Dalla via Emilia alla West Coast

“Everything Repeats Itself Forever” è il debutto della band screamo emiliana Reverie. Registrato nella fattoria del batterista, è mixato da Jack Shirley, producer dei Deafheaven, a Oakland. Quando il DIY reggiano e un produttore da Grammy si uniscono succedono piccoli miracoli di furia ed energia

I Reverie, furia e potenza
I Reverie, furia e potenza

Detto in due parole: i Reverie sono la cosa (post) screamo del 2022. Detto facendo paragoni: stanno allo screamo come i Lento stavano ai post-hardcore nel 2009. E infatti stanno messi inguaiatissimi. Perché nel mondo odierno c'è un ineluttabile assioma cartesiano quello recita: "Chi oggi tenta  di scalare i gradini dell'underground e ottenere curiosità presso un pubblico più vasto prendendo lo spunto da soluzioni varie, sicuro sarà additato di “modaiolismo”, malvisto dalla fazione true e irriso da chi ritiene si tratti di una ennesima trappola del hype".

I Reverie sono in cinque e provengono da varie band (Hannya, Glances, Noyè, Big Cream, Daphne). Hanno pubblicato di recente un debutto, Everything Repeats Itself Forever (2022, Fresh Outbreak) da cui partiamo con una considerazione tra il banale e il sorprendente: com'è possibile che una etichetta indie parmense (con tutto quello che comporta...) riesca a fare da tramite tra una band dell'area bolognese e sconosciuta ai più e uno dei producer più eclettici in circolazione, autore di quella mina spartiacque che fu nel 2013 Sunbather dei Deafheaven?

Perché Everything è stato registrato a Bologna (“Abbiamo fatto tutto da soli nella fattoria del batterista, i Buzzfarm Studio”) ma è stato poi mixato e masterizzato da Jack Shirley agli Atomic Garden Studio a Oakland, in California. “Con i soldi!”, ve lo leggo negli occhietti mentre lo pensate (co' la mano a cucchiara, probabilmente...) e potrei anche darvi la ragione che meritate ma, ammesso e non concesso che sia questo vero o no, siamo veramente ancora a questi discorsi qua? Io piuttosto trovo bellissimo e inquietante che ai Reverie sia venuto in mente e l'abbiano fatto sul serio, non fatico a credere tra vari sacrifici.

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“Ci sono tantissime band che ammiriamo e che hanno influenzato la scrittura del disco, sicuramente i Birds in Row hanno avuto un impatto molto forte per via delle loro sonorità oscure e caotiche, inoltre sono stati il punto di incontro tra noi cinque fin da subito. Stesso discorso vale per Loma Prieta e No Omega” mi dice Matteo, voce e portavoce della band da quando l'ho avvistata. Io aggiungerei anche Raein, Øjne e Shizune qua da noi, per fare conto paro. Sta di fatto che i Reverie meriterebbero di viaggiare sulla cresta dell'onda a velocità supersonica per non fare perdere il tiro micidiale a un genere che ci mette un attimo ad appiattirsi.

I cinque ragazzi fondano i Reverie circa tre anni fa, nell'area reggio-emiliana, con l'intenzione da subito di scrivere un disco da fare uscire il prima possibile, così da iniziare l'attività dal vivo. A causa della ben nota pandemia non riescono a entrare in studio prima della fine del 2020, ispirati da infinite sensazioni. Matteo mi spiega quanto “Scrivere un disco durante il periodo di pandemia è stato fortemente caratterizzante. Ci ha permesso di rifinire ogni aspetto durante le registrazioni e lavorare a un concept solido e attuale come quello dell’introspezione e il rapporto col proprio io, che rispecchia stress e sfide personali di alcuni di noi indipendentemente dal periodo. Più che di influenze musicali, però, nel nostro caso si può parlare di influenze cinematografiche. Guardiamo veramente tanti  film e credo siano state di grande aiuto le atmosfere di The Lighthouse, gli incubi di Lynch, il perturbante di Lanthimos e soprattutto la serie The Sinner, dal quale è tratto il voice-over nella title track”.

Preceduto da tre singoli di cui almeno due (Roots In Concerete e Patterns) graficamente marchiati da immagini di grande e iconografico impatto visivo, l'album Everything Repeats Itself Forever ha raggianti incanti elettro/cinetici e fughe (mu)shroomadeliche in giungle chitarristiche (Escapist) scortate da enigmatici titoli atipici come Non C'è Luce In Me / Non C'è Luce In Te che san quasi di Battisti (pur non avendo nulla di che spartire con Battisti) nella provincia latina.

“La provincia più che contribuito... ha influito - mi precisa Matteo - Viviamo tutti in città medio-piccole dove la cosa più avvincente che possa accadere  è l'apertura di una pizzeria e le aspettative di poter portare la tua musica in giro in maniera costante sono più che basse. Abbiamo sempre pensato che questo porti a comporre in maniera più genuina e disinteressata, senza nessun tipo di pressione o fine economico, e questo chi è un buon ascoltatore lo riconosca”.

A questo va aggiunto il collage DIY di copertina, realizzato da Matteo “SpitnPaper” Viggetti, che raffigura una coppia di tossici a New York negli anni '60 in cerca di conforto reciproco durante una overdose. “Abbiamo fin da subito percepito la forte analogia con le tematiche del disco, non solo per quanto riguarda i rapporti tossici ma anche per la dipendenza da pensieri disfattisti che il cervello in modo quasi morboso e ritualistico produce”.

 

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Provinciali nel senso buono quindi. Ed è ecco già la definizione pronta: ehm, “scramble”… “Ah si, scramble! - dice Matteo ridendo - Penso che al tempo stavo mettendo su la pagina Bandcamp e semplicemente abbia letto scramble e l’abbia trovato divertente e poi somiglia a skramz, l'altro termine per chiamare il genere screamo. In verità non ci piace parlare di generi ma quello che facciamo”. Giusto. E se è innegabile che guardiamo in avanti tutti, si muove tutto in avanti, non è poi così strano che un disco che si intitola “Tutto quanto si ripete all'infinito” nasconda uno degli ascolti più originali e gustosi di questa primavera inoltrata.

 

 

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L'articolo Dalla via Emilia alla West Coast di giorgiomoltisanti è apparso su Rockit.it il 2022-05-19 09:19:00

Tag: album

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