Cristina Donà - Vent'anni di tregua Rubrica

Cristina Donà nello scatto di copertina di Tregua, 1997. © David Serni - Courtesy Mescal - Cristina Donà nello scatto di copertina di "Tregua", 1997. © David Serni - Courtesy Mescal -
29/05/2017 di

La tregua si presenta nella custodia trasparente di un arrivo silenzioso e importante, il colore di una chioma corvina che si ritrae sfuocata fra lenzuola bianche e spalle nude. Tregua sancisce la temporanea sospensione di un conflitto, la sospensione di questo scatto è il non sapere come la foto andrà a finire, in quale gesto si andrà a raccogliere o nascondere questo volto dagli occhi chiusi, dal busto raccolto in avanti e su di sé come a proteggersi garbatamente.

"Tregua" mi arriva a settembre, quindici anni dopo la sua uscita, un po’ cercato e un po’ per caso. Arriva dopo che di Cristina Donà – al secolo Cristina Trombini Sapienza - ho visto solo uno scatto di Guido Harari in riva ad un lago, il volto illuminato da una candela, sullo sfondo un cigno fuori fuoco che si allontana, e che ne ho visto il nome accostato a quello degli Afterhours di Manuel Agnelli senza averne però mai approfondito il percorso.

Quando Cristina Donà pubblica "Tregua" è il 1997. È il suo esordio musicale in un mondo cui comunque non si avvicina da neofita: finalista alla prima edizione del Premio Ciampi di due anni prima – lo stesso che vide “Dentro me” dei La Crus come miglior debutto discografico di quell’anno e il C.S.I. premiato alla carriera - e fra le musiciste coinvolte per l’album "Matrilineare" (progetto discografico a cura del C.P.I. cui la Donà partecipa con il brano "Terra blu"), già nel 1991 la cantautrice apre con un repertorio di cover acustiche una tappa del tour di "During Christine’s Sleep" degli Afterhours, conosciuti l’anno prima in occasione dei concerti di Afterhours, Ritmo Tribale e i The Carnival of Fools di Mauro Ermanno Giovanardi per la conclusione dell’anno accademico dell’occupata Accademia di Belle Arti di Brera, su invito della stessa Donà.

(© David Serni, 1997)

Sono nomi che ritornano nei crediti del disco insieme a quelli di numerosi altri musicisti della nuova scena rock nazionale, a sancire l’entrata della cantautrice di Rho nel panorama musicale alternativo italiano come un talento supportato attivamente da chi tale panorama lo sta creando: perché, se il Premio Ciampi stimolerà l’istintiva creatività della cantautrice, saranno proprio le personalità conosciute in diversi anni a stretto contatto con la scena alternativa milanese a introdurla alla Mescal di Valerio Soave – Agnelli, Giovanardi e Cesare Malfatti (Afterhours, La Crus) in primis, contribuendo così al passaggio della label da sola agenzia di management ad anche etichetta discografica -, a produrne l’opera prima – sempre Agnelli - e a suonare in prima persona all’interno del disco, con Agnelli a chitarra folk, chitarra elettrica, Hammond, campionamenti, pianoforte, soffi, percussioni, chitarra noise, wurlitzer, cori e vibrafono, Bruno Briscik a violoncello acustico e distorto, Mox Cristadoro di The Carnival of Fools e La Crus alle spazzole, Giovanardi all’armonica distorta, Xabier Iriondo alla chitarra elettrica, Tim Power al basso, Maurizio Raspante al basso, percussione e programmazioni e infine Marco Barberis (Ustmamo), Ferdinando Masi (Casino Royale) e Giorgio Prette alla batteria.

Fino ad arrivare a oggi, a vent’anni dall’uscita di uno dei dischi più preziosi della musica italiana, creazione matura e livida che valse alla Donà la Targa Tenco 1997 come “Miglior album d’esordio” insieme al premio Max Generation, al premio del referendum di Musica e dischi e al Premio Lunezia come “Miglior autore emergente”, ottenendole inoltre la messa in onda del disco alla radio della BBC da parte di Charlie Gillett e la segnalazione di Robert Wyatt sul mensile britannico Mojo.

Un disco di polsi magri e ventri scavati, incisioni a caso e stelle buone, nell’ipnosi di quel titolo fra supplica e credo che si fa ascolto di quante e quali tregue sia possibile cantare in un rock dall’anima tenue, in un cantautorato pieno di spigoli.

(© David Serni, 1997)

Tregua dalle ferite

Quando Cristina Donà compone il suo primo lavoro solista, sta vivendo un periodo che “non lascia posto all’ironia”. È forse questa tensione verso il racconto dei sentimenti per mostrarli nella loro essenza più vera, unita al desiderio di cantarli attraverso un filtro concreto e personale, a fare di "Tregua" un disco dalla carica elegante ma sotterraneamente cupa, che su trame dall’anima elettrica – le cui distorsioni non troveranno pari nei lavori successivi dell’artista - snocciola in undici tracce un racconto di ferite espresso con precisione chirurgica. Non che gli arrangiamenti dei brani ignorino la componente più acustica e luminosa che vibra nell’animo della Donà. Ma, di ferite, "Tregua" è denso fino alla sua ossatura: le ferite di un’anima lacerata ma non scomposta, di una carne incisa ma non svuotata. Ferite inflitte dal tuo vento che apre una voragine nel ventre, da incisioni a caso sui sogni di cui mi hai gonfiata. Dalle spinte verso il vuoto, dalle pressioni di un’atmosfera così arida da poter essere frantumata con un urlo, in cui l’ossigeno è ridotto al minimo e ostacola la percorrenza di lunghe distanze, assecondando la permanenza nel labirinto della mente.

