Carmen Consoli - Carmen contro Carmen - Roma VS Bologna Live report, 31/05/2006

31/05/2006

Sinceramente ha spiazzato un po' tutti. Con quelle foto sul rosa-viola, il capello lungo, una sensualità decisamente più sottolineata rispetto al passato. Ha poi annoiato molti, causa la discussa qualità compositiva dei brani o forse la folkissima veste con la quale ha deciso di arrangiarli. Non si capisce bene, non si capisce del tutto. Però la si continua a guardare. E parafrasando il titolo del suo nuovo disco, "Eva contro Eva" (Universal), Rockit sgancia Simone Cosimi e Maria Guzzon per un Carmen contro Carmen. Che però - CVD - finisce in pari.



Roma
Palalottomatica
15.05.06

C’è da rimboccarsi le maniche. Per non perdersi d’animo, e – non senza una sofferta sudata – decifrare la nuova Carmen Consoli. Senza la Stratocaster rosa a tracolla – nostalgico segnale di una metamorfosi che nessuno cercava e per questo molto onesta. Primo: da ”cantantessa” la catanese sterza verso l’ardimentosa figura di “cantautoressa”. Anche prima scriveva lei. Ma adesso scrive col piglio da (stupenda) cantautrice vate. Con l’intento di fare la storyteller, di recuperare sapori locali, di mischiare il meglio del folk-rock col livello post-grammaticale della sua lingua e della sua terra.

Rinnovata centralità del testo, melodie orchestrate in funzione ancillare, lavoro di cesello sulla voce.

E poi è più “impegnata”– per la media degli ovattatissimi artisti mainstream di oggi un blob di Ghezzi e una poesia di Impastato pesano. Basta anche sentirla nelle interviste: argomenta, spiega. Spara anche qualche cazzata. E per farlo ha scelto la strada – un po’ sfocata - del folk-rock. Il live – impeccabile - non fa che da portavoce puntuale. Prima parte quasi interamente dedicata al nuovo “Eva Contro Eva”. Seconda ai nuovi arrangiamenti dei vecchi successi.

E accade una cosa strana ma prevedibile. Al di là dei nuovi pezzi – spesso troppo arzigogolati, pretenziosi anzitutto per i suoi fans – la prima ora dello show è comunque la migliore. Perché i nuovi lavori semi-acustici hanno una loro dignità. Alcuni sono eccellenti: “Maria Catena”, “La Dolce Attesa”. O anche “Signor Tentenna”. Sono nati con quegli arrangiamenti. Non esisterebbero altrimenti. Eseguiti in linea si sostengono l’un l’altro. Hanno un senso, insomma. La botola assassina sta nella seconda ora, dove quel senso manca: i vecchi pezzi sono decisamente spompati. I nuovi arrangiamenti non reggono. La gente si strappa i capelli perché le linee melodiche sono arcinote – da “In Bianco e Nero” a “Confusa e Felice” - e anche se le suonasse Bugo accompagnato da Casadei sarebbero inequivocabili. Ma ad un ascolto attento sono piatte, filiformi. In chiave folk non funzionano. Poco da fare. E questo forse è il segnale più chiaro di una svolta vera. Non retorica. Quando il vecchio non funziona se sposato col nuovo, allora un cambio c’è stato. Onesto e vissuto. Che poi sia riuscito, esaltante o biasimevole, è un altro discorso. // Simone Cosimi

Casalecchio di Reno (Bologna)
Palamalaguti
19 maggio 2006

È vero, che ci vado solo perché devo. Perché ho i biglietti da un mese, l’ho promesso a mia sorella e non posso più tirarmi indietro. Parto con l’idea che sarebbe meglio stare a casa. E Bologna è a tre ore e mezza di viaggio, il treno del ritorno è alle 3 del mattino e c’è anche sciopero dei bus. Ma parto, i pensieri si smorzano fra i papaveri a bordo-finestrino. Arrivo, finalmente calma, con la testa tutta ora e qui, al concerto di Carmen Consoli.

Palazzetto non troppo affollato, ma caloroso. E la musica ripaga. Anche se la cantantessa ha abbandonato la fender per la chitarra acustica. Anche se l’ultimo album è lento, complesso, pochi brividi, una copertina “da Max&co.” e una virata decisa verso il folk e l’etnico (basti dire della collaborazione con Bregovic). Ma la bellezza delle cose ama nascondersi, ce lo ricorda dall’inizio. Ed è come parlare per due ore intere con un’amica che ti mancava da tempo. Che è cambiata, come sei cambiata tu.

E come in una chiacchierata, prima si raccontano le “storie”, il repertorio recente, Eva, Matilde, la Giulietta che guarda il cielo di Sulle rive di Morfeo. Poi lentamente la lama affonda. Sentivo l’odore e Venere sono dure e amare nonostante mandolino e fisarmonica. E a metà sera il telo su cui le proiezioni hanno dipinto fiori carnosi e merletti diventa schermo televisivo, sbatte in faccia uno spezzone di Blob dal titolo sconcerto: carrellata di orrori, presa di posizione, “cassandra” e specchio. Condivisibile o meno. Ma riattiva la tensione. E quando Carmen torna sul palco, il grido è “ho superato anche l’inverno, ed ho cantato a lungo”, mentre dall’alto calano grandi cornici vuote (come in un allestimento teatrale censurato di “Le nuvole” di Aristofane, come “Le nuvole” di De André). Si prosegue a ritmo serrato, fino a chiudere, chitarra e voce, con “Quello che sento”. Un cielo immenso, una grande necessità di condividere emozione. Con bravura ed energia. Peccato che nelle ultime prove su disco la grinta si cambi in riflessione fin troppo sottile, e mi accorgo con rimpianto che le canzoni “vecchie” hanno più cose da dire rispetto alle nuove. Forse è per questo che la Consoli non ha ancora smesso di cantarle. Forse è per questo che valeva la pena esserci. / / Maria Guzzon



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