Vita di Carlo Pistacchi, il gelataio godfather del reggae italiano

Viaggio nella casa-museo del collezionista veneziano, che con 25.000 fra vinili e dischi raccoglie la storia della musica giamaicana (e non solo) nel nostro Paese. Purissima magia in levare
26/02/2020 12:54

A Venezia c’è un pezzo di Alaska dove si ascolta musica dalla Giamaica. A gestirlo è Carlo Pistacchi, 62 anni, e Alaska è il nome della sua gelateria in Calle dei Bari. Ciò che potrebbe non sapere chi lo vede al lavoro dietro al banco è che Pistacchi è il maggiore collezionista di musica reggae in Italia e, con 25.000 fra vinili e dischi raccolti nella sua abitazione, un conoscitore, collezionista e profondo amante della musica ben oltre questo genere.
Ci incontriamo nel suo appartamento, in una palazzina nel quartiere di Carpenedo a Mestre, dandoci appuntamento tramite telefono fisso, perché Pistacchi non possiede cellulare – né, mi spiegherà in seguito, orologio e patente.
Parte della collezione, cioè le copie, appare già nell’androne delle scale, disposta su alcune mensole nascoste da vasi di piante. La maggior parte della raccolta – 33, 78 e 45 giri, ma anche compact disc e audiocassette – riempie invece l’intero appartamento sopra a scaffali, su ripiani aggiuntivi e dentro ai cassetti, in quello che un quotidiano locale ha definito “il tempio del vinile”.

Che per ogni disco conserva spesso edizioni diverse, di cui Pistacchi ama molto notare le differenze: "Evidentemente ho uno spirito archivista. Da piccolo pensavo la musica non mi interessasse, mi dicevo che non mi sarebbe mai piaciuto ascoltare un disco. Vedi un po’ tu com’è finita. Questo è jazz – il collezionista inizia a indicare con sicurezza le varie sezioni di una prima libreria, poi inizia ad addentrarsi nell’appartamento – qui c’è il reggae, di cui ho avuto la fortuna di vivere la golden age, dal ’75 all’ ‘85".
"Qui ho raccolto i concerti di musica classica. Lì in alto gli LP di musica etnica, il rock canadese, quello americano, quello inglese. La black music è qui, lì sotto c’è la musica italiana. Ma mi trovi in una fase di lavori in corso, sto catalogando tutto. Per Bob Marley ci ho messo tre giorni fra dischi, copie, vinili e tutte le cassette con i concerti. Nessun computer, solo quaderni".

Dalla parete dedicata alla world music, spuntano le bandierine che Pistacchi ha ritagliato da un vecchio atlante, trasformandole in coordinate geografiche di carta dal Giappone alla Georgia.
L’amore per il reggae di Pistacchi, romano ma veneziano di adozione, nasce a fine anni ’70 e ha come punto di origine Chester, venticinque chilometri da Liverpool: "Avevo due fratelli poco più grandi di me con cui condividevo la passione per la musica, uno più legato al rock, l’altro al pop. A quindici anni partii per l’Inghilterra, avevo saputo che un ristorante cercava personale. Il locale era in aperta campagna: quando non lavoravamo, capitava spesso di guardare la televisione. Fu così che vidi Roots Rock Reggae, un documentario dedicato al reggae e alla musica giamaicana. Non la conoscevo. Questi capelloni, la vita nella natura, la giungla: ne fui folgorato".

Su invito del barista del ristorante, un appassionato di jazz e grande fan di Horace Silver, Pistacchi raggiunge una bottega di dischi usati a Liverpool: "Acquistai Catch a Fire di Bob Marley & The Wailers e Grounation di Count Ossie and The Mystic Revelation of Rastafari, anche perché costavano poco. Furono i primi dischi reggae e l’inizio della malattia".
Nei decenni, la collezione si accresce attraverso acquisti in Italia e all’estero, soprattutto a Londra e Parigi e, quando iniziano ad aumentare gli importatori italiani, Bologna: "Compravo e spedivo, compravo e spedivo. Delle città, più che i musei conoscevo i negozi di dischi. Raggiungevo Londra in treno, stavo lì tre giorni e magari due non mangiavo, perché avevo già speso tutto in dischi. Quando inizi a raccoglierli, riconosci il periodo di un disco quasi da cieco, in base allo spessore del cartone", racconta Pistacchi.

Che, nel frattempo, rientra a Venezia e lavora come portiere in piccoli alberghi e poi alla Biblioteca Marciana. In seguito, rileva una pizzeria nel sestiere Castello e amplia l’attività, fino ad arrivare con il suo socio all’acquisto della gelateria che gestisce da oltre trent’anni: "Il simbolo era un cono gelato con tre palline: gialla, rossa e verde, i colori del reggae. E poi si chiamava Alaska: lo lessi subito à-la-ska, alla maniera dello ska, il genere che precede il reggae. Sono stati due segnali positivi, che mi hanno convinto".

