Zoo di Venere - Carpe Diem - Tito Scalo (PZ) Live report, 17/03/2001

21/03/2001 di Giancarlo Riviezzi



Sul palco ancora vuoto, una vecchia Les Paul sembra aspettare l’ennesimo maltrattamento. Buon segno. Sarà invece la chitarra acustica di Luana a perdere una corda, appena chiamata a farle compagnia per l’esecuzione del secondo pezzo.

Non conosco gli Zoo di Venere. Quel poco che so, appreso rovistando tra le pagine di questo sito, non mi ha affascinato più di tanto: quando si parla di presunte contaminazioni tra rock ed elettronica, confesso che sono spesso portato ad immaginare un paravento dietro cui si nascondono ammiccamenti radiofonici dal sapore del compromesso. Puntuale, arriverà la smentita sul campo. Voce, chitarra, basso, batteria. Gli altri congegni si ritaglieranno uno spazio appropriato e mai invasivo all’interno del concerto.

Rock, si diceva. E così sarà. Si intuisce presto l’approccio energetico, minimamente smorzato dalla scarsa affluenza di pubblico (perché poi?); la band non lesinerà grinta ed impegno fino all’ultima nota. “Come mi vuoi”, tuona il ritornello, talvolta a due voci, della prima canzone. Nel frattempo do un’occhiata all’orologio: la sezione dischi della loro webpage parla di un solo e.p. di tre tracce (più quattro remix) e sono curioso di vedere quanto tempo i ragazzi romani resisteranno là sopra. Comprese le suddette, per un’ora di concerto, saranno una decina le composizioni originali, intervallate da due cover dei Led Zeppelin, “Black dog” e “Whole lotta love”, rispettose e coinvolgenti, ove il canto di Luana non avrà paura di librarsi alle altitudini care a Robert Plant. Lei stessa chiede un bicchierino di whiskey per sciogliere le corde vocali, prestandosi all’ironia di Daniele: –A questo punto si dovrebbe chiamare “Alcool nelle vene”, invece è “Fuoco nelle vene”- presentato, non senza un pizzico di spocchia, come –il pezzo con cui abbiamo vinto il Ciampi nel ’97-. La chitarra si incastra su un fragile arpeggio; il basso, per un’ideale inversione degli strumenti, ruba un assolo accollandosi l’onere di alzare il ritmo mentre il testo si scava una melodia sfuggente. Davvero notevole. Mi sorprenderò a canticchiarlo nel ritornare a casa.

Invitati a rimanere ancora un po’, presentano il nuovo singolo e chiudono con “Colloquio con un assistente sociale”, rimarcandone il significato in poche conclusive parole biascicate unitamente ai ringraziamenti. Reciproci, s’intende.



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