È difficile organizzare un concerto in Italia? Ecco come funziona un'agenzia di booking

Abbiamo intervistato due promoter italiani, Lorenzo Bedini e Marco Stangherlin, e ci siamo fatti spiegare quanto sia bello, e al tempo stesso difficile, organizzare un concerto in Italia

il pubblico ad un concerto
il pubblico ad un concerto - Il pubblico de Lo Stato Sociale al Paladozza di Bologna, ph: Francesca Cauli

Il booking è una di quelle attività che qualsiasi ragazzo o ragazza potrebbe intraprendere nel caso volesse far diventare la propria passione per la musica un lavoro vero. Per chi non sapesse minimamente di che cosa stiamo parlando: quando una band non riesce più ad organizzarsi da sola i concerti o i tour, si appogga ad agenzie, o a singoli promoter, che lo fanno per lei. La buona notizia è che per inziare non serve un grande investimento: basta un telefono, una connessione internet, uno o più gruppi che abbiano fiducia in voi e una piccola rubrica di contatti da cui partire. Quella cattiva è che dovrete mettere in conto un lungo periodo di gavetta prima di riuscire a pagarvi le bollette.

(Ghemon, foto di Starfooker)

Ho fatto una lunga chiacchierata con Lorenzo Bedini e Marco Stangherlin: il primo è il fondatore insieme a Sergio delle Cese di Antenna Music Factory, l’agenzia che cura le date dei Marta Sui Tubi, dei Calibro 35, di Dente, de Lo Stato Sociale, di Ghemon e di altri. Stangherlin invece è l’unico proprietario di Wakeupandream: organizza i concerti di nomi come Teho Teardo, Sacri Cuori, Father Murphy e porta in Italia molti artisti stranieri importanti (Lee Ranaldo, Julia Kent, Tim Hecker, Carla Bozulich, tra i tanti). Entrambi fanno questo lavoro da più di quindici anni ma, pur avendo tratti comuni, ci possono dare due punti di vista diversi su cosa significa organizzare concerti nel nostro paese e, soprattutto, su come questo mestiere sia cambiato negli anni. 

“I primi li ho organizzati 20 anni fa in maniera totalmente improvvisata -racconta Bedini- "Era il 1995, le date le fissavi con i gettoni andando alla cabina telefonica in strada. Ovviamente non c’era internet, c’erano i fax. Facevo tutto nei ritagli di tempo fino quando sono riuscito a trasformare l’hobby in un lavoro. Dopo quattro anni ho aperto la mia partita iva e ho iniziato a approfondire una serie di cose da conoscere e di mansioni necessarie per farlo a livello professionale. Oggi è tutto più facile, ci sono mille app utili che ti possono semplificare la vita. Certo c’è da farsi il culo, tanto adesso quanto allora.

(Il cristo di Luca di Pierro per Father Murphy)

La lista di cose a cui si riferisce Bedini è praticamente infinita: chi fa booking deve essere esperto di tutte le varie sfaccettature di quell’enorme calderone chiamato “previdenza sociale” - prima di competenza dell’Enpals, ora passata all’INPS - deve sapere come si dialoga con le istituzioni, compilare progetti per ottenere finanziamenti dai comuni, oppure dalla Comunità Europea e trasformarsi, all’occorrenza, in un’agenzia di viaggi.

Sono il cuscinetto tra la band e il posto dove suonerà” - commenta Stangherlin - “trai miei compiti c’è quello di preparare il tour book, ovvero un elenco di informazioni fondamentali per i musicisti. Più l’elenco è dettagliato e più ho fatto bene il mio lavoro: ci devono essere le indicazioni stradali, tutti gli orari necessari, dove mangeranno e dove dormiranno, fino a particolari come la marca dell’impianto che troveranno sul posto o addirittura la password del wi-fi del locale, se c’è. E poi l’aspetto economico: il cachet pattuito, quando verrano pagati e da chi”.