In un’intervista televisiva a Televenezia, Pistacchi rivela di aver attirato qualche lamentela dei clienti in passato, per essersi più volte chiuso nel retrobottega ad ascoltare dischi attraverso un piatto amplificatore.
Per ogni genere – e per ogni stanza -, il collezionista ha un impianto di ascolto dedicato: tra questi, monitor JBL 4320 per reggae e rock, JBL L220s per il jazz, casse Dahlquist per la classica e l’opera, un Accuphase giapponese, un amplificatore valvolare, un Sansui con cui ascolta la radio: "C’è gente che ha televisioni dappertutto, io ho stereo. Diversi mi furono venduti dalla vedova di un avvocato di Mestre: in una casa di 70 metri quadrati, questo signore ne aveva 80. E poi 80 amplificatori, 80 casse. Non ho mai capito come sia riuscito a farceli stare dentro".
Mentre Pistacchi racconta, lancia diversi ascolti da casse diverse: l’applauso iniziale nella versione live di Sad and Deep as You dei Traffic, che ascoltiamo a un volume così alto che sembra il concerto stia avvenendo in salotto e non nel 1971 a Londra, viene interrotto all’improvviso da Moonchild dei King Crimson: "Senti come separa bene i suoni, ora iniziano a girare da una cassa all’altra. Quando ero piccolo ascoltavo la musica da una radiolina Brionvega. Mi mettevo in cucina a lavare i piatti, ascoltando il programma Popoff. Usciva tutto compresso, non sentivo niente di questi movimenti. Invece così ha un senso, di colpo senti la dimensione, gli spazi del suono".
In corridoio, il collezionista ha sistemato i CD delle colonne sonore e la sezione rap: "Soprattutto il periodo da metà ’80 al ’95: Wu Tang Clan, Snoop Dogg, Africa Bambaataa, De La Soul, Fatboy Slim, Kurtis Blow, Public Enemy. Nel rap vivono idee geniali". Cambia di nuovo disco, dalle casse si leva il rullante della prima traccia di Hail H.I.M. di Burning Spear. "La letteratura e la poesia sono come la pietra e le montagne, sono massicce. La pittura è il cielo, la luce. I dischi sono la flora, le piante: danno un polline che ti risveglia dentro. Questa raccolta, per me, è la foresta amazzonica".
Nella foresta, Pistacchi ha vissuto davvero: "L'anno successivo alla scoperta del reggae, trascorsi un paio di mesi sulle colline, in Giamaica, insieme ai rasta. Politicamente, sono sempre stato un anarchico: quella era una forma di anarchia totale. Non il disordine pensato da molti, ma un ordine reale, in cui ognuno rispetta l’altro come se stesso. Un sovvertimento totale delle cose. Se dovessi definire che cos’è il reggae, direi che è ciò che per i bianchi è stato il rock. Una forma di trasgressione, un venirne fuori. Però molto più spirituale, con una radice di forte rivalsa verso i problemi sociali dei neri, dall’apartheid alla negritudine".

Mentre racconta, il collezionista fa partire Il Flauto Magico di Mozart: "Uno dei miei preferiti. Qui tengo le audiocassette di opera lirica – afferra una lanterna di piccole dimensioni, indicando un mobile in una posizione poco illuminata – Mi piace fare come l’eremita di Led Zeppelin IV. Andando in cerca della musica".
Quella dell’ascolto è un’esperienza che Pistacchi vorrebbe estendere verso l’esterno, attraverso la creazione di una sala d’ascolto a Mestre o a Venezia: "Posso assicurarti che qui, per il reggae, del periodo che ti ho detto c’è proprio la memoria. Lo vedo anche su Discogs, ce li ho tutti o quasi". La traccia finisce, per qualche secondo rimane solo il crepitio della puntina.

"Per me, il concetto di musica è eterno. Come quando l’orchestra accorda gli strumenti: quell’attimo è una delle cose che mi piace di più, perché è un magma che si riunisce in un momento. E poi si separa, perché ognuno ha un suo percorso. Che mi piacerebbe capire sempre più: quando sarò in pensione, vorrei andare a scuola di musica".

Forse, il significato del percorso di Pistacchi è raccolto anche nella dedica che il tastierista degli Inner Circle gli ha lasciato durante una visita della band a casa sua. Sta scritta al centro di un loro disco, in nero su una parte bianca di copertina: To Carlo, Keep the Faith.

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L'articolo Vita di Carlo Pistacchi, il gelataio godfather del reggae italiano di Giulia Callino è apparso su Rockit.it il 26/02/2020 12:54

Tag: vinili

Commenti (3)
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  • Flavio Poltronieri 32 giorni fa

    Una domanda interessata: quale sarà il destino di tutto ciò? come si salvaguardia un patrimonio di questo tipo? Grazie dell'attenzione e complimenti. Flavio

    > rispondi a @jacquesbrel
  • Stef Sonica 31 giorni fa

    Commento vuoto, consideralo un mi piace!

    > rispondi a @inafest
  • Stef Sonica 31 giorni fa

    Che meraviglia..! Verrei a trovarla per immergermi nelle magiche vibes viniliche.. Massimo rispetto

    > rispondi a @inafest
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