Pixel Johnson - Chiamatemi Bangs. Gang Bangs

10/01/2006 di

Questa è la storia di un giovane salmone in giro per il mondo. Fa finta di fare il giornalista e si dirige verso la Norvegia, ad Oslo. A far che? A vedere i Pixel Johnson, no? Ovvero la band che dal roster della Yosemite Sam sta conquistando il mondo. Se non siete ancora pronti, preparatevi. Perché se la musica è surreale, la vita lo è ancora di più



La serata era gelida. Me n’ero andato da Milano in direzione Norvegia per cuccarmi un po’ di fica bella fresca e disponibile, e invece ero di fronte al John Dee Live Club di Oslo e c’era la nebbia. "Santo Silvio" – imprecavo – "la Padania è come l’alone di una scoreggia sulle mutande, non te la levi più fin quando non le lavi". Quella sera suonavano i Pixel Johnson, gruppo italiano pluridecorato da pubblico e critica, che presentavano il loro disco alla stampa internazionale. Rockit, ovviamente, non poteva mancare. Mi avevano chiamato perché quello “era un disco da Carlo Pastore”. E Carlo Pastore, puntuale come il rutto dopo la Coca Cola, c’era.

Entravo in questo club, salutavo il mio amico Max Radaelli, solito pezzo d’uomo, pizzicottavo il culo a Steve Albini (i due insieme compongono il team di produzione del loro nuovo materiale) e poi andavo al bar a lanciarmi in una maratona di gin lemon per prepararmi a lavorare. "Cazzo se li fate leggeri questi cocktail!", urlavo alla barista, ma quella non capiva l’italiano e quindi mi sorrideva mostrandomi la sua dentatura perfetta. Dannata lingua, la prossima volta schiaffi. Così mi giravo guardandomi attorno in attesa di un incontro. La cosa stupefacente era l’hype che pompava attorno alla serata: i Pixel Johnson dovevano esibirsi alle 22.30, al momento erano le 20.30 (locale appena aperto) e Stephen Malkmus – attorniato da un crocchio di suoi fans - stava già litigando con le autorità perché non credeva fosse possibile che una band di “italian suckers” gli avesse fottuto il posto all’ultimo minuto. "Ho una famiglia da sfamare!", piagnucolava. Ma Sonny, il proprietario del locale: "Questo è il mercato, bello. Fossi stato figo come quei due bonazzi forse t’avrei concesso un dj set. E ora fottiti, devo lavorare", lo liquidava.

Sonny aveva ragione, i norvegesi se ne sbattevano le palle di quel piagnucolone di Malkmus. La gente era qui per i Pixel Johnson. NME li aveva inseriti nel box delle next big thing il mese prima; la stampa norvegese aveva aizzato i suoi cani durante i giorni successivi; Bjorn Andersen – il più famoso attore di fotoromanzi rosa norvegesi – li aveva lanciati in televisione con uno spogliarello. Tutti erano lì per loro, anche quella fantastica moretta là in fondo a destra, che diciamo c’avrei fatto una lunga notte di acrobazie. Oltre ai giornali italiani (nessuno è profeta in patria), mancavano solo loro, Luca Buono (basso, voce e tastiera) e Nicolò Praga (voce e tastiera), che al momento - dopo l’immancabile pastasciutta - erano nelle loro camere d’albergo a farsi una partita alla playstation. "Sappiamo che non è troppo rock'n'roll, ma ci rilassa meglio che un pompino", avrebbero poi dichiarato ai microfoni di The Wire durante la conferenza stampa, nel loro inglese pronunciato con marcato accento emiliano.

