Offlaga Disco Pax - Circolo degli Artisti - Roma Live report, 15/10/2005

20/10/2005 di



Per ottanta minuti, sabato sera, sono stato qualcun altro: ho provato l’abbandono, lo sconcerto, l’invidia, ma anche lo stupore e la speranza nel futuro. E mi è piaciuto. Mi ero mosso da casa, emozionato e carico di grandi aspettative, verso il Circolo degli artisti, diventato da qualche anno un crocevia importante per la musica alternativa a Roma. Non c’è dubbio che gli Offlaga Disco Pax siano tra le rivelazioni dell’anno e in molti, come me, si sono persi l’esibizione di marzo nella Capitale.

Quando arrivo l’atmosfera è già frizzante, le luci basse, la fila ai bagni “perché-durante-il-concerto-non-è-il-caso”, ma soprattutto c’è varietà di pubblico: l’alternativo simil-Morgan con completo blu e cravatta arcobaleno; quelli con le magliette dei Joy Division e dei Cure; gli indie-nerd con pantaloni a vita bassa e maglietta extrasmall. Si fanno le 23 e il gruppo sale sul palco. Ognuno guadagna la propria posizione: Daniele Carretti alla chitarra e al pc sulla sinistra, Enrico Fontanelli alla destra, tra basso, moog e mixer. Al centro, imperioso, Max Collini. Davanti a sé un leggìo e due pupazzi posati su alcune scatole di wafer Tatranky.

Partono con una vera e propria sigla. I ritmi sono sintetici e veloci, degna base del proclama del gruppo: “Offlaga disco pax è un collettivo neosensibilista contrario alla democrazia nei sentimenti”. Poi rallentano per far posto alle chitarre new wave ed è subito “Kappler”. Il pubblico sembra divertito e partecipante, accompagnando Max nel dire “Suo figlio, signora, ha la faccia come il culo!”. Si passa ad “Enver”, la cui esecuzione imperfetta sembra più a causa dell’emozione che di una scarsa tecnica. “Khmer rossa” (“storia di verginità e politica, ma non di verginità politica”) e “Tono Metallico Standard” irradiano il pubblico. La sensazione è straniante. A chi conosce bene i loro brani verrebbe voglia di cantarci sopra, ma ciò sembra impossibile ai più. Ad eccezione di un losco individuo, accanto a me, che ostenta un’approfondita conoscenza dei testi. Il coinvolgimento c’è, il pubblico pende dalle labbra di Max Collini colpito da una straordinaria capacità comunicativa: le espressioni, le parole scandite in maniera perfetta, lo sguardo che sa essere vitreo, sbigottito, triste, rassegnato senza perdere la lucidità e la concentrazione.

Si scivola verso “Cinnamon”, momento curioso in cui vengono lanciate verso il pubblico gomme alla cannella, per l’appunto. Le teste si muovono apertamente, allineate alle linee di basso geometriche suonate da Fontanelli: uno stile che ricorda molto il Maroccolo dei CCCP, ma senza sfociare nel plagio.

Per un attimo la tristezza mi pervade totalmente: clamorosamente manco la presa dei wafer Tatranky lanciati durante l’omonima canzone, e quando Max dice “ci hanno davvero preso tutto”, annuisco sconsolato. “De Fonseca”, presentata con un esemplare di ciabatta dell’omonima marca, racconta ad ognuno l’esperienza dell’abbandono. I bassi pulsanti di “Robespierre” riportano il sorriso sulle labbra dei presenti, con qualche passettino danzante di pochi, sparuti personaggi. Il gruppo esce tra gli applausi e, a sorpresa, rientra dopo pochi minuti. Si mormora, vicino a me, con indubbia cadenza romana “E mo’ che possono fa’? Er disco l’hanno fatto tutto!”. Viene eseguita l’inedita “Cioccolato I.A.C.P.”, storia di tobleroni e pompini dal testo profondo e ironico quasi più dei brani contenuti nell’album. E il tutto si chiude con un bis di “Enver”, suonata quasi per scusarsi della precedente versione. Li guardo andarsene cercando di carpire ogni loro emozione: sembrano stanchi, forse sorpresi da un pubblico così esigente; asettici nell’esprimere qualche sensazione. Poi, però, sulla soglia del camerino attiguo al palco, il sorriso compare. Rassicurandomi non poco.



Il socialismo tascabile arriva a Roma. L'avessero detto trentacinque anni fa si sarebbe alzata la corazza democristiana. Invece non c'è nessuna rivoluzione in atto, per ora, ma solo un concerto - bello - al Circolo degli Artisti. Rockit c'era e ve lo racconta.

Commenti (1)

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