Cos'è che rende un artista "intoccabile"?

thom yorkethom yorke
19/05/2016 di

Breve riassunto per chi è stato in vacanza su un'isola deserta: il 1 maggio i Radiohead “spariscono” dal web: cancellano tutti i contenuti dai social e dal sito ufficiale. Tutti sanno che l'uscita di un nuovo album è prossima, il che lascia pensare la cosa più ovvia, cioè che l'operazione “how to disappear completely” sia una mossa di marketing atta a creare l'attesa. Invece, si scatenano le congetture più filosofiche e fantasiose, che parlano di gesti simbolici, azioni politiche, rumore bianco, e nemmeno il fatto che 24 ore dopo la band riappaia su tutte o quasi le piattaforme con un nuovo brano e relativo video ferma le speculazioni sul significato profondo del gesto, sulla genialità dello stesso, sul non essere “solo marketing”. E chiunque provi a esprimere timida perplessità o aperto dissenso viene perlopiù tacciato di indegnità e incapacità di cogliere il genio insito in ogni mossa di Thom Yorke e compagni.
A nulla vale far notare che se la sparizione avesse avuto altre finalità e senso recondito forse non sarebbe avvenuta il giorno prima dell'uscita del primo singolo del nuovo album, e nemmeno che lo stratagemma non sia poi così rivoluzionario, essendo stato usato solo l'anno scorso dai 1975 – ma qualcuno si è spinto anche a ricordare i Pink Floyd e la strategia di non usare foto della band per la promozione di “The Dark Side of the Moon”: i Radiohead sono i Radiohead, sono intoccabili e non si discutono. 

Ma cos'è che rende una band o un artista intoccabile? Cos'è che fa sì che ci si senta quasi in colpa se non lo si apprezza, cos'è che ci fa sentire in dovere di giustificarci per la nostra bassezza di gusti e incomprensione del genio?
Non è una questione così gratuita: capita più o meno a tutti nella vita di ritrovarsi a elaborare fantasiosi eufemismi e perifrasi per evitare di dire semplicemente “non mi piace” e venire accusato di essere ignorante, polemico, attention whore, rosicone esperto nell'arte di sputare veleno per puro gusto del turpiloquio e della dissacrazione, in due parole Noel Gallagher. 

La spiegazione più immediata che verrebbe da dare è che l'intoccabilità sia data dal passato glorioso della band, dalla credibilità guadagnata sul campo in anni di onorata innovazione del discorso musicale. Spiegazione ragionevole, ma quantomeno incompleta. Rewind.
Settembre 2014, gli U2 regalano il nuovo album a tutti i possessori di iTunes e dispositivi Apple. Una mossa magari un po' goffa nei modi, ma nemmeno così terribile da meritarsi reazioni che vanno dallo scherno all'odio aperto: in fin dei conti, chi apprezza gli U2 si è ritrovato il nuovo disco gratis, chi non li ama non è stato obbligato ad ascoltarlo. E invece, grazie a una strategia che se fosse stata usata da, mettiamo, i Foo Fighters, sarebbe stata probabilmente accolta con simpatia e gratitudine, il povero Bono si ritrova ancora una volta a scalare le classifiche degli artisti più odiati. Quindi no, un passato costellato di grandi dischi e canzoni che hanno fatto la storia della musica non sembra sufficiente a garantire il rispetto incondizionato da pare del pubblico. L'impressione, anzi, è che nella musica il famoso paradigma di Arbasino sullo scrittore italiano che attraversa tre tappe (brillante promessa, solito stronzo, venerato maestro), si declini in modo leggermente diverso, e cioè: brillante promessa, e poi solito stronzo oppure venerato maestro. 

Il problema a questo punto si sposta: data una storia artistica parimenti rispettabile, cosa distingue il venerato maestro dal solito stronzo, l'artista a cui si perdonano senza sforzo fama universale, processi di semidivinizzazione e lavori malriusciti da quello a cui basta un pezzo mediocre o un tweet scritto male per essere lapidato sulla pubblica piazza?

