Contro i geni immaginari, viva i Tantric Love Charmers

Stefano Diamanti sveste i panni da metallaro per dedicarsi a un progetto dai suoni più morbidi, tra folk, mellow country e psichedelia gentile. E che forse, proprio per questo, potrebbe essere il più controverso della sua discografia

Il problema delle generazioni post-talent è che si sentono tutti dei geni del cazzo. Fare solo qualcosa - come registrare un singolo o aprire una pagina social o un canale Youtube - non è mai abbastanza, e neanche avere qualche riscontro, come vendere qualcosa o avere una qualsiasi forma di feedback, o insegnare ad apprezzare qualcosa a qualcuno o soltanto combinare qualcosa: no, non va più così, adesso bisogna essere qualcosa. Viene considerato un diritto inalienabile, in quanto cittadini non più del '900 ma del XXI secolo. I quindici minuti di notorietà predetti da Warhol sono, come d'incanto, diventati roba da mezze seghe, mentre io sono un fottuto genio del cazzo. Se un N.A.I.P. o un Thomas Raggi o qualche altro fenomeno (con poco e del tutto incoltivato talento) uscito da un talent viene bollato come tale allora perché io no? Dove è quello che mi spetta?

Ora, credo nessuno abbia da ridire se affermo che siamo tutti, ma proprio tutti, oramai assuefatti da narrazioni come questa che, da almeno venti anni, anno più anno meno, viene fatta del senso della mausica per l'artista. Vi svelo un segreto: è sempre stato così. Okay, magari in altri termini e okay, non posso mettere la mano sul fuoco per ogni artista dalla notte dei tempi, ma è sempre stato così. Ho passato la quasi totalità della vita di critico musicale a sentire persone con un gruppo che ha fatto il migliore degli spettacoli che vi può capitare di vedere in vita dentro un bar di Torvaianica, con due dischi che sono stati recensiti benissimo su Pescare la Trota e cinque persone che ci capiscono di musica - di cui uno pare sia il pronipote della domestica di Lester Bangs, giuro.

La colpa è, quasi sempre, del fatto che non basta avere talento per essere felici e raggiungere i propri obbiettivi. Cioè, pure se dovrebbe bastare, in quanto dono di Dio concesso a pochi, evidentemente non basta se non fa guadagnare soldi e finire in copertina sul Rolling Stone al posto di Jovanotti. Il che, se ci pensate bene, è uno storytelling ancora più triste, presuntuoso e patetico di tutti quelli che sarebbero in serie A se non si fossero rotti il crociato.

Anche se Oscar Wilde una volta ha detto che la nostra vita vera è quella che non viviamo (par abbia detto pure che l'arte imita e lo spirito critico crea, fatevi un appunto), non vuole dire che si riferisse proprio a tutte le vite. Non credo che il buon Oscar intendesse che tutti tutti quelli che hanno detto almeno una volta di esserlo siano poi veramente meritevoli di una data al Marquee o al Budokan, e milioni di dischi venduti e tutto il resto del leggendario. Perché, come il talento, il talento sprecato è pure un dono di Dio e sono pochi quelli che possono dire di possederlo. È bello e rassicurante credere non sia così, che il secondo sia più democratico, perché forse un po' tutti e a vario titolo si sentono quest'aurea di geni incompresi, ma purtroppo non è così. Perché sarà pure vero, come fece scrivere Larkin sulla propria tomba, che “i grandi sembrano grandi perché noi siamo in ginocchio” (o sfigati, o sottostimati, o quello che volete), la verità è che quelli in fondo capaci, prima o poi, si alzano. Gli altri, invece, ciccia.

