Le luci della centrale elettrica - Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero

24/11/2008

(Foto di Fedora)

E' uscito da poco "Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero" il primo libro di Vasco Brondi - in arte Le Luci Della Centrale Elettrica - che raccoglie e risistema molto del materiale pubblicato nel suo blog. Vi proponiamo in esclusiva alcuni estratti insieme alle foto vincitrici del concorso inaugurato la scorsa settimana.



e poi ci ritroveremo come le star. nei peggiori bar a lavorare. e negli autogrill di Ferrara nord a dormire. rubare i bicchieri senza farsi vedere dai camerieri. trasferirsi a parigi e non avere mai più i soldi per tornare. poi mi ripetevi che gli sbagli sono stati nell'asfaltare i prati e non i preti. tanto poi tu parti. e io ho bevuto quaranta bicchieri di vino annacquato per essere più disinibito sul palco. e poi mi sono addormentato facendomi sciogliere una tachipirina sotto la lingua.

mi sveglio con calma. pensando che sarebbe bello parlare al plurale. e dire che andiamo a vedere insieme cosa c'è in frigo. e poi mangiarci piano, tutto quello che sono riuscito a mettere nello zaino dal catering del concerto. Invece sono sostanzialmente solo e con poca fame. Era bello svegliarsi alle sette di mattina per andare a vomitare e poi tornare a letto. Era bello. Era bello. Tornare in macchina da Empoli ai sessanta all'ora perché la fiat uno sul falso piano non ce la faceva più. Ascoltare le conversazioni dei ragazzi morti. E lei che dice che non è più una bambina e che non è neanche più atomica. Come la notte che ci ha rimboccato le palpebre. Come andare a guardare il cielo malconcio di Chernobyl. esprimere desideri guardando satelliti giapponesi che stanno per scoppiare. Cose così.

C'erano delle minuscole rivoluzioni che s'intravedevano dalla finestra. al bar mi parlano dei rave sull'enterprise. E io sono lì a cercare di decodificare i tuoi messaggi da Milano nord. Pieni di consonanti. ma che begli occhi che hai. chissà come mi vedi bene. Mi dici che lì sono euforici per queste specie di canzoni. io non posso crederci. che ti ci rifugi facendoti luce coi fiammiferi, in miniere piene di fughe di gas. che uccidono i canarini appena arruolati e i raccoglitori di pomodori rumeni. Poi sono a sudare ancora in soundcheck di tre minuti e quarantatré secondi. Dopo sound-check di altri molto più importanti e più lenti e più calmi. e poi parli di guerre contro il grande freddo e contro il caldo. In questa mansarda c'è una temperatura che ci si sveglia di soprassalto e per un attimo si pensa di essere in una tenda d'estate. (A mezzogiorno e in Calabria). E tu che corri su chilometri di scontrini ma non mi raggiungi. Le mie strade provinciali. e tu che percorri maratone sulle tue recensioni e sulle incomprensibili abbreviazioni con cui mi scrivi di spaccare tutto. le tue calze a strisce bianche e nere. le ciminiere che hanno sempre da fumare. ti abbraccio e ti dico che sei bravissimo ancora prima di salire sul palco. poi però il mio letto ti fa schifo. chissà chi c'ha dormito e con chi c'hai scopato. mi dici.

(Foto di Sand)

vagare nei corridoi delle case dei nostri genitori. imparati a memoria. Davvero farò rifare l'asfalto per quando tornerai. dopo una canzone vagamente allegra me ne viene fuori sempre una lacrimogena. E mi vergognavo facendogliele sentire. Tenevo lo sguardo sulle mie scarpe bruciate. farsi sostituire a lavorare per andare a suonare. hai provato a telefonarmi stamattina ma stavo inequivocabilmente dormendo come quando succedono delle cose importanti. tipo quando abbattono le torri gemelle. o si accoltellano i tunisini sotto la nostra finestra. Ti sono passato davanti per andare a farmi derubare nel minimarket in centro. se vuoi ci rivediamo tre volte che tanto poi parti per tremila settimane per palermo. in macchina cantavamo andando al lago. ti facevo leggere i miei racconti orrendi. Ti facevo buttare i miei racconti orrendi nella raccolta differenziata della carta. quando dormo guido piano. non ti preoccupare. in macchina cantavamo. nonostante i commercianti di reni di bambini messicani, nonostante le canzoni delle radio, nonostante te, nonostante il confino fascista di Ventotene diretto da Marcello Guida che poi è diventato questore di Milano negli anni della strage di piazza Fontana, nonostante me.

