Succede proprio mentre sto per lasciare il quarto reparto del carcere di Bollate, quello del “trattamento avanzato giovani adulti”. Mi metto in coda al gruppetto di giornalisti e operatori del terzo settore che si accingono ad attraversare i lunghi corridoi che collegano i diversi bracci, per raggiungere la guardiania all'ingresso. Con noi ci sono due agenti della polizia penitenziaria: uno è stato con noi sin dall'inizio, sempre sorridente e disponibile, l'altra è una ragazza giovane, a occhio sui 25, sono parecchie a svolgere questo ruolo. Faccio due passi e un loro collega, più anziano, si avvicina molto discretamente e mi dice "scusi, ma lei ce l'ha il tesserino". Apro la cerniera della felpa, con cui superficialmente ho celato il mio pass verde da cronista, e glielo mostro. "Prego, prego" mi dice, e raggiungo gli altri.
Avevo passato l'ora precedente nel cortile dell'"aria" del quarto reparto a guardarmi intorno. Cercavo di non indulgere mai troppo con lo sguardo ma non potevo fare a meno di osservare i detenuti che, finalmente, si gustavano una serata di chiacchiere e musica, come quelle che noi ci concediamo una volta alla settimana, oppure al mese, a seconda di disponibilità e inclinazioni. E così, quasi senza accorgermene, mi ero ritrovato a immaginare chi fossero, perché fossero lì, chi avessero fuori. Avevo visto persone che sembravano i miei ex compagni di liceo, con la polo e il capello aggiustato, anziani che avrei tanto voluto vedere al bar di quartiere oppure al parchetto, assieme a loro altri volti che lì dentro apparivano molto più "contestualizzati".
Ecco, qualcuno lì dentro pareva al proprio posto. Altri no. Un pensiero idiota e offensivo, che però può essere difficile reprimere. Poi, mentre sto per andarmene e tornare dalla mia famiglia, un "secondino", uno di quelli che lì dentro ne ha visti passare a migliaia, mi fa capire che, per quel che ne sa lui, anche io potrei essere "uno di loro", che si è messo in testa di finire sui tg del giorno dopo per un'evasione molto creativa. No, Lombroso non ha ragione neanche stavolta. Facciamo che non solo non giudichiamo, ma non balziamo a nessun tipo di conclusione. Ascoltiamo, e basta.

