Ascesa, declino e revival della chitarra elettrica nel pop

Ciò che viene cacciato dalla porta d'ingresso, a volte torna da quella laterale

Steve Vai, gli anni 80 tutti pixel e una bizzarra chitarra con tre manici a forma di cuore
Steve Vai, gli anni 80 tutti pixel e una bizzarra chitarra con tre manici a forma di cuore

Negli ultimi anni la chitarra elettrica è stata data per morta, defunta, sparita, fantasma e tutti gli altri sinonimi disponibili. Probabilmente, il funerale è stato fatto troppo presto e nell'era del post-tutto, la chitarra elettrica sta tornando come gli zombie di Romero. Non parliamo di metal, rock'n'roll, shoegaze e di tutti gli altri generi in cui la chitarra elettrica è sempre regina assoluta, piuttisto di pop, trap, elettronica. Sbuca quando meno te lo aspetti, detta legge, ci infila anche un assolo di rinforzo, di quelli che andavano bene negli anni '80 dopo il secondo ritornello per rendere la canzone epica e passare direttamente al finale. 

La chitarra elettrica è da sempre uno strumento prepotente, che si impone e hai voglia di usarla con stile e parsimonia come fa David Byrne nei Talking Heads, gettando le basi per l'art rock ed evitando che diventi una gara tra simboli fallici, quella prima o poi si prende la rivincita. Bending, hammer on, tapping, il tremolo Floyd Rose, chi conosce queste terminologie ha di sicuro suonato la chitarra nello stile degli anni '80, quello che estremizzava le lezioni dei vari Jimi Hendrix, Tony Iommi o Jimmy Page dei seventies e rendeva la chitarra una zanzara velocissima, fastidiosa e imprendibile. Eddie Van Halen, Steve Vai, Joe Satriani, nomi che per alcuni sono sinonimo di déi scesi in terra, per altri simili alla venuta dell'Anticristo. Bene, oggi sembra proprio che lo stile di questi ultimi si stia riproponendo come la peperonata il giorno dopo, andando a colorare pezzi da cui non te lo aspetti, ma di questo parleremo successivamente. 

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Chiudiamo gli occhi e pensiamo un attimo al pop italiano da classifica degli anni novanta: nessuno degli eroi era sprovvisto di chitarrista rock, che la canzone fosse movimentata o un lentone strappalacrime. Uno standard assoluto, e non parliamo solo dei vari Maurizio Solieri per Vasco, Luigi Schiavone per Enrico Ruggeri, Max Cottafavi per Ligabue o Ghigo Renzulli per i Litfiba, la chitarra rock di rinforzo era prerogativa anche di cantanti come Marco Masini o Laura Pausini e di tutti i fenomeni da top ten di quegli anni. Era una sorta di sintesi dell'orchestra: aumentava volume, dinamica e potenza dei pezzi, simulava il violino durante l'assolo obbligatorio. Come in ogni corso musicale, la sovraesposizione di un qualsiasi stile o fenomeno implica il relativo declino, ma quello della chitarra elettrica è stato silenzioso. Da un giorno all'altro, sfilando come i dipendenti di Lehman Brothers nel settembre del 2008, i chitarristi tecnici, perfetti, i virtuosi dello strumento si sono trovati disoccupati e sono tornati a casa loro, portandosi dietro le Ibanez colorate con la maniglia scavata nel corpo, soppiantati da nuovi chitarristi che suonavano più alternativi, meno obsoleti. Quello che una volta era il simbolo di ribellione è diventato sinonimo di vecchiaia conservatrice e imbarazzante per le nuove generazioni di fine Novecento.

