La provincia spesso viene raccontata come un luogo immobile, distante dai grandi centri e dalle possibilità. Ma proprio da quei margini possono nascere le necessità più forti: il bisogno di cercare una voce, costruire qualcosa e trasformare il senso di estraneità in energia creativa.
I Dalyrium Bay arrivano da un territorio dove la musica ha dovuto spesso farsi spazio tra pochi luoghi, poche occasioni e una certa resistenza culturale. Un percorso costruito lontano dalle scorciatoie, fatto di coerenza, indipendenza e della convinzione che creare abbia valore anche quando non porta risultati immediati. Un racconto di provincia, isolamento e musica come forma di resistenza.
Dove sei cresciuto? Descrivilo in 3 righe.
Sono nato e cresciuto a San Vito al Tagliamento, un paese in provincia di Pordenone dove l’adolescenza è spesso segnata da poche alternative, amicizie ruvide e un certo grado di ignoranza normalizzata.
Allo stesso tempo è un luogo lento, dove impari a osservare e a stare, anche quando ti senti fuori posto. È proprio quella sensazione di estraneità, a volte, a generare il bisogno di esprimersi.
Tre cose per cui è “famosa” la tua città/paese.
La mentalità contadina, nel bene e nel male. Il lavoro visto come valore assoluto e una calma apparente che spesso nasconde chiusura e diffidenza verso ciò che è diverso.
Da un punto di vista musicale e artistico che contesto era e come si è evoluto nel tempo? C’erano locali, etichette, altri artisti?
Nel mio caso la musica non è nata in paese, ma dopo il trasferimento a Udine.
Il contesto era fatto di pochi spazi e molte contraddizioni: locali che sfruttavano i musicisti senza riconoscerne il valore e altri che, con grande fatica, provavano invece a costruire luoghi dove l’arte potesse esistere davvero. Più che un’evoluzione, è sempre stata una forma di resistenza.
C’è qualcuno che ti ha ispirato sul territorio (artisti, promoter, figure di riferimento)?
Più che singoli artisti, mi hanno segnato le persone che hanno scelto di tenere aperti certi spazi, anche rimettendoci personalmente. Persone che permettevano ai progetti di nascere, crescere e anche sbagliare, senza chiedere immediatamente numeri, risultati o ritorni economici.
In provincia, spesso, chi crea un contesto è più importante di chi sale sul palco.
Ricordi il primo live della tua vita? Quando, dove e com’è stato? Il locale del cuore sul territorio?
Ho iniziato a suonare dal vivo solo dopo essermi trasferito a Udine. I primi concerti erano spesso caotici, poco organizzati e molte volte anche mal pagati o completamente gratuiti, ma sono stati fondamentali per capire cosa volessi fare davvero.
Il locale del cuore non è uno in particolare: sono quei luoghi che hanno provato a trattare gli artisti come lavoratori e non come semplice manodopera gratuita.
In cosa è più difficile, e in cosa è più facile, essere un artista emergente in provincia?
La difficoltà principale è combattere una mentalità che considera ancora la musica un hobby o una perdita di tempo. Il lato positivo è che, se riesci a resistere all’isolamento, la provincia ti permette di stare lontano dalle dinamiche più superficiali e costruire qualcosa con tempi più umani.
Una cosa che non capisci o accetti della discografia oggi?
L’ossessione per il denaro e per la visibilità come unico metro di valore.
L’idea che tutto debba essere veloce, monetizzabile e performante finisce per svuotare il significato stesso del fare arte. Per me la musica deve tornare al centro: non la rincorsa continua al mercato, ma il bisogno di creare qualcosa che abbia un senso.
Come e quando ha inizio il tuo progetto artistico?
Il progetto nasce prima del mio ingresso nella band, ma il mio percorso inizia quando li incontro, circa sei anni fa. Non sono entrato in un’idea di carriera o di successo, ma in una realtà che aveva semplicemente bisogno di suonare, stare sui palchi e continuare a esistere, anche senza certezze.
Quanto e come il luogo in cui sei cresciuto ha inciso nello sviluppo di idee e sound?
Ha inciso molto, soprattutto per contrasto. La provincia ti costringe a confrontarti con l’ignoranza, ma anche con il silenzio e con la lentezza. Da lì nasce un’urgenza espressiva che non è una scelta estetica, ma una necessità.
Quali sono state le sfide più grandi che hai affrontato nel tuo percorso artistico?
La sfida più grande è stata restare coerenti senza diventare ingenui. Continuare a fare musica senza piegarsi completamente a logiche economiche che spesso rischiano di svuotare il significato stesso di quello che si sta facendo.
C’è un messaggio o un tema ricorrente che vuoi trasmettere con la tua musica?
Il rifiuto dell’idea che il valore di una persona o di un progetto possa essere misurato soltanto in termini economici. La musica, per me, deve essere uno spazio collettivo: un luogo di condivisione, confronto e costruzione comune. Qualcosa di cui oggi sentiamo sempre più la mancanza.
Come definiresti la tua evoluzione artistica dall’inizio fino ad oggi?
All’inizio c’erano soprattutto la voglia di buttarsi e il bisogno di esserci. Oggi c’è più consapevolezza, meno illusioni e una scelta più chiara: fare musica perché è necessaria, non perché conviene.
---
L'articolo Dalyrium Bay, contro il silenzio della provincia di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-07-05 11:30:00
COMMENTI