L'occasione per farlo, oltre alla "visita stampa" organizzata negli scorsi giorni, ce la dà un disco, che ha il raro merito di portare le voci dei ragazzi "sprofondati" là dentro nelle nostre case. Si chiama "30 OP", disponibile sulle piattaforme digitali per Attitude Recordz e distribuito da Altafonte Italia. È il secondo lavoro di questo tipo che esce da Bollate, struttura aperta nel 2000 nel paese a Nord di Milano, dopo la pubblicazione a giugno 2024 di “Mezz’ora d’aria”. A curarlo Stefano Aschieri in arte Stelo, produttore esecutivo di“30 OP” come del precedente album, che ora è di fronte a noi nella conferenza stampa organizzata in una stanzetta del quarto reparto, proprio di fronte alla palestra. Prima ancora che inizi a parlare una lampada quasi si stacca dal soffitto e per poco non gli piomba in testa.
"Nulla di ciò che è stato fatto qua dentro è semplice" esordisce. Nel mio piccolissimo, mi pare di poterlo capire: mi ritrovo a prendere appunti su dei fogli di carta, cosa che non facevo da un sacco di tempo, visto che cellulari e pc li abbiamo lasciati all'ingresso. "Abbiamo iniziato questo progetto su proposta dei ragazzi, come si cerca sempre di fare qua a Bollate. All'inizio era soprattutto teoria, parlavamo della musica, di come funziona la discografia. A un certo punto abbiamo sbloccato un budget, e la cosa si è cominciata a fare seria. Abbiamo creato uno studio, abbiamo iniziato a produrre testi e beat. Fare musica qua non è come farla altrove: per fare entrare anche solo una chiavetta servono permessi, i tempi sono più lunghi, ma questo non ci ha fermato. E in quattro anni – da tanto io lavoro con il carcere – abbiamo già due dischi all'attivo. Sono molto fiero di quello che hanno fatto i ragazzi".
Lo studio di registrazione è di fronte a noi. Qui è nato "30 OP". I ragazzi lo gestiscono in autonomia – autonomia è la parola chiave qua dentro, ogni progetto volge proprio a quella: è il vero obiettivo da raggiungere per prepararsi al "ritorno là fuori" –, hanno le chiavi, si organizzano le sessioni. Ci sono state giornate che alcuni di loro ci hanno praticamente vissuto dentro. Assieme a loro, oltre a Stelo, la Cooperativa Sociale Articolo 3, che lavora a Bollate dal 2002 e ha sostenuto e reso possibile il progetto. "Il nostro contributo mira a creare un carcere in cui il tempo riacquisti un senso costruttivo orientato al futuro, dove si promuovono la responsabilità e l’autodeterminazione”, dice Federica Parodi, operatrice di Articolo 3. "Nel laboratorio rap, i ragazzi scoprono nuovi interessi, capacità e relazioni positive, strumenti che li possano accompagnare nel faticoso percorso di reinserimento verso l’esterno”.
Federica, e le colleghe di Articolo 3, spiegano che tutto questo è possibile perché siamo a Bollate, una struttura che da sempre spicca per un approccio differente: le celle sono aperte e le attività sono al centro della vita di tutti i giorni, a differenza di altre strutture dove l'unico obiettivo è trascorrere un altro giorno in vista della fine, della pena o della vita. Ma anche qua i problemi non mancano, con il tempo è divenuto più difficile fare entrare "il mondo" a Bollate e le attività sono state ridotte. Inoltre anche qua oggi c'è un problema grande di sovraffollamento, che in passato la struttura non aveva mai sperimentato (prima del Covid le celle erano singole nella maggior parte dei reparti, ora sono doppie). Oggi Bollate, il "carcere modello" per eccellenza, ha un tasso di sovraffollamento intorno al 130%, con oltre 1600 persone recluse. E proprio in questi giorni sono in arrivo 50 "giovani adulti" da San Vittore – dove solitamente stanno i detenuti in attesa di giudizio, a differenza di Bollate, che ospita chi ha già una condanna definitiva – per via della ristrutturazione di un'ala della struttura. Una situazione che le operatrici definiscono "drammatica".

Più le cose si fanno difficili, più un disco come "30 OP" è prezioso. “Sono felice che eventi di questo tipo dimostrino ancora una volta quanto il lavoro costante con il territorio e con la comunità esterna possa dare senso e utilità alla pena, soprattutto per i ragazzi più giovani. Progetti musicali come questo, vicini alle loro passioni, ci permettono di stimolare e far crescere le loro competenze, e rappresentano un ulteriore passo nel percorso di sviluppo delle attività professionalizzanti dell'Istituto”, commenta Giorgio Leggieri, Direttore del Carcere di Bollate, che ci raggiunge in conferenza stampa.
Il disco consta di tredici brani, "un’esperienza artistica collettiva che porta oltre le mura del carcere storie, vissuti e una nuova idea di opportunità". "C'è dietro un lavoro condiviso, collettivo, è un concept album a cui siamo giunti dopo infiniti confronti e ore in studio. Poi, certo, ognuno ha portato la sua personalità, la sua storia, il suo modo di pensare e di cantare, e queste individualità hanno fatto la differenza" spiega Stelo. Di cose da dire, in effetti, ne hanno. Le operatrici di Articolo 3 spiegano a questo punto che tutti i testi, prima della pubblicazione, devono essere approvati dal Ministero della Giustizia. Che ha fatto solo un paio di piccoli "appunti" prima della release. Mi domando se Nordio figuri tra gli autori.

