Il live di Colapesce nel carcere di Bollate Live report, 21/10/2015

Colapesce nel carcere di BollateColapesce nel carcere di Bollate
22/10/2015 di Ray Banhoff

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«Oh nun la lassà qui labborsa, che c'è pieno de ladri».

Scoppia una risata che va arrampicandosi fino a scavalcare le alte mura di cemento armato. L'eco deflagra nell'aria ma non turba i piccioni che beccano tranquilli a terra, però stempera un po' della tensione che c'è tra gli astanti.
A farla, la battuta, è una guardia carceraria del carcere di Bollate. Lorenzo Urciullo, in arte Colapesce è riuscito dopo numerosi impedimenti burocratici a introdurre la macchina con gli strumenti all’interno della struttura. Colapesce è timido, gentile, magro, avvolto in un chiodo di pelle che copre un felpone nero e se ne sta vicino all’auto di fronte a un gruppo di secondini. Dall'altra parte di un portone di acciaio altro due metri e mezzo e chiuso con chiavi che grosse come noci di cocco, lo attende un auditorium diverso da quelli in cui suona di solito.


Bollate è un'eccellenza delle carceri italiane
, una sorta di premio che viene dato solo a detenuti che si sono distinti per particolari meriti all'interno della vita carceraria, ma è comunque un carcere, dentro ci sono persone incriminate per reati gravi. Col primo poliziotto con cui faccio amicizia cerco di avere notizie su Vallanzasca (che è qui rinchiuso) «ehhh ma ormai lui è vecchio». Quelli dei reati sessuali li tengono separati dagli altri, perché per loro la vita qui non è semplice.
Ne arriva un gruppetto, da ultimo, che prende posto al concerto quando le luci sono ormai già abbassate. I secondini sono quasi tutti meridionali, prevalentemente siculi, si parlano in dialetto stretto e Colapesce vedono che è un paesano ancora prima che lui dica buongiorno.

È teso lui, che di parenti in carcere come dirà dopo di fronte al microfono, ne ha quattro. E siamo tesi noi, un piccolo gruppo di giornalisti ammessi a seguire l'evento. «È il primo carcere che visiti?» Mi chiede una guardia. «Be' non c'entra niente con le altre carceri. Questo posto è speciale».
Passo dieci minuti buoni a parlare di sociologia e di tradizione popolare con un signore con le guance rubiconde, Antonio. È maestro di musica e coordina le attività musicali dei carcerati. Gli chiedo: è tanto che lavori qui? E lui mi risponde sorpreso: «ma io sono qui come carcerato. Oh, ma sono una persona normale non c’ero mai stato in galera però due anni fa ho fatto una cosa e ora sconto una pena».

Dopo, in sala musica mi presenta un altro tizio bellissimo, un vecchino basette-baffoniallaStalin-sorrisone, che è stato il batterista di Patty Pravo. E anche gli altri che conosco non mi sembrano tipi diversi da quelli che ti servono il kebab a Maciachini o dagli autisti dei furgoni DHL. Ci guardano con interesse, sono divertiti, mi chiedono di fargli delle foto, ci accolgono come ospiti. Al bar vedo un volto noto: Fabian, storico cameriere dell’Arci Bellezza, ci mettiamo a chiacchierare. Nel frattempo entrano ed escono le carcerate che erano a lavorare fuori, si abbracciano con gli educatori. Le guardie sicule scherzano, me sempre rimanendo autoritarie e inavlicabili, coi detenuti. «Guardami negli occhi se ci riesci», dice un poliziotto catanese a Samba, un ventunenne senegalese alto due metri. «Vedi è nu pampaciune, non ce la fa a reggere il mio sguardo». E ridono entrambi.

Colapesce si muove in punta di piedi, senza giubbotto è magrissimo, suona con la voce rotta dall’emozione. Non deve essere semplice per lui. Pure la sua musica non sarà facile per i carcerati, penso. Invece osservando il pubblico ti accorgi sono felici, per loro è un bel pomeriggio, scherzano, applaudono, lo esortano a suonare senza menarsela. Fa "Je so’ pazzo" di Pino Daniele e poi lascia il palco ad Antonio, che col fare di un vero esperto dei palcoscenici esordisce «volete De Andrè?», e attacca un pezzo di De André che conosco ma di cui non ricordo il titolo. E chiaramente ci sta da dio.

Io e il piccolo gruppetto di persone con cui ero veniamo scortati fuori dal carcere dopo una breve gita nelle aree visibili della struttura, nel piazzale da cui si vede il padiglione Italia di Expo e l’Albero della vita. Esci da questo cortile e c’è un’altra aria, c’è il mondo, ci siamo noi che andiamo in su e in giù.
Ci salutiamo come quelli che rimangono chiusi due ore assieme in ascensore, con la consapevolezza che ci siamo sentiti tutti legati l’uno all’altro e che ora, finalmente, possiamo tornare liberi alle nostre vite e lasciarci alle spalle tutta quella tensione. Siamo stati in mezzo a dei condannati, Dejan dentro per reati sessuali che mi chiedeva una foto in posa, un tizio albanese che parlava come un avvocato nel corpo di un gangster e mi ha insegnato a rollare delle sigarette che non si spegnessero, Alessandro che cercava delle viti per aggiustare un pianale e due ragazzi che incidevano una versione semi acustica di un pezzo dei Nirvana. Magari hanno sparato, ucciso, stuprato, estorto, percosso, rapinato, vai a sapere, c’avevano degli sguardi che era come entrare in un vortice, ma non riesco a smettere di pensare a una frase cruciale di "A sangue freddo" di Truman Capote: «È come se io e Perry fossimo cresciuti nella stessa casa, lui se ne è andato dalla porta di dietro e io da quella davanti».

 

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