Cappello A Cilindro - Classico Village - Roma Live report, 19/01/2005

06/02/2005 di



Penombra, ciao vecchia amica. Stasera il Classico Village sembra un club della Big Apple per soli jazzofili: tavolini circolari rischiarati da minuscoli ceri, gigantografie di glorie passate alle pareti, note discrete in sottofondo. Quiete. Intimità. Ambiente depurato dal fumo a disfarsi di aura maudit per divenir quasi sacrale, tanto che gli stessi Holiday e Parker paiono contrariati.

Mi sistemo sopra uno sgabello sul fondo. Passando per le ordinazioni, la ragazza mi lascia un modulo da compilare. Colgo l’accento, non la provenienza. “Sudamericana … di dove?” “Argentina”. Quando torna con la media, le domando se poi ti arrivano, questi biglietti omaggio o inviti per serate a tema di cui il foglietto fa bella mostra. Si mette a un palmo e stende la gamba sotto il mio sgabello, occhi neri da cerbiatto e labbra che più carnose non si può, al che dimentico tutto e abbozzo quel sorriso scemo di chi resta senza fiato. “Ok? Todo bien?” “Ah. Sì, come no, grazie …” Alle ventitre e venti circa il locale è finalmente gremito. Otto giovanotti scivolano via dalla sala, allegri e in punta di piedi ci danno il benvenuto. Organico classico e sezione fiati al completo, frontman che si dondola all’acustica e fisarmonicista con vizio del piano. Fico, almeno stasera il rock è bandito. Un paio di ballate folk, per sciogliere i muscoli. Poi ti ritrovi a battere il tempo, a far ping pong con la testa. O ad apprezzare certi passaggi lirici, laddove il Cappello va colorandosi di malinconia tenera o sarcasmo naïf. C’è molto di già sentito, nessun dubbio, ma reinventarlo tutto insieme, e bene, alla fine assume toni di assoluto decoro. Capossela in primis, specie quello de “Il ballo di San Vito” e “Canzoni a manovella” : roco, dolente, arrugginito, felicemente acciaccato se ha sempre con sé una fiaschetta. Sonorità balcaniche, dunque, jazz tra i ’20 e i ’40, cadenze tangheggianti dalle improvvise scintillanti impennate hard folk e inaspettate aperture patchanka. Ma soprattutto questo immaginario cilindrico imbevuto d’amore nostalgico per un secolo ai suoi albori fin giù agli anni ’50, epoca magica di giocolieri-mimi-saltimbanchi, ragtime, charleston e tip-tap. E poi di ferrivecchi scovati nella soffitta della nonna (un clacson, una ruota, un costumino a righe), di nobili sbronze mai smaltite, di serenate alla luna, di Modugno triste e appassionato, di Buscaglione burlone e sboccato. Col fil rouge, in ultimo, del fantasma bonario di Rino Gaetano, di cui a mio avviso il vocalist Colandrea è fan sfegatato: ironico e pungente, simili movenze. Il live scorre liscio come un bourbon nella gola di Vinicio. Istrionici. Bravi. Simpatici. Bis. Tris. Delizioso garbato cabaret.



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