Ora è il momento di sentire le voci dei ragazzi. Sono quattro a parlare, tra i più attivi nel progetto: Gringo, Lemillion, Blackbaby e Ijazzy. Il primo viene da Cinisello, ha visto Sfera esplodere, Tedua e gli altri andare in quartiere per collaborare e registrare i video tra le loro strade, ha registrato nello studio che ha messo in piedi nel quartiere Crocetta. È uno dei pochi che faceva già musica fuori. Lui, come Lemillion, è in affidamento in prova ai servizi sociali, gode cioè di una misura alternativa alla detenzione e può uscire dal carcere. Eppure ci torna volentieri per un progetto a cui ha dedicato anima e cuore nell'ultimo periodo. "Io sono iperattivo, motivo per cui a stare qua dentro e non fare nulla pensavo di impazzire" dice Lemillion. "Faccio palestra e sport tutti i giorni, che per fortuna a Bollate sono la normalità. Ho avuto un periodo bruttissimo, perché la mia fidanzata storica mi ha lasciato poco prima che avessi la possibilità di uscire. Per fortuna mio fratello (indica Blackbaby, ndr) mi ha proposto di andare in studio per fare musica. Ho scoperto un mondo nuovo, e una grande passione. Con il rap esprimo cose che non ero mai stato in grado di esprimere".
Ijazzy è chiaramente il cazzaro del gruppo. Imita alla perfezione il canto di un gallo, pare che ogni tanto lo faccia risuonare dalla sua cella e tutti lo maledicano, prima di scoppiare a ridere. "Non pensavo di fare il cantante, non era nei piani. Volevo fare il ministro dei Trasporti, tanto se ci riesce Salvini..." dice, aggiungendo che ama Cat Stevens, Brian Adams e la denbow. Poi si fa serio: "Tutti i proventi voglio darli in beneficienza ai bambini che soffrono".

Blackbaby è il più loquace di tutti. Ha la maglia del Milan di Hernandez (nessuno è perfetto, d'altronde), è di origine brasiliana. "La mia musica parte dalle mie radici, da quello che ho visto in favela, e dai suoni della mia terra, che mi ispirano quanto il rap americano. Quello italiano meno, anche perché non voglio farmi troppo influenzare". Tocca poi un punto interessante. "Qua dentro non è facile nemmeno ascoltare musica, in carcere si guarda solo la tele. Quando stavo a San Vittore avevo sette quaderni di testi ma non avevo un beat su cui rappare. Ora ci facciamo mandare chiavette con su roba da ascoltare, si va di Mp3".
Ma di cosa parlano le canzoni? "All'inizio è tutto rabbia e impulsi" dice Blackbaby. "Qua dentro, d'altronde, dominano. Poi con il tempo capisci che hai un'opportunità (30 OP è l'Articolo 30 Legge sull'ordinamento penitenziario che regola le uscite straordinarie dal carcere "nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente", ndr), che non tutti ti odiano, visto che l'agente ti ha messo in mano le chiavi dello studio con un sorriso. Che davanti a quel microfono sei solo con te stesso, che puoi persino essere di esempio per gli altri. È un momento spirituale. La musica mi ha fatto sradicare tanto idee e convinzioni sbagliate che avevo".

C'è un dato che parla per tutti gli altri. Il tasso di recidiva, cioè chi torna a commettere reati una volta uscito, nelle altre carceri è superiore al 70%, a Bollate è del 25% circa. "Con l'autonomia che ti viene data qua dentro sperimenti già quel che dovrai fare dopo, quando sarai libero" spiega Gringo. "È questa la vera sicurezza" dicono da Articolo 3. "Se non cambi a Bollate non cambi da nessuna parte, qua hai gli strumenti per farlo" dice Ijazzy.
Mangiamo un paio di tarallini e ci spostiamo. Nel cortile dell'aria sta iniziando il live. La situazione è molto scenica: una pedana con dietro i visual di "30 OP", molto belli, e sopra un'americana. Dietro e davanti i vari piani dei reparti, con alcuni detenuti alle finestre. "Venite giù, venite a sentire" dicono dal microfono. Lo spazio si riempie, l'atmosfera è di gioia (mi sento di usare tranquillamente questa parola). I quattro ragazzi si esibiscono sulle basi, assieme a quelli che li hanno preceduti nell'album "d'esordio" del progetto. Poi arrivano i guest: Ensi, Nitro, Nerone e Mic Tyson che performano alcuni dei loro brani più famosi, tra gli applausi dei detenuti. Il Bollate Live Show è stato organizzato e finanziato da Me Next Agency, che già due anni fa aveva portato qua lo stesso Nitro con Jack the Smoker e Lazza.

Mentre le ultime esibizioni si avvicendano e sotto il palco qualcuno improvvisa dei mini mosh pit, ci prepariamo per andare. La maggior parte di noi, invece, passerà la notte lì, come le precedenti e molte altre in futuro. Ma almeno ora sa che se ha qualcosa da dire, basterà tirare su un cursore.
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L'articolo Dalle sbarre alle barre: "30 OP" è il sogno di chi non pensava di poter più sognare di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2026-09-25 09:43:00

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