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Nei tardi 90s era obbligatorio avere chitarristi  con la Telecaster alle ginocchia tipo Jonny Greenwood dei Radiohead, che non reclamavano le luci della ribalta e, cosa più importante, che non facevano mai un assolo. Vietato, proibito. Tutti quegli sfarfallii, quelle mille note al secondo erano state bandite dal pop in modo assoluto e definitivo. Beh, insomma. Quando anche l'influenza del brit pop sulla musica italiana si è esaurita, quando l'indie chitarristico di Marlene Kuntz o Afterhours che sperimentava nuovi sentieri tra feedback e Big Muff tipici del grunge (quello dei Dinosaur Jr. e dei Sonic Youth) ha esaurito la sua forza rivoluzionaria, è arrivato l'indie degli anni 2000, quello che si è abbeverato dalla sorgente degli '80s del post punk: Interpol, Arcade Fire, Yeah Yeah Yeahs, The Killers e tutti gli altri, hanno tenuto a bada e messo al suo posto la chitarra elettrica, relegandole un ruolo gregario rispetto ad altri strumenti. Il pop mondiale intanto si stava fidanzando con l'hip hop e di chitarra neanche l'ombra.

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A casa nostra, dopo l'indie è statop il turno della sintesi del nuovo pop: Brunori, Thegiornalisti, Calcutta, Cosmo e tutti i nomi che vi vengono in mente hanno tenuto il chitarrismo lontano per cercare nuove vie espressive, ispirando tutto il pop istituzionale in cerca di nuova linfa. Vero fino ad un certo punto: Calcutta di Evergreen ha fatto infiammare la chitarra di Giorgio Poi, nel Love tour della band di Tommaso Paradiso, ad un certo punto sbuca Marco Rissa da sotto il palco ed esegue un assolo tipo Slash nel video di November Rain. Nel post-tutto, i generi vengono digeriti e mischiati insieme, l'alto e il basso si fondono, vale tutto. Ciò che non poteva entrare dalla porta principale, fa il giro e rientra dalla porta sul retro.

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La chitarra rock era già spuntata nell'elettronica retrofuturista dei Daft Punk e dei Chemical Brothers, con riff e assoli tipici dei vituperati anni '80, poi era diventata consuetudine nel revival aggiornato di band come Carpenter Brut da un lato e nell'art rock aggiornato di St. Vincent dall'altro. Siamo ai giorni nostri e ormai è tutto sul piatto. Difficile inventare qualcosa di nuovo, tutti i generi sono stati sviscerati, ogni riferimento di cultura pop è stato usato, non resta che giocare a carte scoperte ed è quello che hanno iniziato a fare certi trapper, raccogliendo eredità scomode e tramandandole alle nuove generazioni. I ragazzini italiani stanno iniziando a conoscere la chitarra elettrica grazie ad Achille Lauro, proprio come avvenne col battesimo mainstream dello strumento grazie al Jovanotti di La mia moto del 1989. Corsi e ricorsi storici.

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Non ci stupiremmo se qualche ragazzino si accostasse al grunge dopo aver ascoltato Ketama126, che ha contaminato la trap coi riff sporchi e cattivi. Intanto, dall'altra parte dell'Oceano, Post Malone ha calato l'asso e ha sbaragliato la concorrenza: nel nuovo album uscito qualche giorno fa, c'è un pezzo fatto con Travis Scott e Ozzy Osbourne. Esatto, il cantante dei Black Sabbath prima, della sua band poi, il sinonimo di droga, vita spericolata, il miracolato, l'uomo col flanger nella voce, la star di un reality nel quale sembrava tuo nonno, quello che ha azzannato un pipistrello sul palco, che ha sniffato formiche e piscio, proprio lui. Tornato dalla tomba per partecipare a una canzone che è al contempo trap e ballad metal e cheverso la fine lancia un assolo di chitarra totalmente old school: zanzarosa, melodrammatica, riccardona (volg. per virtuosa), liquida, fastidiosa e insieme eccitante. Sarà un piacere scoprire d'ora in poi come verrà digerito questo azzardo, se rimarrà una tantum oppure se la chitarra elettrica tornerà ad essere protagonista del post-tutto. Nel frattempo, chitarristi con la Ibanez fucsia, il Floyd Rose e le dita con gli addominali, iniziate a scaldarvi, tra poco potrebbe essere di nuovo il vostro turno. 

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L'articolo Ascesa, declino e revival della chitarra elettrica nel pop di Simone Stefanini è apparso su Rockit.it il 2019-09-17 10:19:00

Tag: opinione

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