Cuore, stomaco e ossa dure

Finale di stagione al B-Side di Cosenza. Sul palco cinque band, per una serata che va avanti fino all'alba. A farla da padroni, Iori's Eyes e Casa del Mirto. Il racconto di Marcello Farno.
12/05/2012

Finale di stagione al B-Side di Cosenza. Sul palco cinque band, per una serata che va avanti fino all'alba. A farla da padroni, Iori's Eyes e Casa del Mirto. Il racconto di Marcello Farno.

 

Per come ce l’ha insegnato la geografia, ma anche la storia, a queste latitudini roba così è più unica che rara. Invece, capita poi che “un live qui a Cosenza vale sempre più che altrove”, come dice Marco di Casa del Mirto. E allora capisci che in fondo hype e confini non contano un cazzo. E che basta quel poco, anche se puoi metterci anni a spingere o allenare. Schiena dritta, sorrisi, divertimento (tanto) e tanta bellezza. Così la prima cosa che rimane in testa il giorno dopo (in un risveglio-sobrietà che mai avresti ipotizzato) è di come la gente a certe situazioni abbia ormai fatto il callo, al punto da amarle e supportarle con uno spirito smodato (quello che quando i Casa del Mirto salgono sul palco sono ormai le 4 e la sala è ancora tutta piena) e quegli occhi, stretti a metà tra il fumo, l’alcol, il semplice gusto di godere di un concerto, che, se ancora esiste un Cristo, altro che Eboli, qui a Cosenza è già passato.

Doveva essere tutto questo e tutto questo è stato, sabato 13, l’ultima di chiusura stagionale, al B-Side, dell’Always Never Again. Chiusura col botto, come al solito cornice di un festival nel festival: cinque live, dove a spiccare erano i nomi di Iori’s Eyes e (appunto) Casa del Mirto. Bello il suono, bella la storia dietro, bello soprattutto un discorso, come dicevamo, fatto di tenacia e amore per la musica dal vivo (troppo spesso lasciata a inutile corredo di djwannabe).

Così, la solfa è, sin da subito, di quelle forti e prepotenti. In primis, gli indigeni Electric Floor, passi avanti rispetto a quando li vidi qualche mese fa: bel tiro, ottima sinergia, tocca adesso snellire il pathos lirico, che non dona niente e finirebbe, se inseguito persistentemente, solo per frenarli. Mancano proprio di quella levigatezza che è invece dono naturale dei Black Flowers Cafè, anche loro ai primi passi, e che snocciolano in un set acustico preparato per l’occasione, roba loro e cover storiche, da Editors a Smiths, intrecciando e mescolando tutto senza pause, sceneggiatura convincente per quelli che, a detta di molti, sono la sorpresa più inaspettata della sera. Dei Gripweed invece colpisce, ancora una volta, come rimangano  un oggetto sconosciuto ai più a livello nazionale. Tinte scure, l’elettronica che si mischia al pop, coi ritornelli che si aprono a metà tra l’eleganza e la new wave. Due teste pensanti dietro laptop e synth, che giocano a squarciare l'atmosfera della sala a furia di bassi, blip e dark mood. La cosa più vicina al concetto di musica per quei momenti lì. Esco fuori, tiro giù un respiro, poi si ricomincia.

Quando sul palco salgono gli Iori’s Eyes, e già notte inoltrata. Ma la gente sembra stia a ricaricare le pile all’incontrario. Sono un colpo unico, specifichiamolo da subito. Un fiore che col passare dei pezzi schiude i suoi petali uno dopo l’altro. Cosi, da un’intro soffice e melò (“All the people outside are killing my feelings”) infilano una sequela di canzoni vecchie&nuove che si fermano, in quel punto perfetto, che sta tra un nodo in gola e le coronarie che prendono un ritmo tutto loro. “Bubblegum” è bella per quel senso di indefinito che riesce a provocare, che catapulta a dimensioni ‘altre’, la batteria che sotto tiene il dub, i synth che viaggiano a ritmo aerostatico, Clod che balla, e poi subito dopo piazzano “Matter of Time”, che è un po’ come se avessero costruito la galassia attorno a quelle nebulose di prima. Il cielo si accende, tutto si apre e la navicella definitivamente decolla. Il resto del concerto è puro white groove, c’è una “Take me to the other side” che ancora una volta serve da tappeto per l’emotional hangover di “Pull me down” e “As always”, una dopo l’altra. Muscoli si stendono e arriva d’improvviso la contrazione inaspettata, l’equilibrio non facile tra i vuoti, il sentimento, l’emozione. Chiudono con “The Boat” e “Vlad”, il delay si allunga, la voce diventa gradiente stesso dell’atmosfera. Applausi convinti, tu dammene ancora che di buio mica si muore.

E così la Casa del Mirto, che è musica perfetta prima di chiudere i sipari, perché è ributtarsi a testa bassa tra tutto l’immaginario sopito che può evocare la chillwave, e il ritmo che, adesso, viaggia a coordinate drittissime, nonostante la voce continui a piazzarsi sempre lì, tra mantra cerebrali che parlano a chiare lettere. Ci si muove tutti assieme, ché loro sono così puliti e lineari che pare stiano a metter su i dischi. “The Nature” fatto quasi tutto, le robe più vecchie da “1979”, quelle freschissime di “Taxus Baccata”, faccio fatica a ricordare i pezzi precisi, perché l’ora ha fatto la sua parte, ma qui ancora nessuno sembra voglia farne a meno. Soulness purissima, con le gambe stese sopra un suono fresco e che si fa fatica a trovare così pieno e consapevole.

Si chiude così alle prime luci dell’alba, con la gente pronta a invadere il palco che, stremata e con quel misto di lucidità, occhio pigro e cazzonaggine, tira cuore, stomaco e intestino fuori da lì. C’è tutto l’amore e la voglia di una città di stare dietro a certe cose. La bellezza, come si diceva, il divertimento soprattutto. Penso che con capacità e ossa dure lo si è costruito e ora, non c’è bisogno di stare a ribadire che, ce lo meritiamo fino in fondo.

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L'articolo Cuore, stomaco e ossa dure di Marcello Farno è apparso su Rockit.it il 12/05/2012

Tag: live report

Commenti (1)
  • Faustiko Murizzi 05/06/2012 ore 17:17

    "in un risveglio-sobrietà che mai avresti ipotizzato"... :-)

    > rispondi a @faustiko
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