Extrema - Carpe Diem - Tito Scalo (PZ) Live report, 11/05/2001

25/05/2001 di Giancarlo Riviezzi



Prima di salire sul palco, Tommaso Alessio Massara esegue qualche saltello di riscaldamento e sembra indicare con le mani il numero sei ad un membro dell’entourage che lo guarda perplesso. Trattasi dei gol che il Milan ha da poco inferto ai cugini rivali, come egli stesso (con l’appoggio divertito del cantante) ribadirà a metà esibizione, procurandosi la tacita invettiva del Cobra, l’amico interista che ha accettato di accompagnarmi al concerto forse per affogare la delusione calcistica – sfottò a parte - confesserà in seguito di essersi divertito
Dovrebbe venire anche il Rizzi, la sua maggiore confidenza con queste sonorità fornirebbe un supporto tecnico più affidabile al mio commento; lo cerco con lo sguardo, mi scontro soltanto con quello ansioso e un po’ spazientito del pubblico, in prevalenza “metallaro”, che affolla il Carpe.

Agli Extrema bastano poche note per farsi perdonare il ritardo di un paio d’ore. Energia allo stato puro, da subito: un’onda tonante che si infrange nell’ininterrotto pogo delle prime fila, riversandosi con ugual intensità sugli spettatori più distanti per un coinvolgimento generale. Il segnale arriva potente, anche troppo: il livello di amplificazione, forse alto per l’acustica raccolta del locale, enfatizza sì il pulsare incessante del basso, ma finisce col seppellire parzialmente gli ardenti riff della chitarra, il vero centro attorno al quale gravita la maggiorparte dei pezzi. Da questo spreco di decibel emerge possente il cantato di Gianluca, frammentato e ruggente (nù, direbbe qualcuno), frenetico nel cavalcare il ritmo ma capace anche, in isolati frammenti, di appendere una melodia laddove sembrerebbe non esserci posto, accompagnato da una mimica incessante.

Dinamismo contagioso anche quello di Tommy, che si agita, si dimena senza mai perdere il controllo delle sei corde, neppure quando, in una delle evoluzioni, la cinghia si svincola dal gancio; insomma, finanche dalla compiutezza dei gesti, dal modo di scambiarsi le postazioni, si evince il livello internazionale della band.

Più degli estratti da “Better mad than dead” - tra i quali spicca la corroborante W.A.S.T.E.D. - che, pur già carichi di esplosività, dal vivo necessiterebbero forse di ulteriore rodaggio, si elevano le esecuzioni dei pezzi storici. Un quinto membro, un gigante porcellino gonfiabile, si affaccia sulla scena per presentare l’intramontabile Money talks: feriti dalle schegge di una chitarra lancinante e trainati da un chorus corrosivo si approda agli istanti di maggiore intensità, peccato si tratti di quelli - quasi – conclusivi.

Alla fine, Gianluca plana al di là del confine. Perdonatemi se, vista la stazza, mi permetto di non invidiare chi si trovava di sotto.



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