(Sacri Cuori, foto di Pietro Bondi)

Chi fa booking ha la grande responsabilità di dire no a determinate proposte: deve stabilire se il locale è adatto all’evento che si vuole organizzare e se chi lo gestisce è affidabile. Deve proporre un cachet giusto in modo che tutti siano contenti e si continui lavorare insieme anche negli anni a seguire. Deve affinare il proprio intuito, capire qual è la situazione migliore per la band e, parallelamente, trovare un punto di incontro tra le sue esigenze e un’idea di strategia economicamente sostenibile. Il tutto serve a creare un rapporto di fiducia e una rete di relazioni bella: un circolo virtuoso dove ogni persona coinvolta dà il suo meglio.

Ogni artista ha un suo percorso” - dice Bedini - "È un po’ come in sartoria, dobbiamo costruirgli addosso l’immaginario live più giusto, in modo che ogni tour abbia un suo preciso perché. Il problema degli artisti italiani è che suonano nella stessa città anche tre volte in un anno: l’importante è che, ad ogni nuova occasione, ci sia una situazione migliore, con più gente o, quanto meno, la stessa della volta prima. Se cominci ad arretrare vuol dire che c’è qualcosa che non va nella tua nella strategia. In più, come Antenna, ci piace pensare a progetti speciali: dal momento che non abbiamo i grandi budget delle grosse agenzie di booking che possono permettersi di tappezzare una città intera di manifesti solo per promuovere un evento, è importante trovare quelle idee che ti portino un risultato altrettanto bello ma con una spesa nettamente inferiore. Prendi ad, esempio, I Marta Sui Tubi che hanno suonato in Trentino su un ghiacciaio a 3200 mt, o altri ancora.

video frame placeholder

Per fare questo lavoro serve una pazienza infinita, molta ostinazione e tanta voglia di imparare anche se lo stai già facendo da anni. Serve molta precisione, perché è solo dall’insieme di tanti dettagli che può riuscire bene un evento, ma anche una sensibilità nel capire quali sono le persone con cui collaborare.E poi, ovviamente, c’è il fattore Italia. La musica da noi rappresenta un mercato piccolo dove spesso il pubblico non è dei più reattivi: “La differenza tra qui e l’estero, in particolare gli Stati Uniti" - commenta Stangherlin - è che fuori le programmazioni dei locali vanno più nel merito della qualità della proposta musicale; da noi sembra che si seguano dinamiche diverse, più legate all’immagine del gruppo, allo scambio di piaceri, ecc. Ovviamente aprire un locale è un investimento impegnativo e in qualche modo devi rientrare delle spese, ma credo davvero che si possa guadagnare e, al tempo stesso, affollare le location con proposte di qualità. È tutta una questione di continuità, di coerenza. Fare le scelte giuste al momento giusto, e poi saperle raccontare agli altri".

“C’è una specie di recinto invisibile dal quale non riesci ad uscire” - spiega Bedini - “arrivati ad un certo livello è molto difficile andare oltre. I grossi numeri continuano ad essere fatti solo dagli artisti pop, tutti gli altri si ritrovano quasi sempre a suonare negli stessi locali, anno dopo anno. Sicuramente ci sono più fattori insieme ma credo che, in tutto questo, un grosso ruolo ce l’abbia il pubblico: all’estero trovi molta più curiosità, da noi chi ascolta il super-pop odia la musica alternativa, e viceversa. È un nostro grande limite. Ci sono state belle eccezioni, come i Cani che mettono un pezzo su YouTube ed esplodono subito, oppure come lo Stato Sociale che, appena al secondo disco, fanno sold out al Paladozza di Bologna, neanche i Litfiba di "17 Re" ci erano riusciti. Ad oggi la considero una delle più belle sfide che noi di Antenna abbiamo affrontato: se ce l’han fatta loro, si potrà rifare anche futuro. Farebbe bene a tutti".



(Lo Stato sociale al Paladozza di Bologna, foto di Francesca Cauli)

Infine, c’è domanda più importante, quella a cui ogni promoter deve saper rispondere e che definisce con chiarezza qual è l'essenza di questo lavoro: come scelgo la band? "A mio avviso non si deve suonare a tutti i costi, per me il concerto è un rito importante - risponde Stangherlin - "Ci deve essere una necessità e un’urgenza. Non vorrei sembrare esagerato ma il nostro lavoro ha una valenza culturale e politica molto forte e credo che chiunque faccia questo mestiere sia investito di una responsabilità notevole. La band è il modo in cui esprimo tutto questo e, di conseguenza, deve rappresentare una mia linea ben precisa.

