Cesare Basile - La Casa 139 - Milano Live report, 16/06/2006

05/07/2006 di

(Cesare Basile al MI AMI 2006. Foto di David Bez)

Di Cesare Basile ci si innamora facilmente. E' un tipo che parla poco, ma quando parla mette punti. Se poi è amplificato da un microfono e accompagnato da una band - oltre che dalla sua chitarra che sanguina blues - allora è ancora più intenso e affascinante. Lo ha capito bene la nostra Elisa che, seduta e devota, ha assistito al suo concerto di Milano come una fan-felt-in-love. Noir explosion, Elisa Orlandotti racconta.



Giugno è il mese delle ciliegie e delle pesche: i frutti riempiono le campagne di colori e i nostri occhi di golosità. Alla Casa 139 di Milano, invece, è il momento dei dvd: nell’arco di quattro settimane vengono immortalati altrettanti artisti che hanno già avuto il piacere di conoscere questo palco. E’ il 14 ed hanno posato davanti alla macchina da presa gli Offlaga Disco Pax e i Marta Sui Tubi; stasera è il turno di Cesare Basile, poi rimarrà Marco Parente.

Il fatto che il concerto sia un evento mediatico mi frena un po’, ma non voglio rinunciare all’ennesimo live di Basile: sono sei mesi che lo rincorro invano, sarebbe anche ora che il mondo smettesse di ostacolarmi e me lo concedesse in tutta la sua immaginifica maledizione!

Finalmente ce la faccio e la prima fila è mia; sto seduta in terra, ai suoi piedi, come devota. Si parte senza preamboli. Da subito mi catapulto nel suo universo, fatto di morti, di amanti, di leggende, di terra, di ritmi in tre quarti. Un timbro caldo e soffice scandisce i primi racconti, diventa più crudo quando le immagini si fanno più forti. Si rischiara con un sorriso mentre suona la sua fender; un Cesare inedito stasera.

Le ballate che accompagnano il cavaliere Hellequin nella scelta del suo esercito hanno un gusto amaro e solenne, la rabbia mista a rassegnazione tipica di chi è destinato alla dannazione eterna. “Dal cranio”, “Finito questo”, “Fratello gentile” sono pezzi taglienti che perforano la carne e vanno dritti alle viscere. Alcuni brani vengono presi da “Gran Calavera Elettrica” (uscito sempre per Mescal) come “L’albero di giuda” e “A che serve lo zolfo”.

Narrazioni dal sapore antico, riguardano un mondo lontano, nel quale le violenze si susseguono come eventi naturali; qui vaga un’armata di morti i cui peccati pesano come macigni. Il divario spazio temporale non ci salva dal transfert e così veniamo direttamente proiettati in scenari desolati dove nulla è consolatorio; la lucidità delle descrizioni e l’intensità delle emozioni trasformano il cantato in realtà. Trattenendo il fiato aspettiamo che il cantautore giri la pagina e ci racconti cosa accadrà dopo. Conosco i testi a memoria, ma questo non basta; anch’io attendo, come il resto del pubblico, l’interpretazione, il modo in cui sarà pronunciato il verso successivo: cosa ci aspetta? pietà o ferocia? dolcezza o crudeltà? Si appoggerà su accomodanti note di piano o su affilati suoni di chitarra?

E intanto Marcello pesta in modo deciso sulla batteria, felice e sorridente anche se il suo ritmo serve a sorreggere la descrizione degli strazi. La braccia di Michela, scintillante grazie agli immancabili brillantini sul decolté, sono agili e signorili nel sollecitare la tastiera. Non smettete, non smettete mai…



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