Cronache da un negozio di dischi: i 45 giri che raccontano la Storia

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22/03/2017 di Alessio Cruschelli - Slow Records

Disastro, disastro totale. Non appena i lavori per il nuovo store hanno avuto inizio, ho pensato bene di rompermi il braccio sinistro sullo snowboard. Rotto alla grande, sfaciato, capùt! La frattura ha uno di quei termini tecnici boriosi, lunghi come i nomi dei marchesi. “Vado due giorni, mi rilasso e poi mi getto nel caos”. Come no. Ci ho guadagnato una placca in titanio, 4 giorni di ospedale e tre mesi di riabilitazione.

Ho ripreso il lavoro in completa trance agonistica, con ancora le tossine dell’anestesia totale in circolo. I primi giorni sono stati un’esperienza psichedelica e ho fatto un mucchio di cazzate. Conseguentemente mi sono riposato, e adesso ciondolo tra casa e bottega al 50% in attesa di tornare ad essere quantomeno utile per il lavoro sporco: prendi, carica, sposta, tingi. Da fermo però ho tutto il tempo per concentrarmi sul procacciare i dischi, l’antica pratica zen, ideale lenitivo a un giramento di coglioni che altrimenti sarebbe letale. Solita sceneggiatura, diverse location e interpreti, medesimo risultato: pochi affari. Chi chiede la luna, chi il sole, chi i pianeti e chi l’intero sistema solare. Troppo.



I Beatles in edicola (la Tristezza, con la t maiuscola) hanno destato qualche personaggio che adesso si pone come l’ultimo discomane sulla Terra. Se c'è una cosa che ho imparato in questi 4 anni è che l’unica arma per combattere un periodo di parziale embargo è valorizzare quel che si ha, magari partendo dal materiale più ostico. Per materiale ostico intendo i 45 giri. Arrivano molto spesso in condizioni disumane, anzi, un 45 giri di 30 anni intonso è un leggenda fascinosa come gli unicorni. Qui non si vendono, o si vendono poco, senza una logica. È molto più di un cruccio e vorrei poter fare di più. Sono cosciente che molti colleghi riescono a lavorare bene e con materiale di qualità, ma ogni record shop ha la sua storia e per adesso faccio spallucce, focalizzandomi sul resto. È come se il formato non suscitasse il giusto appeal.
La richiesta scarseggia drammaticamente anche perché nel nostro paese è troppo spesso associato a certo pop-rock 'n roll nell’accezione meno pericolosa e più orecchiabile che conoscete. Peccato, perché molta di quella musica è composta, suonata e arrangiata divinamente. Ho almeno due album di Caterina Caselli che hanno il tiro dei sogni bagnati di tante indie pop garage band anglofone. Peccato.

Se solo dai tardi ’50 il 7” diventa fenomeno di massa e principale strumento di diffusione musicale fisica dell’epoca, tra juke box e valigette, nei ’60 diventa un acquisto imprenscindibile, preferibile all'intero album, soprattutto durante il periodo adolescenziale. I nostri genitori li utilizzavano anche per testare la consistenza di un artista o per sfiziarsi dopo un ascolto fuori tempo massimo in tv, e adesso gli stessi genitori provano a rifilarmeli impunemente. Anche mia madre, non scherzo.



Se il nome dell’ex proprietario è scritto (ben impresso) in front cover il prezzo scende, e scende ancora di più visto che difficilmente è qualcosa di diverso da Morandi, Mina e da tutto l’immaginario old fashion sanremese: posseggo più 7 pollici della Vanoni che la Vanoni stessa.
Grazie a qualche buon’anima sono riuscito ad alzare leggermente il tiro con mini collector’s item di Ramones, Black Flag, Mudhoney, Melvins, Jack White, Bon Scott e altri nomi di spessore, cercando di dimostrarne la versatilità, ma la proporzione rimane ridicola. Dal mio punto di vista avrei della buonissima disco-funk, titoli sì piuttosto banali ma 4/4 suonati con quelle dinamiche ad averne.

Ma Dj Nori, maestro dei dj set in soli 45 giri, vive in Giappone, i diggers duri e puri nei sogni miei e in quelli dei miei colleghi, e allora Boney M, Stylistics e Sheila B. finiscono per pochi euro nelle case di qualche nostalgico di notti brave che furono. Un acquisto distratto e nulla più. Peccato, il 7” è stato testa di ponte per qualsiasi genere musicale conosciuto, per chiunque nel mondo, contestualmente alla posizione geografica e ai generi musicali più in voga, ovvio.
L’import non era contemplato: la cumbia rimaneva in Colombia e così il fado in Portogallo. Solo pochi fortunati potevano permettersi ascolti esotici, ed era ovviamente chi girava il mondo. La parte più affascinante è che i cambiamenti sociopolitici hanno reso più semplice il diffondersi e l’affermarsi, in questo formato, di generi musicali e stampe non autoctone. Ad esempio dalle mie parti è facile trovare materiale rhythm 'n blues americano: prime stampe USA con rilegatura in retro cover a vista, front cover laminata, ben stampate e con un’altissima risoluzione per l’epoca, di carta pressoché indistruttibile.



La Seconda Guerra mondiale ha spazzato la mia terra, installato una base americana tra Livorno e Pisa, Camp Derby, e inondato la maremma di Bill Haley e Little Richard, quasi tutti targati Columbia, l’etichetta che nel ’48 rivoltò il mondo della discografia sostituendo alla gommalacca il policarbonato di vinile.
Ho iniziato a fraternizzare molto presto con questo tipo di aneddoti legati al periodo post bellico perché mio zio me ne raccontava uno ogni volta: i 68 Elvis vinti a biliardo, l’affarone con i Platters e Pat Boone rivenduti come uranio a Cecina e Livorno, il fastidio per Neil Sedaka & co., troppo pettinati, e la passione per i Champs. In questo senso, valorizzarli assume per me un significato diverso e personale: sono strumenti per capire me stesso e il mio passato, camere con vista sul prato dietro casa di mia zia, con mia madre che rincorre sua cugina, la bisnonna matriarca che spella ferocemente un coniglio con l’aiuto delle figlie e i maschi attendono, fumando Nazionali senza filtro, ascoltando Nat king Cole. È come se, prendendomene cura, cercassi di cristallizzare quella gioventù e quel benessere che non ho conosciuto, tutta quella dignità e quella forza di cui avremmo disperatamente bisogno per uscire dal letame in cui ci hanno gettato.

Tag: storie negozio dischi vinili

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