Adesso se fossimo in un telefilm ti dicevo che ti amavo. Così, coniugando anche male i verbi. E noi siamo meglio. di un telefilm. E infatti non ci diciamo niente. poi guardavo attraverso i tuoi occhi che sono praticamente trasparenti. Come i tuoi polsi. poi non ho il preservativo e tu sei molto fiscale. e mi viene da ridere. mentre dente in sottofondo canta delle cose allegre e lacrimogene. prima di dormire siamo talmente fatti che non riusciamo a parlare, solo guardarti mentre mi scardini con tutti gli oggetti contundenti che trovi la gabbia toracica. Poi chissà che lavoro faremo. e vorrei traslocare. cazzo mille euro al mese sarebbe lusso sfrenato. cazzo con mille euro al mese ti porterei a mangiare fuori ogni sera. a mangiare anche dei fiori. e sarei sempre sugli eurostar a sfogliare riviste costose per venirti incontro. E Pol qui è un casino anzi un casinò. le eclissi immense per cancellare le facce e gli arcobaleni domestici. e i cani che si sdraiano a pancia in su. E non riesco a stare dietro ai cd da spedire. Fammi leggere quello che hai scritto, di sfregature e di mezzi pubblici. fammi fare colazione con la tua bocca viola. il modo con cui pronunci alcune parole, che sembri una straniera trapiantata. E abbasso le saracinesche dei negozi sui miei occhi e mi nascondo e mi asciugo tra i tuoi capelli biondi per piangere di nascosto. Ma tanto te ne accorgi e mi dici di No. e ci siamo sdraiati vicini con i cuori arresi. con i capelli appiccicati alla fronte. Le occhiaia ti donano moltissimo. poi mi chiedi Vuoi scopare? e sai che è una domanda retorica. poi i lavavetri per i miei occhi. E i piccioni che mi si appoggiano sulle spalle e mi accompagnano in stazione. E mi ritorni in mente. Bella come sei.

(Foto di Valeria)

siamo l'esercito del sert. e ci sono rimasto male. mentre guidavo verso bologna e mi mangiavo la pianura e le industrie con degli sbadigli feroci. che mi facevano perdere il controllo della macchina. e la tua risata telefonica. posso essere uno stupido felice un prepolitico un tossicomane. quello che se ne va. intanto vengo lì domani, mi dici. e la i finale mi scolpisce lo sterno e il cuore è una gomma da masticare. Il cuore non è un monolocale. dopodomani non lo so, mi dici. e suonare alle nove e mezza mentre la gente ha la pancia piena. e contare le tue parole sulle dita e le lenti a contatto perse. e le corde di chitarra rotte o malridotte. Stendono i panni sui fili telefonici con cui ci parliamo. stendono i panni sulle vene ritrovate all'improvviso. quelle benedette che si vedono bene. anche con la luce viola dei bagni del mc donald. Le vene dei miei amici. Andiamo a sceglierci i vestiti più brutti che troviamo. e facciamo la cena di compleanno alla caritas. e chi ci parla di musica di cosa parla. Con la fionda dalla finestra. sassi contro i cosiddetti cuori umani. sezionarsi vicendevolmente. Poi cerco di convincermi che le distanze sono una cosa bellissima. e lo sono. di sicuro. vaffanculo. Devo andare al lavoro. Devo andare al lavoro. Devo andare al lavoro. Devo andare al lavoro. e anche se ti sentissi fredda. non ti brucerei. Mentre mi lasciava ancora salutandomi e celebrando un funerale agitando la mano. salutandomi, in un aeroporto a santiago. io che pensavo che le città finiscono ai bordi degli aeroporti. sparpagliando le lacrime nei corridoi degli aeroporti. Mentre passavo attraverso al metal detektor con gli occhi lucidi come le piastrelle del pavimento di un bagno di una qualche pubblicità di detergenti. e mi facevo portare a roma a mezzanotte sorvolando da solo le luci di questa europa patetica. come un cane lanciato nello spazio.

(Foto di Ninfa Egeria)

Hai scritto sulla sabbia che mi pensi raramente. Su una spiaggia africana sproporzionata alla bic nera che ti eri portata dietro. E i bambini che cuocevano dei pesci piccolissimi sulla riva, secondo le statistiche sulle prospettive di vita ora dovrebbero essere diventati fiumi oppure terre un po' meno aride oppure oceani. Quando gli ecomostri calabresi non sono riusciti a spaventarci anzi erano accoglienti per i tossici e per la nostra sottospecie di amore. E si zittirono le chitarre in tutte le spiagge del Montenegro, arrivavano da Bari i traghetti a basso costo. e inciampavamo sulla sabbia finta per le tequila a un euro. Ci cadono in testa le stelle inchiodate male, chissà quando tornerà l'estate di tre anni fa. Raccogliendo con il metal detector le catenine e i desideri, sulle spiagge dei lidi ferraresi. E le macchine degli ex operai della fiat, in coda per andare in Liguria al mare, aprivano un buco nell'ozono. Su quella strada costruita apposta per loro. Quando negli anni sessanta si sono inventati le spiagge con dei decreti. e i tedeschi sul lago di Garda sono stati i primi a fare il bagno, quelli del posto ci andavano solo a pescare, a lavare i cani e i vestiti. C'erano camion in giro che trasportavano quintali di sabbia e li depositavano sulle paludi facendo finta di niente. Quintali di sabbia che ti entrerà nelle scarpe. Quando ci siamo annegati per riuscire a non vederci più. Quando anche le stelle sono state trasportate coi tir e appiccicate al cielo col timer per farle cadere con le granate di san Lorenzo. Precipitare sulle nostre due settimane lorde di vacanze. Quando strattonavamo il mare dove andavamo a farci male. Quando gli attori e i calciatori si compreranno tutte le isole del mediterraneo e del pacifico. Quando ti ho portata al mare d'inverno e sembrava di essere sulla luna ma mancava la bandiera americana. Buonanotte fiorellino e l'anello non resterà per molto sulla spiaggia. L'altamarea ci porterà via, credimi.

(Foto di Chiara Balza)



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