L'ascendente sulla critica, o meglio su un certo tipo di critica, è sicuramente di notevole aiuto: se la gente che guarda con diffidenza alla deriva mainstream di Pitchfork dà ancora credito a un gruppo nonostante il suo successo planetario, deve significare che la band ha mantenuto uno spirito indipendente e scevro da compromessi. Una certa fama da “intellettuali” è poi spesso connessa all'amore da parte della critica, cosa che può rendere problematico ammettere (anche a se stessi) che un certo artista proprio non si digerisce: dire “non mi piace Battiato” suona alle orecchie come un “non capisco Battiato", o meglio ancora un “non capisco Battiato e mi piace proprio per questo, perché mi mette in contatto con la mia insignificanza al cospetto dell'arte, del genio e della bellezza”. 

Ci sono poi degli elementi inafferrabili eppure evidentemente significativi: si tratta di quello che viene volgarmente chiamato carisma, ma che va in questo caso contestualizzato: non si può negare infatti che anche l'uomo che tutti amiamo odiare AKA Bono possa fregiarsi del titolo di Leader Carismatico. Però qui si parla di un altro tipo di aura, quella che per comodità chiameremo il carisma dell'intoccabile”, che non deriva solo dal talento artistico ma anche dalla capacità di stare sempre un passo avanti, o almeno di farlo credere (ed è un talento anche questo), dall'istinto nel capire quando e come esporsi, dall'essere influente riuscendo a fermarsi un attimo prima di cadere nell'effetto santone. Essere inafferrabile, difficilmente definibile.

(foto di Leandro Manuel Emede)

Come sempre quando si parla di oggetti intangibili, multiformi e interconnessi come l'arte, la musica, l'estetica e la comunicazione, le conclusioni non possono che essere liquide e sempre ridiscutibili, tuttavia forse un bandolo l'abbiamo trovato e in sintesi lo descriveremmo così: l'artista che si è guadagnato lo status di “intoccabile” è quello che a uno standard artistico mantenuto sempre a livelli fra il dignitoso e l'eccellente (condizione necessaria ma non sufficiente) sa unire fattori extramusicali come la conservazione di modi e attitudini indipendenti e personali anche a fronte di una grande popolarità, una certa aura intellettuale, un'esposizione pubblica calibrata, la coltivazione di contatti “giusti”, la sapienza nell'uso del marketing e dei social media – e/o nella scelta di un buono staff che se ne occupi.  
La conclusione delle conclusioni è che “non è solo rock'n'roll”, che ci piaccia o meno.

Tag: opinioni

Commenti (6)

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  • Simone Cicconi 19/05/2016 ore 15:10 @armalyte

    Interessante, ma manca l'analisi di un aspetto secondo me fondamentale della questione....
    Analizzando le carriere dei due esempi (Radiohead e U2) viene fuori che entrambi, arrivati al picco della loro carriera mainstream (OK Computer e Achtung Baby) hanno tentato una strada diversa, virando su una strada più "artistica", ottenendo risultati opposti (Kid A, capolavoro assoluto dei Radiohead, Zooropa il più dimenticato dei lavori degli U2).
    Dopodiché i Radiohead hanno continuato sulla strada del prodotto musicale "particolare", mentre gli U2 hanno cominciato a riproporre la solita formula di un rock molto più standard nei contenuti, anche se confezionato e prodotto con assoluta qualità, e questo è stato percepito dal pubblico come una mancanza di autorevolezza da parte della band irlandese, carisma che invece i Radiohead hanno mantenuto negli anni, per quanto più difficilmente ascoltabili.

  • luigi liccardo 19/05/2016 ore 15:24 @acrobatuv

    Possiamo dunque riassumere con un "essere fedeli a se stessi"?

  • yamid 19/05/2016 ore 22:37 @yamid

    Mamma mia quante discussioni fatte sugli intoccabili (parlo di discussioni in piazzetta vicino al bar tra aspiranti musicisti di periferia e scrittori da cameretta).
    Mi sono iscritto solo per farti i complimenti , letizia bognanni.
    Ho gratito lo stile leggero ma con una analisi comunque interessante.
    Brava.

  • Giuseppe Luca Rossitto 23/05/2016 ore 17:31 @giuseppeluca.rossitto

    bella analisi molto vera brava

  • Damian Tracà 23/05/2016 ore 20:10 @damianotraca

    Analisi molto vera .brava !

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