È chiara la centralità dei testi all’interno dell’intero lavoro - “Il testo era il mio fuoco” -, scritti prima dell’arrangiamento musicale (a cura dall’onnipresente Agnelli e di Maurizio Raspante) e che saranno sempre un segno distintivo della cantautrice, in grado di comporre liriche di livello altissimo muovendo con grazia sulla linea fra racconto e poesia: percosse emotive descritte con garbo, ferite cantate, a tratti gridate, più spesso però sussurrate in mantra oscuri e vischiosi (“Labirinto”, “Le solite cose”, “Senza disturbare (colloquio di lavoro al femminile)”), coagulati in trentotto minuti di storie come piccoli quadri, vividi quando non taglienti, in cui a dadi che “non segnano mai più di dieci” si mescolano raso e chiome bionde, polvere sulle dita, ambigui colloqui di lavoro, luce sottopelle e pipistrelli: quello di Cristina Donà è un racconto su di sé, ma anche, e consapevolmente, un certo tipo di racconto della donna in musica di cui l’autrice sentiva la mancanza, composto di squarci sonori acuminati e riverberi abbondanti, tasti percossi e l’accompagnamento di una chitarra costante.

Tregua dall’assenza

"I tuoi grandi sorrisi accendono il buio/ Però menti se scrivi che torni subito". Assenza, mancati ritorni, il riaversi. Tu che mi manchi, ma che nella mente sei l'interlocutore costante: in Tregua scorre un tema cui la cantautrice tornerà a più riprese, introdotto nell’incalzante proclama in apertura al disco “Ho sempre me”. Proclama, ma anche mellifluo portatore della destabilizzante dicotomia di chi soffre la mancanza di qualcuno: a dominare è un’ambiguità emotiva sottesa, estesa da “L’aridità dell’aria” –arpeggio vivace dalla spinta bipolare (“E poco mi importa se tu ci sei/ chiedimi chiedimi chiedimi cosa ne penso/ Ti lascerò scavare”) e tributo a “Just like you said it would be” dell’amata Sinéad O’ Connor - alle incantevoli stelle trovate sulla pelle di “Stelle buone”, sospese luccicanti tra ore che fuggono, la sospensione dell'attesa e un cuore da attraversare come un mare. Fino al sogno che voglio, che sei tu, che mi manchi anche se mi spingi in un vuoto dal bagliore lunare (la subacquea “Ogni sera”). Fino a chiedermi se al mio ritorno mi amerai ancora, anche senza i miei problemi. O forse li volevi.  

Tregua dal buio

I riferimenti visivi di Cristina Donà lasciano da sempre molto spazio a colori, tinte e sfumature di una realtà indagata con attenzione, alla luce come tema interiore prima che testuale. Se Tregua nasce in un periodo conturbante, non può che essere un disco pieno di buio e scintillii intriganti: buio che scende come una carezza che vale cento fiori (“Ogni sera”), buio della prima alba che soffoca le immagini incalzando oltre il vetro ("Le solite cose"). Buio da accogliere per entrare nel labirinto interiore della cantante senza filo, sassi o punti di orientamento (“Labirinto"), buio da cercare durante un appuntamento di lavoro torbido e allusivo (“Senza disturbare (colloquio di lavoro al femminile)”), buio d’ombra che fa la sua comparsa a conclusione del disco (“Tregua”, dedicata a Kurt Cobain), chiudendo una litania dall’incedere meditativo e liturgico in cui spose bianche incontrano fucili, anime perse e occhi vitrei.

Unico ma elevato contraltare la gentile “Piccola faccia”, che in una mescolanza di luce, colore e cascate di sole lascia posto a un’apertura dal cuore radioso, consapevole di una luce che scorre sottopelle che, pur conscia del buio fuori, ugualmente chiede di non essere nascosta. Non è un caso che il pezzo dalla componente acustica maggiore sia anche quello che darà titolo qualche anno dopo a una raccolta di arrangiamenti acustici e cover dell’autrice (“Piccola faccia”, EMI 2008), preludio di un’evoluzione verso un canto che sceglie la delicatezza come mezzo per osservare la vita ed esprimerne le forme più meravigliose, i dolori più umani.

La tregua semplice

Scrivere di un disco vent’anni dopo la sua uscita vuol dire necessariamente chiedersi quale sia suo il significato oggi e interrogarsi sul suo rapporto con il percorso che ha aperto. Il senso che ha riascoltare "Tregua" non è diverso da quello che ha riascoltare qualsiasi altro grande disco: riuscire attraverso la musica a dare un nome e un suono alle nostre emozioni, scoprirci diversi e nuovi ritrovando qualcosa di noi in parole e ritmi dell'altro. Con "Tregua", Cristina Donà compie però anche il proprio primo passo di un viaggio musicale che ha come cardine la semplicità, teso al racconto di una realtà dove il cuore si fa filtro del quotidiano, lasciandosi ferire dalle sue contraddizioni ed esaltandone i piccoli gesti più puri in un racconto elegante e universale. Che è poi ciò che contraddistingue l’esordio della cantautrice nel mondo della musica italiana e ciò che fa di Tregua un disco di altissimo livello e dalla carica espressiva intaccata: la sintesi dei colori, la precisione delle parole, le scelte sonore probabilmente non innovative, ma percepibilmente sincere. Eco di un mondo interiore cortese, capace di raccogliere la complessità della vita e di rielaborarla in strutture che la raccontino in storie incisive ma profonde, preziose ma semplici – in una parola, in storie belle.

Tag: rubrica

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati