati scritti i testi di entrambi gli album. Una sorta di contemporaneità sincronica, lo stesso meccanismo che sta alla base del feed di Facebook, dove nel giro di uno scroll puoi trovare le foto della tua amica al mare, un amico pedante che posta articoli sul climate change e le notizie di calciomercato commentate da un tifoso criptofascista.

“È la vittoria del contingente sull'assoluto” chiosa il Boss mentre compra una Ceres da un Bangla in zona stazione Termini. Gli ho appena fatto ascoltare “Enjoy” dagli speaker del mio Iphone 5, non aveva mai sentito nominare Carl Brave e Franco 126 prima: “Da quando mi hanno sequestrato la macchina uso il carsharing per spostarmi, mi ritrovo in molte delle cose che dicono. Ai nostri tempi si parlava del cosmo, ora invece il racconto è sul dettaglio”. Con i suoi capelli lunghi raccolti in una coda e la sua t-shirt di Lou Reed periodo Transformer, il Boss per “nostri tempi” intende l'altro ieri. Siamo entrambi del 1985, abbiamo 32 anni, non siamo giovani ma non siamo neanche vecchi. In questi ultimi tre anni il mondo ha corso alla velocità della luce e il Boss è rimasto fuori dal giro: “Questa roba nuova non la conosco, quando ho suonato a Roma Brucia c'erano solo chitarre in giro”. Il mio obiettivo stasera è insegnargli cosa sia la trap, fargli scoprire questo mondo di sotto che ora è il mondo di mezzo.


(I Mòn)

Arriviamo nell'esatto momento in cui sul palco principale attaccano i Mòn, quintetto indie-rock romano che suona come il bignami di tutti i gruppi che si ascoltavano ai tempi nostri. Hanno per noi il ruolo di Caronte, ci accompagnano dall'altra parte; in questo gioco delle parti se il Boss è Dante io non posso che essere Virgilio. Tocca a Ozymandias, motivatissimo e acerbo rapper di borgata. Al contrario di molti trapper che pensano solo a farsi vedere, la sua esibizione è carica a molla, per lui è l'occasione della vita e sul palco dà tutto in compagnia di una serie di amici&ospiti più o meno improbabili. Il Boss ne riconosce uno: “Oh ma quello è il mio vecchio vicino de casa! Ma tu pensa! Disagio vero fratè. Sentivo le urla da casa loro, sembrava sempre se volessero ammazzà, che famiglia tribolata. Ma che ce fa sopra un palco? Non je n'è mai interessato niente della musica”. Gli spiego – facendo un paragone con i tempi nostri - che i rapper sono più simili a Liam Gallagher che a Damon Albarn, spesso hanno interesse solo nell'avere in mano un microfono e non nel curare gli arrangiamenti, anche se in questo caso il suo vecchio vicino non è né l'uno né l'altro, ma è solo scarso.


(Ketama 126 e Pretty Solero)

Andiamo a prendere una birretta e ci fiondiamo sotto il mainstage per Ketama 126 e Pretty Solero, accompagnati da tutta la Love Gang. Indosso una polo Lacoste in loro onore. Il live non è granchè, un po' di caciara e qualche problema tecnico, ma i pezzi hanno qualcosa a suo modo unico. Mentre li guardo sul palco bere birra, farsi decine di video selfie ballando male e lanciare decine di bottigliette d'acqua sul pubblico in barba alla siccità penso ad una frase del label manager di Bomba Dischi, Davide Caucci, che in questi giorni di acquedotti fallati suona un po' nefasta. In una intervista a Rolling Stone, parlando dell'attuale momento della propria musica, ha detto: Deejay ha aperto i rubinetti perché noi gli abbiamo dato l’acqua . Cerco di allargare il pensiero: l'impressione è che esista nella gioventù romana una genetica dose di mitomania, la fascinazione del pjamose Roma che vale a tutti i livelli, dalla Banda della Magliana alle scuole bene della città. Il Boss annuisce come a dire "sticazzi", poi mi chiede: “Ma hanno anche la voce in base?”.

Andiamo a mangiare una Ciriola, tipico panino laziale, mentre l'Ex Dogana si riempie all'infinito. Fra pochi minuti sarà tutto murato qui, e come per i grandi concerti c'è chi non molla la propria posizione il più possibile vicina al palco. È pazzesco quanta gente ci sia per quello che è nient'altro il settimo concerto in assoluto di Carl Brave x Franco 126, la seconda volta a Roma dopo la doppia data sold out e il live al MI AMI. Ad occhio e croce ci saranno 5000 persone, per me è come se stessimo per vedere gli U2 a Dublino.


(Carl Brave e Franco 126)

Si spengono le luci, si alzano le urla, un faro insegue il chitarrista che suona in loop il giro di “Solo Guai”, che la gente attacca subito a cantare. È lì che salgono sul palco i due, così estremamente diversi ma così complementari, Carl Brave in camicia e Franco in t-shirt, gli occhiali da sole d'ordinanza che si scambieranno dopo qualche pezzo - “daje, famo sto change”. Al contrario di tanti loro colleghi, i due sono il contrario della mitomania, stanno sempre un passo indietro. Non la sparano grossa, al massimo chiedono qualche biretta in più sul palco. “Noccioline”, “Tararì Tararà” e “Polaroid” le più cantate, è un singalong continuo che trasforma la platea in una notte in campagna con le lucciole, è una enorme distesa di cellulari che incorniciano il momento.


(Carl Brave)

Il Boss ascolta con attenzione e coglie tutti i riferimenti territoriali, poi mi guarda e mi dice: “È musica geolocalizzata questa qui, davvero la ascoltano anche fuori Roma?”. Sono venuto da Milano apposta, uomo. Le canzoni sono morbide, piacevoli, per tutti. Il live è molto buono anche se possono e devono migliorare, ma sette concerti sarebbero pochi per chiunque. La band è solida, formata da ex musicisti dei Masoko, I Cani e I Mostri. Il Boss è ancora stupito: “È bello che li ascoltino anche fuori Roma. I Mostri riempivano il Circolo ma non ce l'hanno mai fatta fuori dal Lazio”. Il bis è epico: “Sempre in due”, l'inno “Pellaria” e un sorta di remix jam finale. Cuoricini per tutti, un trionfo collettivo di leggerezza che sa di catarsi.


(Carl Brave e Franco 126)

Il dj nelle due ore successive metterà solo rap italiano, da Gemitaiz a Coez, ma il più cantato sarà Ghali, l'eroe delle mille Italie. Intravedo Franco 126 sparire con un amico e un paio di signorine mentre Carl Brave rimane fino a chiusura a scattare foto con i fan ed evidentemente godersi ogni centimetro della strada incredibile che sta facendo. Penso ancora alla storia della terra di mezzo, ai vivi sopra e i morti sotto. Forse in questa città “pigra e abituata a tutto”, fra genuinità e mitomania, agio e disagio, fuoco e noia, la musica è la vera unica risposta positiva a tutta la decadenza che c'è attorno. Per quanto cheesy possa sembrare la sintesi è di Pretty Solero che dopo un disguido dice: “I problemi tecnici non ci fermeranno. L'amore vince su tutto, vince sulla guerra. Voi siete Roma”. Il Boss mi guarda e mi dice: “M'è piaciuto”. Biretta, chiacchiere, poi lui prende l'Enjoy e io torno in branda che domani ho il treno per Milano.

Tag: live report concerti festival roma

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