Io e G. siamo amiche da molto, pensiamo all’età che ci divide poco e mai. Apparteniamo, secondo il gergo di internet, a due fasce diverse: Gen Z e Millennial. Uno scisma socio-antropologico latente, del quale non percepiamo mai la presenza ma che si è palesato nel momento in cui le ho chiesto di venire a vedere i Kooks con me. «Ma come, li conosci?», mi chiede. Uno stupore che tornerà mentre siamo in fila prima di entrare al Fabrique, osservando lo strano ecosistema che attende con noi. Un acquario dove le camicie a quadri d’ordinanza dell'era indie-sleaze convivono con i top asimmetrici di chi è nato nell’era dell’algoritmo. Appena entrate, la differenza non è nei vestiti, ma nell’aria. G. ha quella faccia che ho imparato a conoscere benissimo; quella di chi sta già calcolando i minuti che la separano dalla prossima sigaretta. I Millennial in un locale al chiuso sono creature tragiche: soffrono di una privazione rituale, una sorta di astinenza metafisica che li fa sentire nudi senza una bionda tra le dita. Io e i miei coetanei, invece, ci muoviamo in una nuvola di vapore sintetico. Le Iqos brillano nel buio come lucciole.
G. mi guarda espirare anguria e nicotina con un odio che rasenta il rispetto: «Voi non avete il senso del limite, solo quello del comfort», commenta ridendo. Non riesco a controbattere che i Kooks partono forte: Always Where I Need To Be e Sofa Song in apertura sono una dichiarazione di intenti che non lascia spazio a fraintendimenti. Nessuna intro ambient, nessun warm-up fumoso. Il suono è quello di sempre – chitarre che mordono senza sbavare, una ritmica che tiene un tempo andante. Luke Pritchard sale sul palco con quel carisma da eterno adolescente che in un uomo che si avvicina ai quaranta dovrebbe stonare e invece funziona. G. lo fissa; «guardalo» – mi sussurra sopra le chitarre – «è palesemente un Alex Turner che non ci ha creduto abbastanza». Non sbaglia del tutto, eppure Pritchard non ha mai voluto essere Turner, e questo, paradossalmente, è il suo punto di forza. Ha smesso da tempo di competere con chiunque e si è ristretto, nel senso nobile del termine, al formato che gli appartiene: quello del club, non dello stadio. I Kooks sono i re della capienza media e lo sanno.
Ooh La e Bad Habit arrivano come si arriva a casa dopo un lungo viaggio – con sollievo, cantiamo tutti con certezza le parole di queste canzoni. Qui la band mostra la sua vera qualità, che è quella di saper far sembrare semplice ciò che non lo è. Pritchard non è un innovatore e probabilmente non lo è mai stato. La sua voce ha ancora quella torsione ibrida, mezzo soul mezzo sberleffo, che su Down trasforma un pezzo indie in qualcosa che assomiglia a del funk bianco sporco. È un effetto difficile da replicare, ed è lì – nel disinteresse apparente per la propria bravura mostrata con estrema nonchalance – che risiede tutta la sua credibilità. La sezione ritmica lavora nell'ombra con una precisione che il pubblico non nota e che è esattamente la prova della sua qualità. Il basso su She Moves In Her Own Way non è un accompagnamento: è la spina dorsale di un brano che tiene in piedi due decenni di aspettative senza cigolare. Musicalmente, i Kooks tengono botta. Non sono una band da stadio e non vogliono esserlo. C’è un momento in cui Pritchard prova a fare il piacione internazionale, biascicando qualche parola in italiano con quel tono da turista che ha appena imparato a ordinare un risotto a Brera. È tenero e irritante allo stesso tempo. Il mood cambia drasticamente quando compare un piano sul palco e si mette a parlare di suo padre, morto quando lui era piccolissimo. Lì il cinismo di G. vacilla e la mia voglia di fare un video per i miei amici sparisce sotto il peso di una gravità improvvisa. È una vulnerabilità fortissima, quasi fuori contesto in una scaletta che fino a un attimo prima sembrava un frullatore di serotonina. Su Sway e Sweet Emotion, la band dimostra di non essere lì solo per assecondare il frontman: c'è un groove solido, una struttura ossea invidiabile che regge l'impatto di un pubblico che non smette di saltare.

Passiamo attraverso Matchbox e You Don’t Love Me con la sensazione di essere su una giostra che non vuole fermarsi. La voce di Luke Pritchard regge, anche se a tratti sembra rincorrere il fiato dei vecchi tempi, ma compensa con una presenza scenica che oggi i nuovi gruppi indie internazionali faticano a trovare nei loro set troppo puliti e troppo mediati. Noi della Gen Z balliamo in modo scomposto, cercando l'angolazione giusta per la fotocamera, trasformando il concerto in un ricordo che poi non resterà a noi; i Millennial come G. stanno lì con le braccia incrociate e il piede che batte il tempo, una resistenza passiva alla vecchiaia che avanza, un modo di esserci che non passa per lo schermo ma per il nervo scoperto.
Il blocco finale, prima dei bis, è una cavalcata nostalgica: Be Who You Are, Shine On, Forgive & Forget e quella Junk Of The Heart che sembra scritta apposta per essere urlata in coro da tremila persone che non sanno bene cosa fare della propria vita. L'encore è una formalità necessaria, ma densa. Sea Side è la carezza acustica prima dello schiaffo, ma è su Naïve che il Fabrique implode. È la canzone che annulla i cinque anni che ci separano. G. la urla fortissimo – mi racconta che il suo fidanzatino del tempo gliel’aveva dedicata: io la canto perché è il pezzo che ha definito un'estetica che ho saccheggiato anni dopo su Tumblr. È il momento della verità: non importa quando sei nato, Naïve è il punto di contatto dove il dolore diventa britpop e questo britpop diventa universale.

Usciamo che Milano è ancora più umida, un velo di nebbia che avvolge la strada davanti al Fabrique e G. accende finalmente la sua sigaretta con una solennità da sopravvissuta, aspirando come se stesse avesse ripreso a respirare adesso. Espira il fumo verso i lampioni e mi guarda controllare i video e le foto sull’iPhone mentre continuo a ripetere che il concerto è stato fantastico, ci ha rimesso al mondo, commento fin troppo entusiasta. «Sì, vabbè. Ha ancora quel fascino maledetto. Però domani mi serve un aerosol».
---
L'articolo Come vivono i concerti (dei Kooks) i Millenial e come li vive la Gen Z di SaraPaolella è apparso su Rockit.it il 2026-03-05 12:43:00
COMMENTI