Questo a nome Tantric Love Charmers potrebbe essere il primo vero album di successo per Stefano Diamanti e il più controverso: conturbante nella sua semplicità, forse per alcuni eccessivamente morbido e suadente addirittura, per quegli altri abituati a sentirlo in altre vesti più heavy oriented. Niente di nuovo sotto al sole. Nel 1972, il fenomenale John Mendelssohn di quel Rolling Stone di cui dicevamo, scriveva “è la prova che ha abdicato dalla sua posizione di autoritario rock'n'roller a favore del ruolo sereotipato e rilassato di rassicurante trovatore country” per recensire Harvest di Neil Young, divenuto leggenda. Il clima di questo omonimo debutto, nato dall’incontro di Stefano il Monello con quel Moreno Viglione già fenomenale chitarrista gipsy jazz e polistrumentista dal respiro internazionale (a fatti e non a parole), è sì rilassato, la voce è distesa da sembrare lui stesso più sereno rispetto ai suoi turbolenti trascorsi, e le superbe Butterfly Bolero, Palabra Majica e Thru the Cracks of Time (eh!)  inscenano un minimalismo percussivo, un senso del “rallenty” e una frugalità mai banale in cui si percepisce in background la folla dei sottogeneri (folk, soul, mellow country, slowcore, certa psichedelia) che hanno influenzato i due.

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L'impressione che si trae è quella di una grande semplicità, e di una poesia romantica e idealista, che sarebbe da approfondire un discorso sullo Stefano Autore, magari in un'ulteriore spazio ma diverso da questo. Così, più di una presunta mollezza, semmai, parlerei piuttosto di un debutto irruento e sfrontato, nella misura in cui si potrebbe rovesciare la medaglia e farlo tranquillamente essere l'ideale erede di tutti gli orfani delle ballate dei Black Crowes di Amorica - sentite Lady Of Rainbows a occhi chiusi, se non mi credete - soprattutto nell'asse lì rappresentato dai fratelli Robinson.

La chitarra di Moreno è matura e personale, anche attingendo a quel Sancta Santorum che va dai Led Zeppelin di III al già detto Neil Young, passando per piccoli culti come Love o Pride & Glory (Just A Gamble). Eclettico, tecnicamente ineccepibile (con un ottimo uso di slide guitar o pedal steel o quel che è), in un sound volutamente casalingo. La base delle accordature fanno ricordare la West Coast fra 1967 e 1970. Si percepiscono echi di quel sound da Buffalo Springfield, Blues Magoos, Byrds meno country-folk, il primo David Crosby, David Lindley o il primissimo Ry Cooder. Insomma, la West Cost prima che diventasse radiofonica. Una base ben solida sulla quale poi giocare di fino secondo il proprio estro e gusto. Le linee vocali sono graffianti, sinuose, ispirate e, perché no, talvolta astute.

Le otto tracce non hanno riempitivi o un minuto fuori posto, filano lisce per 35 minuti come un disco degli Slayer - se gli Slayer facessero questo genere - e sono una bomba pronta per deflagrare. A onore del vero, ho ascoltato questo disco non meno di una decina di volte prima di toccare la tastiera, per cercare di fare uscire dalla mia testa una personale idea di Stefano il Metallaro, come “eminenza grigia” e/o “talento disilluso” dietro le embrionali line-up dei prog-metal Abstracta e DGM (poi sviluppatesi in altre forme) e band affini, e alla fine sono arrivato alla conclusione che questo dei Tantric è di sicuro il suo migliore progetto in una pluri-decennale carriera.

Alla domanda perché non ci abbia pensato prima, Stefano il Mite forse neanche si scomporrebbe. Lui è uno tranquillo e che ne ha passate tante, ma sa dove vuole arrivare e probabilmente non vuole che gli si metta fretta. Lentamente, passo dopo passo,è arrivato dove emerge il suo talento e dove la voce collima spaventosamente bene col suono emozionale e con le liquidità melodiche del progetto musicale in sé. Con i tempi con cui si muove il pubblico in Italia, bisogna avere pazienza, e magari si riesce a toccarlo (anche) con qualcosa di più impegnativo del solito. Perché Tantric Love Charmers, il disco, è a tratti perfino toccante. Aprendo la narrazione a svariati “what next?” ai quali purtroppo nessuno può dare per ora risposta.

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L'articolo Contro i geni immaginari, viva i Tantric Love Charmers di giorgiomoltisanti è apparso su Rockit.it il 2026-02-02 15:32:00

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