Il DeeJay Time, i 30 anni della Time Records e la fine del mondo

L'invito per la celebrazione dei 30 anni della Time RecordsL'invito per la celebrazione dei 30 anni della Time Records
05/12/2014 di Fabio De Luca

Lo scorso 3 dicembre si è svolta una grande festa celebrativa per i trent'anni della Time Records, storica etichetta protagonista della dance italiana che ha fatto da colonna sonora dell'infanzia e della giovinezza di tutti noi. Molella, Albertino, Fargetta e Prezioso sono solo alcuni dei guest dj presenti alla festa, che in un modo o nell'altro è stata senza dubbio memorabile. A presenziare per noi c'era Fabio De Luca, giornalista e dj, ex vicedirettore di Rolling Stone Italia, che ci racconta in quest'articolo com'è andata la serata tra vocalist d'annata, pan carré con le sottilette e la zona industriale di Brescia. 

 

“Sei invitato alla cena e al party per i trent’anni della Time Records”, dice la mail. “Ehlamadonna!”, è il commento che sale dal cuore. Non tanto per l’invito in sé – che, anzi, la filosofia del “è pur sempre una cena gratis” la si abbracciava con entusiasmo pavloviano anche in tempi meno grami – ma per i trent’anni. Possibile? Davvero? Poi uno fa due calcoli e dice: ok, 1984. Però la Time Records che ci ricordiamo tutti è roba di metà anni ’90. Quella di comete estive come “Feel It” di The Tamperer feat. Maya, di tormentoni come “Get Get Down ” di Paul Johnson, del capolavoro spaghetti-deep “Open Your Mind” degli U.S.U.R.A. (costruita sul geniale campionamento di “New Gold Dream” dei Simple Minds), di “You See the Trouble With Me” di Black Legend. Il suono della seconda e terza ondata dell’italian style che si pappava il mondo, Ibiza compresa, al ritmo di una disco tamarra ma in fondo pure presentabile (la genialità della maison Time, volendo provare a circoscriverla, è sempre stata nel suo mantenersi sul filo: con un piede nel kitsch, ma l’altro sempre ben saldo nel funk – sia pure in una sua perversa incarnazione brianzola)


Si va, quindi. Partenza alla volta di Brescia, sede storica dell’etichetta e dei suoi studios. Stringendo fra le mani una stampata dell’invito sul quale la destinazione è molto laconicamente indicata come “spazio industriale”, e seguita da un indirizzo che – anche senza consultare Google Maps – si intuisce essere assai poco metropolitano. Fatalmente, il viaggio verso i trent’anni della Time Records (oltre che, célinescamente, verso il termine della notte) è un viaggio che dal centro di Milano – Cadorna, la Liverpool Station di noialtri – ci trasporta verso il più straziante hinterland. Dal finestrino, in lontananza sfilano rapidi Pioltello, Vignate, Liscate, Pozzuolo Martesana. L’asfalto è quello morbidissimo e odoroso di Expo 2015 della “nuova BreBeMi”, il recentemente inaugurato bretellone Brescia–Bergamo–Milano. Sfioriamo le insegne di Rovato, Roncadelle, Ospitaletto. Un sussulto ci coglie quando il navigatore c’intima di svoltare in direzione val Trompia: in fondo alla nebbia leggera della sera, par quasi di sentir arrivare un’eco lontana che ripete il tormentone “nu mă, nu mă, nu mă iei” (da “Dragostea Din Tei”, altra hit griffata Time Records), ma probabilmente è solo autosuggestione. Superiamo due o tre hotel per viaggiatori di commercio inspiegabilmente faraonici, degli autolavaggi, “EssePi calze e collant”, un centro commerciale dominato dal logo Prenatal. E finalmente, eccoci: ci siamo. Uno sterrato proprio di fronte a “Papillon – Pronto moda, maglieria, abbigliamento” (sul cui ingresso campeggia però un sinistro cartello “affittasi”, per riportarci subito fuori dal sogno brianzolo anni ’90 e dentro i tempi di merda in cui viviamo).