Quando ho visto per la prima volta lo Stato Sociale -conclude Bedini- la band aveva già organizzato più di 100 date in autonomia, riuscendo già a costruire un pubblico solo con il passaparola e senza alcun aiuto dei media tradizionali. Questo per me vuol dire tante cose: primo che il gruppo non ha paura di darsi fare, che è importantissimo; secondo che ha una forte potenza comunicativa. A quel punto hai tutto quello che serve per lavorare e far crescere un progetto."

Ci sono tanti modi di fare questo lavoro. È puro artigianato, a prescindere dal livello e della scala di grandezza della propria impresa. Oguno deve costruirsi un percorso personale, partendo dalle cose più vicine, come il territorio che lo circonda e la scena musicale a cui è affezionato. Certo, richiede molto impegno ma, una volta che vedrete le vostre idee concretizzate, i gruppi sul palco, la gente contenta, capirete che ne è valsa la pena.

 

 

 

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L'articolo È difficile organizzare un concerto in Italia? Ecco come funziona un'agenzia di booking di Sandro Giorello è apparso su Rockit.it il 2016-02-29 11:12:00

COMMENTI (3)

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  • eventifestadelsole7 anni faRispondi

    concordo con te ( promoter dal 2005)

  • ccliaci8 anni faRispondi

    scusate... lo riscrivo completo...

    il titolo è palesemente sbagliato... i concerti non li organizzano i booking ma i promoter. I booking si limitano a vendere gli artisti ai promoter (e molto più spesso di quello che dice il sig. Stangherlin (non mi riferisco a lui), non guardano dove e chi organizza, ma principalmente "quanto" paga: che sia il posto più figo e l'organizzatore più bravo nulla vale davanti ai soldi offerti dalla sagra di serie D.
    A volte alcuni booking fanno anche da promoter e sono quelli con cui si lavora meglio, perchè capiscono cosa significa essere un promoter.
    I Booking organizzano i viaggi degli artisti, ne curano il lato contrattuale con il promoter, inviano schede tecniche, riscuotono il cachet che poi girano agli artisti come pagamento decurtato della loro percentuale, vogliono che l'artista sia trattato come un Dio dal promoter... tanto che a volte non si capisce chi sono i loro clienti: i promoter (quelli che mantengono il loro lavoro pagando gli artisti che vendono) o gli artisti (quelli che pagano per fare i tour). Ovviamente i primi non hanno mai ragione, i secondi sempre... continuo a non capire chi sono i clienti...
    I promoter pagano l'artista, il booking, il service, il palco, la promozione della serata, la siae, il locale se non è suo, a volte i vizi dell'artista e spesso la fame famelica del suo entourage (dovendo sopperire a catering, cene e beveraggi luculliani che sfido chiunque a consumare in meno di due giorni), pagano gli alberghi (anche l'artista più sfigato e il suo entourage vuole almeno un quattro stelle e dormire in una DUS), a volte ci guadagnano, a volte ci perdono (ma è il rischio d'impresa).
    Per questo non mi dilungo sui prezzi assurdi, sui bidoni e sulle batoste che prendono i promoter. Probabilmente ne prendono pure i booking.

  • ccliaci8 anni faRispondi

    il titolo è palesemente sbagliato... i concerti non gli organizzano i booking ma i promoter. I booking si limitano a vendere gli artisti ai promoter.
    A volte alcuni booking fanno anche da promoter.

    I Booking organizzano i viaggi degli artisti, ne curano il lato contrattuale con il promoter, inviano schede tecniche, riscuotono il cachet che poi girano agli artisti come pagamento decurtato della loro percentuale.

    I promoter pagano l'artista, il booking, il service, il palco, la promozione della serata, la siae, il locale se non è suo, a volte i vizi dell'artista e spesso la fame famelica del suo entourage (dovendo sopperire a catering, cene e beveraggi pazzeschi che sfido chiunque a sostenere), pagano gli alberghi (anche l'artista più sfigato e il suo entourage vuole almeno un quattro stelle e dormire in una DUS).

    Ovviamente non mi dilungo sui prezzi assurdi, sui bidoni e sulle batoste che prendono i promoter. Probabilmente ne prendono pure i booking.