Vinicio Capossela - Colosseo - Torino Live report, 13/03/2006

16/03/2006 di



Si sentiva male.

Porca vacca si sente male. In più, io e il mio amico siamo lontani e con due spilungoni davanti. La sensazione è quella di sentire una trasmissione radiofonica, sia dal punto di vista visivo che acustico. Vinicio fa largo uso di basi e strumenti campionati. Tutto è un po’ piatto e la sparuta formazione non riempie un decimo di quello che “Ovunque Proteggi” riempie in camera mia, con lo stereo a volume sostenuto.

La sensazione è di truffa. E devo dire che un po’ mi piace. Ormai mi sono abituato a vedere nelle cose “fatte male” un certo fascino. Ma la poltrona è scomoda. Sono dovuto arrivare a teatro prestissimo, con la conseguenza di una cena abbozzata e non realmente consumata. Insomma tutto butta male. In più il concerto continua imperterrito nel proporre solo pezzi dell’ultimo album. Sullo sfondo c’è un telone, e sul telone delle immagini che roteano in maniera quasi psichedelica. Ma nulla di più. Grazie ai due spilungoni riesco a vedere solo quelle (tanto valeva andare al cinema).

"Moskavalza" sembra l’unica che riesca bene. Queste basi sporche e rumorose si prendono nell’eco del teatro e diventano un grosso e sacrosanto casino. Con “Nutless” lo spettacolo ridesta la mia attenzione, è il suo pezzo migliore. Ma Vinicio ce la spiega in maniera quasi didattica, come se fosse in uno show televisivo importante. Mi sembra eccessivo.

Annuncia una pausa. Se ne va e dopo torna. Ci mette poco. La maggior parte delle persone sono ancora fuori e fumare, attacca con “Maraja” e poi “Bodyguard” (poco prima aveva introdotto Davide Graziano nel ruolo dell’”amico batterista torinese che viene a far due pezzi”). Continua con i classiconi. Ormai, io e il mio amico siamo in piedi nel corridoio a metà sala. Bisogna ammettere che da lì il gruppo si sente da Dio, mamma che botta. Tutto sporco, confuso, ma grande. Quasi come “Un Piede Sulla Merda” di Bugo. C’è quell’atmosfera del tipo: “ormai abbiamo onerato il prezzo del biglietto, adesso facciamo un po’ a modo nostro”. Peccato che il momento scemi in fretta, la band se ne va e resta lui, da solo, al piano.

Fa “Scivola Vai Via” e altre famosissime. Pian piano si lascia andare. Comincia bere con una certa frequenza e le spiegazioni tra un pezzo e l’altro diventano sempre più lunghe. Omai lui si è rilassato. Inizi a pensare che lo spettacolo sia finito, rinunci a possibili nuovi sviluppi. Rimani fregato: lui ti racconta delle sue avventure di una decina d’anni fa ai Murazzi e tu ci credi. Delle sue notti da Giancarlo (un locale lungo Po). Di un tipo che aveva usato sette facciate di una fila di palazzi per scrivere con le bombolette un messaggio alla sua ragazza: ho comprato champagne e pasticcini e mi sono sentito quasi un uomo a trattarti da signora e a scordarmi di quel che è stato. Dice che gliel’aveva confidato una barista dei Murazzi. Poi attacca con “25 Aprile” e cazzo, c’è proprio quella frase, non l’avevo mai colta. E’ quindi possibile metter la propria vita nella propria musica? Non credevo che qualcuno lo facesse ancora e, soprattutto, che qualcuno fosse veramente in grado di farlo.

Continua con “Modì”. Ormai sono paralizzato, con gli occhi spalancati, tra poco mi cade la giacca. Chiama la band, fanno “Al Veglione” e se ne vanno. Poi ritornano. Fanno “Il Ballo Di S. Vito” e giuro che non ho mai sentito tanta cattiveria in una canzone. Lui ha la sua maschera con le corna e si muove come se davvero dovesse convertirci tutti. Sprigiona energia. Pazzesco. Se ne va. Tutto il pubblico è in piedi, si accendono le luci. Ci si muove per andare. Lui torna e fa: “non potevo lasciarvi andare senza la nostra benedizione”, fanno “Ovunque Proteggi”.

Le luci restano accese, tutti abbiamo la stessa espressione. Tutti, in piedi, ci guardiamo in faccia, convinti di aver passato la stessa esperienza. Come se ci fossimo salvati da un incidente aereo, o meglio ancora, dal peggior naufragio mai capitato. Vinicio ci fa cantare anche un pezzo della canzone, ma ormai conta poco. Tutto il teatro è una cosa sola, un unico respiro. Sottolinearlo è superfluo. Tutti si abbracciano, io guardo il mio amico e dico: “è meglio di no”.

Penso sia rischioso che la musica crei mostri del genere. Tutti ci siamo sentiti più fragili all’uscita, nessuno ha veramente avuto un qualcosa di suo. Ci siamo solo fatti un giro con la vita di Vinicio Capossela, il quale si è prostituito emotivamente per noi (e per l’incasso dei biglietti, chiaro). Il cuore reggerà al prossimo? Al ritorno, io e il mio amico, abbiamo bevuto una birra sentendo i Modest Mouse. Così abbiamo accantonato il problema.



In fricassea. Si è sbranato al Colosseo. Vinicio Capossela a Torino, quale miglior luogo? Si sentiva di schifo ma almeno ci ha potuto chiedere il pollice verso per decidere se uccidere o meno i suoi musicisti. Una grande serata. Da perderci la vita. Sandro Giorello racconta

Commenti (1)

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