Perché gli italiani stanno tornando a comprare i cd?

15/04/2016 di

La scorsa settimana la FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) ha diffuso, come di consueto, i dati raccolti da Deloitte relativi alla salute del nostro mercato discografico: la fotografia è totalmente positiva, visto che nel 2015 è stato registrato un incremento dei consumi del 21%, per un fatturato complessivo di 148 milioni di euro. Un dato che va di pari passo a quello globale, con una storica buona notizia data pochi giorni fa dall'IFPI (International Federation of the Phonographic Industry): per la prima volta in sette anni, la musica è tornata finalmente a vendere.

A trainare la discografia mondiale c'è il comparto digitale (streaming e download) che ha garantito il 68% delle entrate, mentre in Italia è emerso un dato bizzarro: il vecchio cd musicale ha generato ricavi per oltre 88 milioni di euro (più del doppio dello streaming) e una crescita del 17%. I cd da soli valgono circa il 59% del mercato di musica registrata.

Gli italiani stanno ricominciando a comprare i cd, un formato che mai come oggi sembra obsoleto? Ne abbiamo parlato con Claudio Ferrante, presidente e fondatore di Artist First, società di distribuzione discografica alternativa alle major. 

 

I cd tornano a dominare l'industria discografica italiana: come si spiega questo dato?
Il dato si spiega senz’altro per i numerosi instore e incontri di artisti e fans. Ciò che oggi la gente vuole è non solo accedere alla musica, ma farlo anche “toccando” l’artista, facendosi fare un autografo o un selfie in un negozio, che finalmente è tornato ad essere un luogo in cui si entra e si compra. Tutta la “virtualità” degli ultimi 8-10 anni è sfociata in un ritorno all’incontro, al contatto. Sono gli instore ad aver innalzato le vendite, senza ombra di dubbio, ma anche le de-luxe editions sempre più numerose, prodotti più ricercati e più costosi, ma dall’alto valore aggiunto.

Oggi è uscita questa statistica che indica che buona parte di chi compra un vinile non lo ascolta davvero. Dato lo stile di vita degli italiani, è probabile che se si conducesse un sondaggio simile sui cd, si otterrebbero risultati simili. Secondo lei, la gente che compra questi cd poi li ascolta? 
A mio avviso si, il CD è comunque ancora molto diffuso nelle auto, i CD player sono ancora nei salotti degli italiani. Ma resta un valore dato dal “feticcio”, dal possesso di una bella confezione da tenere semplicemente sullo scaffale, come un libro illustrato, una volta sfogliato lo metti nella tua libreria, a testimonianza di un tuo piccolo patrimonio culturale ed estetico. Con la musica a mio avviso è la stessa cosa.

La situazione italiana è in assoluta controtendenza rispetto a quella mondiale, o perlomeno in netta opposizione a quanto avviene negli USA, il mercato mondiale più forte, dove il sorpasso del digitale sul supporto fisico è già avvenuto da tempo. Un dato apparentemente positivo è invece indice di ritardo culturale e tecnologico?
Certo, siamo una popolazione tradizionale, che impiega forse molto di più rispetto ad altre nazioni ad utilizzare il digitale. Nelle grandi città in metropolitana si ascolta la musica con Tim, Spotify ed Apple, in provincia si accede alla musica in altro modo, si va nei centri commerciali, si comprano i CD. E direi... per fortuna. Perché possiamo utilizzare ancora questo poco tempo che ci resta dal declino del CD per prepararci meglio al cambio di fruizione, trovando nuovi spunti per monetizzare meglio la musica sulle piattaforme, osservando ciò che succede negli altri paesi.

L'altro dato che salta agli occhi (in realtà da molto tempo ormai) è che il mercato italiano è dominato dalla musica italiana in italiano. Perché siamo così chiusi alla musica internazionale?
Andiamone fieri. Il prodotto italiano è fondamentale per la nostra identità, acquistare musica di artisti prevalentemente italiani vuol dire continuare a remunerare l’indotto di professionisti italiani che lavorano per creare successi, e ciò fa bene all’industria e a chi in essa crea valore. Basti pensare agli imprenditori, al lavoro che svolgono ogni giorno investendo proprie risorse. Penso a Caterina Caselli che da poco ha compiuto 70 anni. Imprenditore in un’azienda che da decine d’anni crea valore con risorse proprie, reinvestendo ogni anno più di quanto incassato l'anno precedente. Sono panda da salvare, e se la notizia è che si comprano molti più italiani che internazionali, è una notizia fantastica.

Non crede che questa chiusura totale verso la musica internazionale porti un ristagno culturalmente pericoloso? Sia a livello di suoni (rimaniamo sempre indietro rispetto a quelli che sono i trend del resto del mondo) sia a livello di mercato - gli artisti italiani difficilmente riescono a competere con i loro colleghi stranieri, e possono vendere dischi solo in Italia, che sul lungo periodo è limitante, una cosa che "azzoppa" la nostra industria discografica.
Io non credo, anche perché anni e anni fa quando erano gli internazionali a dominare le classifiche, ci lamentavamo del fatto che gli italiani consumassero poca musica in italiano ed eravamo tutti a guardare la Francia come Paese modello del protezionismo linguistico e nazionale, a cominciare dalle quote radiofoniche di emissione, alle leggi a tutela dell’industria “francofona”. Ecco, oggi con un dato così incoraggiante il Governo italiano dovrebbe pensare a una legge a protezione del nostro patrimonio.

Tag: mercato discografico opinioni

Commenti (2)

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  • radiocane 16/04/2016 ore 14:30 @radiocane

    RIP discofrisco

  • Mirko Fioresi 25/04/2016 ore 09:45 @mirko.fioresi

    Questo Claudio Ferrante mi sembra un conservatore anacronistico coi paraocchi... Uno che considera positivo il fatto che in Italia si consumi prevalentemente musica italiana e che sia un mercato chiuso mi fa cadere le braccia e non solo...

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