Club To Club 2018 (o l'importanza di avere un'idea) Live report, 01/11/2018

Tutte le foto sono di Silvia Violante Rouge per Rockit.itTutte le foto sono di Silvia Violante Rouge per Rockit.it
08/11/2018 di

Capita a volte di avere la percezione che quello che succede in Italia arrivi dopo quello che è stato fatto in altri posti. Che ci siano cose che puoi sentire solo a Berlino, fuori Londra o in un sottoscala finlandese. Forse c'è stato un momento, che a volte dura ancora, in cui questa percezione ha corrisposto alla realtà. Ci sono posti invece in cui in casa nostra non ci manca nulla, laser che illuminano una strada ancora buia per gli altri ma non per chi punta la luce. Forse questo report sarà lungo, noioso e retorico per qualcuno, quindi, per tagliare la testa al toro: uno di questi luoghi che brillano per intuizione e meraviglia, a mani basse, è Club To Club. 

Quattro giorni di musica nel cuore di Torino, che dai due appuntamenti centrali del Lingotto si espande sulla città, per un festival che quest'anno compie i suoi 18 anni passati vincendo la scommessa di un futuro possibile. Sei venue diverse, quattro giorni che sembrano durare una trentina d'ore l'uno e sui palchi solo qualche decina di artisti. Dietro la line up c'è infatti la visione di un festival che incastri pochi nomi ma precisi, rinunciando alla retorica dei mille palchi per tutti i gusti in favore di una ratio dietro ogni act. Avant pop, dicono al festival in due parole per spiegare tutto questo. E la costruzione di una line up del genere è il primo, vero e forse più rilevante elemento della rassegna. "La luce al buio" è il tema di quest'anno, che viene dal set di Nicholas Jaar al Lingotto dell'anno scorso, che riprende poi il live di Franco Battiato di qualche anno fa e che forse, nella storia del festival, è stato uno dei momenti più significativi nella definizione di dove si vuole andare e a far cosa. E già qui siamo davanti alla lucidità di creare una narrazione continua tra le edizioni. 

Fare cultura e non essere un semplice aggregatore di nomi in cartellone significa esattamente questo. Allestire un’esperienza modulare impiantata su una visione di fondo, declinata attraverso la line up e non solo grazie ad essa. Vivere della sola luce riflessa degli artisti non è necessariamente un male, ma non aggiunge nulla di rilevante a quello che già gli artisti stessi hanno fatto. Se Club To Club è il posto in cui voler essere non solo per il pubblico, ma anche per chi lavora con la musica in ogni sua declinazione, il motivo è l’aver costruito una fortezza di cristallo e neon dove riconoscersi. 

Del pubblico, probabilmente e facendo eccezione sui main act come quel gigante di Aphex Twin, forse a una buona parte non interessano nemmeno la metà degli artisti, ma vuole esserci comunque. Per moda? Forse, ma soprattutto perché C2C è riuscito, nei suoi 18 anni, a gettare le fondamenta di un festival che è innanzitutto un’idea. Un’aria elettrica in cui avere la percezione di ascoltare qualcosa che avresti dovuto ascoltare da lì a cinque anni, come se qualcuno ti avesse preparato uno show fatto arrivare direttamente dal futuro. Il fatto che essere lì voglia dire non solo sentire buona musica ma sentirsi parte di una visione è attraente per chi viene, perchè esserci significa anche sentirsi simili a chi quel qualcosa lo ha creato e lo vive durante tutto l'anno. Un festival in cui per il pubblico voler essere presenti equivale, se non a volte supera, l’appeal degli acts del festival stesso non è un errore. Anzi, è la cosa migliore che un festival musicale può fare a se stesso. Di nuovo, prendere il faro della propria aura e usarlo per illuminare davanti a migliaia di persone chi fa qualcosa di nuovo e importante non è staccare biglietti, è fare cultura. 