D’altronde, è proprio in Emilia che i Pixel Johnson iniziarono a suonare, partendo dai piccoli pub. Poche date, ma quello è normale quando fai musica così internazionale. Così i due per reazione all’apatia nazionale si incominciano a guardare attorno e, grazie ad una amicizia nata in una teen-chat di IRC, Luca conosce Emy, che in quel periodo era la ragazza di Thomas, patron dell'etichetta tedesca fiction friction (che di italiano aveva già pubblicato i lavori dei Giardini di Mirò e Brother James). La svolta avviene con la registrazione del primo disco, un EP dal titolo “Got A Bible On The Wild Bunch”, registrato nell’ex-maialaio della casa di campagna di Luca, che non era fico come il pollaio dei Verdena ma, insomma, si fa quel che si può. Quattro tracce: sound rumoroso, ritmiche serrate, ispirazione indie pop e lo-fi, ambientazioni vicine ai Pavement puri (cioè ancora prima dell’esordio), scoregge e rutti per dare un contrappeso umano allo strabordare delle macchine. Kerrang dava cinque stellette (i Linea 77 con l’ultimo album ne hanno prese “solo” quattro). Fioccavano allora le proposte dall’estero. La piccola label belga Highgate li nota e gli propone uno split 7’’ assieme all’osannata indie band locale degli John Wayne Shot Me, già presente anche nella compilation “Playing The Indie Game” della nostra Suiteside. John Peel li inseriva nelle sue BBC session poco prima di morire. Stefano Rocco li invitava a cena sotto il Colosseo. Poi, la svolta. Il famoso producer americano Werther Due – dopo aver acquistato il loro disco in uno shop dell’Ohio incuriosito dalla loro copertina - li contatta per entrare a far parte della prestigiosa scuderia della Yosemite Sam Records. I ragazzi tentennano, ma alla fine accettano e, dopo una lunga gestazione, fatta in gran parte di lunghe session di improvvisazione presso gli studi Obst und Gemuse di Cadriano, esce il primo vero album omonimo dei Pixel Johnson. Anticipato dal singolo che questa sera presentano a noi giornalisti, che intanto si sbronzano al bancone del bar con dei leggerissimi gin lemon.

Arrivano le 22.20 e il locale è gremito. Il pubblico sotto incomincia a rumoreggiare perché aspetta che il duo si presenti sul palco a spaccare un po’ di culi. C’è anche un amico modenese che crede d’essere a Imola all’Heineken Jammin’ Festival, urla “Vasco Vasco” e lancia una scatoletta di tonno piena di merda vicino all’ampli della chitarra. Passa un roadie norvegese, raccoglie e se la mangia. Poi, finalmente, si abbassano le luci. Entrano i due ed è il tripudio. Nel delirio del rock’n’roll una diciassettenne norvegese issata sulle forzute spalle di un biondo si toglie la maglia e mostre le sue zizze al vento. Nicolò gli mostra il pollice della mano destra, tutto contento. Un minuto di count-down e parte la musica. E tutto questo hype finalmente si capisce da dove sia venuto. “They’re So Old They Could Be My Sons” sembra una out-take dei Death From Above, 1979 – solo molto più brutale, meno pettinata, più primitiva. “Sirius Will Rest” è minimal electro-core in chiave bluesy, territori vicini alla no-wave avanguardista newyorchese degli anni ottanta, solo con un’esecuzione vocale decisamente in stile Ian Curtis. Non è di moda? Chissenefrega, questi sono i Pixel Johnson e i norvegesi li apprezzano come il salmone e forse di più. Persino Malkmus alla fine è rimasto nel locale e ora muove la testa come un forsennato, e vi posso assicurare che sì ha bevuto, ma non troppo (se poi uno si tira una riga da campo di calcio in bagno quello non posso vederlo). Il concerto procede portentoso, i giornalisti annotano solo parole belle sui loro taccuini e si arriva fino a “Psycho Killer”, cavallo di battaglia che si conclude in una lunga e rumorosissima coda avant-psichedelica di 25 minuti, al termine dei quali il pubblico si lascia in un fragorosissimo applauso lungo altri dieci minuti.

Usciamo frastornati e contenti, vedo Enrico Gabrielli dei Mariposa avvinghiato ad una procace donna venuta dalla Svezia solo per loro. Lo avvicino, li divido con l’ascia e poi ci scambio due chiacchiere. Parliamo di John Vignola, di Buscadero, di Enrico Rigolin, insomma di tutte quelle cose che dici quando incontri uno della scena indie italica. Poi, dopo un’oretta di divagazioni incomprensibili, mi fa: "Piaciuti i Pixel Johnson? Sai, li abbiamo scoperti noi, li abbiam fatti suonare alla puntata di Magazzeno Bis dal MEI di Faenza". "Maddai" – dico io – "non ci credo!". Mi guarda perplesso: "A cosa? Ai Pixel Johnson o al MEI?". Non so perché, ma da qui in poi ho solo un gigantesco vuoto.



Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    Chiude negli Stati Uniti l’ultima fabbrica di compact disc