Cinque cose che mi hanno insegnato le canzoni rock

csicsi
24/05/2016 di

Quando hai vent’anni la musica ti entra più facilmente sotto pelle: è naturale, funziona così anche per altri stimoli, sei come una spugna pronta ad assorbire e metabolizzare ogni frammento di bellezza con cui vieni a contatto. Le canzoni ti girano intorno, sottolineano i passaggi importanti, accompagnano le sconfitte e a volte ti salvano la vita. E nella giovinezza, dove tutto è amplificato, dove i picchi di facile entusiasmo si mescolano bene a diventare preda di inquietudini anche irragionevoli, ci sono cose che impari dai tuoi artisti preferiti, quelli che senti vicini quasi fossero soltanto tuoi: frasi che ti colpiscono così tanto da restare, anche nel corso degli anni, accanto ai principi basilari che guidano la tua esistenza.

 

Nuotare nell'aria

Dal rock ho imparato anzitutto a nuotare nell’aria: era il 1994 e i Marlene Kuntz pubblicavano “Catartica”, e io ancora non sapevo come gestire le assenze, gli addii, come affrontare la maturità di un amore con gli occhi acerbi di qualcuno che vuole tutto e non può accettare un no. Con “Nuotando nell’aria” ho capito che la distanza poteva diventare una spinta, che il dolore non aveva un peso reale e che potevo sentirmi leggera attraversandolo. Questo non voleva dire stare meglio, ma la sensazione di volare tra parole che spiegavano perfettamente la mia condizione, e che spiegavano come fare per superare la solitudine notturna, mi aveva fatto capire che quella sofferenza andava curata e nutrita. Che qualche lacrima era necessaria, che ogni cosa che sbiadiva o finiva mi rimaneva dentro comunque, e tutto questo alla fine mi avrebbe fatto bene, un giorno.

 

L'infelicità può essere preziosa

Sempre di fronte al dolore, ho imparato poi che “Anche la disperazione impone dei doveri, e l’infelicità può essere preziosa”. L’album “Linea Gotica” dei C.S.I. usciva nel 1996: un disco che parlava di guerra universale e personale, e io sentivo di perdere battaglie, una dopo l’altra. Il brano omonimo mi ha insegnato a incassare i colpi, a curarmi le ferite, e a lasciare che certi tormenti avessero il loro spazio per diventare esperienza, e che l’esperienza avesse il tempo necessario per educare il dolore. Questa frase rimane nella mente e ritorna a periodi, non mi ha mai lasciato ed è stata un’àncora in molteplici occasioni: la scrivevo sul muro di ogni stanza che ho abitato, ed era così la prima regola del mattino e l’ultima prima di dormire. Più indelebile di un tatuaggio, più efficace di un antidepressivo.

 

L'importanza di farsi rapire

Ci sono delle parole che i Massimo Volume hanno preso in prestito da Emanuel Carnevali dalle quali ho imparato una cosa fondamentale: “Dire qualcosa mentre si è rapiti dall’uragano, ecco l’unico fatto che possa compensarmi di non essere io l’uragano”. “Il primo Dio”, brano del 1995 contenuto nell’album “Lungo i bordi”, celebra il poeta raccontandone esperienze e soprattutto con questa citazione, che si trovava in uno scritto dedicato a Rimbaud. La frase riguarda i critici che si accostano alle opere rimanendo lontani, senza coinvolgimento, mentre è indispensabile, appunto, farsi rapire. È la mia guida ogni volta che mi avvicino a qualunque forma d’arte. E per esteso, anche alle persone.

 

I pensieri superficiali

Una scoperta poi essenziale è stata che un pensiero superficiale può rendere la pelle splendida: è il 1997 quando gli Afterhours danno alla luce “Hai paura del buio?”, e la mia pelle era decisamente opaca di frustrazioni, errori ricorrenti, scelte sbagliate. Con “Voglio una pelle splendida” ho capito che cedere per un momento alla leggerezza mi avrebbe fatto bene, che ogni tanto occorreva allentare la cinta di riflessioni profonde e interminabili ricerche introspettive: bastava fermarsi a sorridere un poco per una sciocchezza, dedicarsi alle cose meno importanti, scivolare via dalla strada principale che era tutto un intreccio di chiaroscuri per abbandonarsi a un minuto di colori pastello. La vita continuava pur sempre a essere un suicidio, l’amore un rogo, ma almeno il mio viso tornava a tratti luminoso.

 

È meglio cominciare, sempre

Chiudo questa breve rassegna delle cose che ho imparato dal rock con i Diaframma, per i quali potrei citare decine di frasi che mi hanno davvero insegnato qualcosa, ne scelgo una da “Trecento balene”, contenuta nell’album “In perfetta solitudine” del 1990: “Vegetare e aspettare una grande e mai vissuta vita, non è meglio cominciare, anche con poco ma cominciare?”. Non c’è molto da aggiungere: questa dovrebbe essere la spinta quotidiana verso un qualche tipo di risultato, per arrivare a sera e accorgersi di aver portato a casa qualcosa che al mattino non c’era. Io ho quarant’anni e forse sto ancora aspettando: del resto, come recita la stessa canzone, “Io non sono più vecchio di chi comincia adesso”.

 

 

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