Club To Club, da qualche tempo, ha rinunciato a quella vocazione di circo itinerante e nomadismo per scegliere il Lingotto di Torino come casa. I due giorni rossi sul calendario di C2C sono entrambi dentro il padiglione fieristico, su due palchi che sembrano a un paio di giorni di cammino. Altro pregio di C2C? È un festival a cui puoi perdonare quasi tutto. Il bar potrebbe essere gestito meglio, le distanze sono lunghe, le sale scarne. Poco merch o allestimenti, tutto è ridotto all’osso. Ma il bello è anche questo, perché gli show non sono solo il focus, sono l’unica cosa che conta davvero lì dentro. Chiaro, sei in un capannone per un numero indefinito di ore, sbronzarsi o darsi una lisciata chimica alle tempie è comprensibile. Ma quello che emerge sono i laser, la musica, i neon, e quelle figure in lontananza che si stagliano sul palco in chiaroscuro. Piccolo appunto, ci sono stati momenti in cui la resa audio dei palchi, uscendo dalle prime file, non è stata sempre all'altezza di un festival del genere. Peccato, ma tutto sommato non in proporzioni tali da essere imperdonabile. 

Club To Club si alza alto sulle nuvole, però, quando esce da se stesso, perché rinuncia al nomadismo di un tempo scegliendo il Lingotto, lasciando indietro i tempi di quando si divideva contemporaneamente in locali diversi, ma solo fino a un certo punto. L’Absolut Symposium, cuore pulsante dell’organizzazione e di tutto il sistema solare che gravita attorno al festival. Poi Club Palazzo con gli anime e Kode 9 in un mercato coperto. L’aftershow alla Reggia di Venaria e l’afterparty di Lavazza. Non ultimi, Tirzah e l’Italia New Wave a OGR. Tutto questo fa gran bene a una città come Torino.

Chi viene da Milano come chi sta scrivendo percepisce in Torino qualcosa di molto vicino e di lontanissimo. Posto che ci metteresti meno a volte ad andare da Milano a Torino che da una parte all’altra di Milano, Torino ha un ecosistema tutto suo. Che quella cosa che Torino è il modo più economico di vivere a Parigi è vera ma fino a un certo punto, perché il capoluogo ha una dimensione privata e complessa. Da uno slancio di futuro intravisto, sulle basi di una città aristocratica nel cuore ed elegante nelle piccole cose, oggi emerge qualcosa che è più simile alla rassegnazione che allo slancio, almeno nella zona in cui abbiamo dormito per i giorni del festival, tra Lingotto e San Salvario. Torinesi, io spero di sbagliarmi, ma voi nel dubbio tenevi stretti qualcosa come Club To Club che vi vuole bene davvero. Perché poche volte mi è capitato di vedere un evento culturale fare tanto bene ad una città, e qui non si parla solo di indotto generato sul territorio, ma di una manifestazione capace di dare vita e sogno ai posti, di spendersi e spendere per animarla tutta, per tutti, per sempre. Per sempre? Sì, quando suona Aphex Twin. Ne hanno già parlato tutti, non la faremo lunga ancora. Solo dirvi che in questo momento qui, in Italia, a Torino, il live di Aphex Twin per come è stato fatto sentire e vedere dal gigante della musica contemporanea che è Aphex, è qualcosa che resterà nella memoria di chi c'era e nelle orecchie di chi se lo è fatto raccontare per un po' di anni ancora. 

Però no, questo non è stato solo il festival di Aphex Twin. Chiaro che un nome del genere, tra i giganti che escono dalla mitologia per camminare tra noi mortali per portarci la scoperta del fuoco, rischia un po' di mangiarsi tutto il resto. Quei quattro giorni però hanno tanto altro, e se sei venuto solo per sentirti quel live bella per te, hai visto un live enorme, ma ti sei perso tutto il resto. Cosa? Bienoise, ad esempio. Oppure il set di Palm WineCall Super del giovedì. E poi Skee Mask, Avalon Emerson, i Beach House e Kode 9. L'Italia non è solo pronta a stare al passo ma a tenere testa a tutto e tutti, quando e dove vuole, se vuole farlo davvero. Suona retorico e smielatino? Sì, ma in fondo va bene. Perchè se anche il bar chiude alle 3 di mattina non importa, il futuro è importante quando qualcuno te lo presenta così, quando non c'è solo la musica ma una visione, quando la luce al buio indica una direzione precisa, e in quel momento conta solamente quello. 

 

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati