Slim - Container - Bologna Live report, 10/04/2003

13/04/2003 di Antonio 'Zanna' Zanoli



Dopo aver avuto la possibilità di intervistare - e quindi conoscer meglio anche come individui - i bolognesi Slim, ritenevo fosse il minimo approfittare di una loro data, logisticamente abbastanza comoda al sottoscritto, per completare il quadro.

Sinceramente attratto dalle piacevoli sonorità del loro ultimo “Tonic”, sono partito da casa con la netta sensazione che sarei stato protagonista, in veste di spettatore, di un gran concerto a base di rock‘n’roll.

Giunto così in quel di Bologna, sono costretto ad aspettare parecchio prima che la band strimpelli la prima nota; per di più, una volta partito lo show, ci impiego un po’ prima di riuscire a riprendermi da quello che, più che torpore, si era ormai trasformato in una impellente voglia di dormire. Racconto questo perché non escludo che il parere sulla prima parte di concerto sia viziato dalla mia personale condizione - a quel punto, tutt’altro che ideale. Insomma, per tagliare corto, devo ammettere che inizialmente il quartetto mi aveva deluso.

Fin da subito, infatti, mi è parso di notare una grande tensione negativa sui volti della band, sicché i Nostri sembravano carburare come se fossero dei mototi a diesel. Condizionati forse da un pubblico purtroppo non numerosissimo e piuttosto distaccato, il loro r‘n’r si è trasformato da una potenziale ‘bomba ad orologeria’ in un tiepido accavallarsi di buoni brani, ben suonati, ma senza il mordente necessario a renderli incandescenti (come il sottoscritto avrebbe preteso, per sentire appagate le aspettative).

Un diesel dicevamo, di certo la definizione più azzeccata per giudicare il rendimento della formazione che, solo sul finire della performance, ha cercato di tirare fuori qualcosa di viscerale dalle energiche canzoni che hanno avuto il buon gusto di comporre. Dimostrazione e conferma di quanto sto raccontando mi è stata data in loco dal pubblico, che proprio nelle battute conclusive si è trovato finalmente nel mezzo di un vero concerto rock e la reazione non ha tardato a presentarsi sotto forma di sfrenato ballo collettivo, con tanto di accenni di pogo.

Un elogio particolare e spontaneo va nei confronti di Antonio, che dietro la batteria ha pestato come un matto dall’inizio alla fine; direi anzi che sia stato l’unico a non salire sul palco in preda a quella che ad un certo punto sembrava vera paura, dipinta sui volti dei restanti componenti della band. Tanta passione per i tamburi quindi, unita a indiscutibile tecnica, che finora mi era apparsa da vicino solo al cospetto del collega che milita negli One Dimensional Man.

Per chiudere proverbialmente: tutto è bene ciò che finisce bene… ma che spavento mi son preso all’inizio!



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