È questo, del resto, l’esatto scenario in cui è nata e cresciuta la disco italiana anni ’90. Per certi versi, siamo davvero nel posto giusto: pastori in visita al proprio Gesù Bambino trent’anni dopo (il logo Prenatal di cui sopra, in effetti, faceva molto stella cometa). L’attuale sede della Time sta subito sotto la tangenziale, tra Metro e Leroy Merlin. L’eterna rivale Media Records e i suoi leggendari 18 (diciotto!) studi di registrazione avevano casa pochi capannoni più in là (in località Roncadelle, se non ci ricordiamo male). Pure la milanesissima Disco Magic, mica aveva gli uffici in Duomo: stava in via Mecenate, lo stradone più triste del mondo, e però logisticamente perfetto per la vicinanza di viale Forlanini, di Linate e dell’imbocco della A1. E Italia Network – ve la ricordate? – la stazione radio che di quel pum-pum della domenica pomeriggio fece per pochi indimenticabili anni il proprio marchio di fabbrica, aveva impiantato i suoi microfoni e le jingle-machine in qualche imprecisato angolo della periferia industriale di Udine. La Disco Italiana anni ’90 parlava di sogni (come la disco di ogni tempo e luogo, ovvio) ma lo faceva dai luoghi del commercio “vero”, su ruote, che a questi sogni potevano dare concretezza. Sogni molto terra-terra, poi – mica la “Dolce Vita” di quel debosciato anniottanta di Ryan Paris – sogni raggiungibili, simili a quelli urlati dentro le televendite di Monika Sport o Katia Arredamenti. “If You Buy This Record Your Life Will Be Better”: se compri questo disco la tua vita sarà migliore titolava con sublime senso pratico da cumenda (unito a un involontario guizzo situazionista degno dei migliori KLF) proprio una delle grandi hit di casa Time Records, firmata dai soliti The Tamperer featuring Maya. Un concept quasi da Carosello degli anni del Boom, da epoche di promesse merceologiche ancora praticabili.

Così, appunto, eccoci. Nella breve ed educatissima coda per accedere al presepe dei trent’anni della Time Records. Contemplando lo scenario a un tempo rurale e urbano dei capannoni forse sfitti, pensando che – in fondo – in termini di costo sociale (e immobiliare) alla Detroit di Derrick May e Carl Craig è andata persino peggio, come sappiamo. I tipi umani che alla spicciolata si uniscono alla coda, e che saranno i nostri compagni nella nottata, sono esattamente quelli che ci si aspettava: antichi arnesi del clubbing provinciale, antichi promoter, antichi gestori di dancefloor, forse qualcuno ancora in attività, molti di sicuro riconvertiti a più redditizi autosaloni o franchising di sigarette elettroniche, tutti però ancora col riflesso automatico del sorridere alzando di un’ottava il tono della voce appena avvistano un proprio simile, tutti ancora affezionati al rituale macho delle gran pacche sulle spalle. Tutti accompagnati da signore dalla orgogliosa bellezza non del tutto domata dal tempo: signore che loro, evidentemente, insistono a considerare dei pregevoli ma innocui dipinti nella galleria d’arte del proprio ego, quando è invece ovvio come il sole come sia stata lei, alla viglia della grande crisi di metà Duemila, a imporre loro di lasciare il glamour incerto dei privé per un più solido futuro nell’azienda del suocero. (Per contro, quelli che intuiamo essere degli antichi dj, loro son tutti accompagnati da molto imbronciate giovani o semi-giovani signore in giubbotti Mötïvi e faux-fur di Zara. A differenza di quelle altre, loro non son riuscite a riconvertirli a più onesti e redditizi mestieri, e infatti li immaginiamo – porelli – a suonare per la miliardesima volta “This Is the Rhythm of the Night”, o a farsi piacere Avicii mentre gettano “The Days” in pasto a un pubblico con un terzo dei loro anni, o peggio ancora a schiacciare play sull’ennesimo volume della collana “Buddha Bar” durante interminabili apericena nei dintorni di Valdagno o di Cornedo Vicentino, con l’HP ProBook ormai spompato e lo spettro della SIAE che viene a farti il culo per i duecento giga di mp3 scaricati illegalmente ai tempi del bengodi di Soulseek).

Poco dandismo, ancor meno hipsteria (mai viste, in quindici anni di militanza nelle feste milanesi, così poche barbe groomate). Poche star, e tutte più o meno ignote a chi non ha bazzicato il mondo delle disco. Da più parti ci segnalano il leggendario Tito Pinton, patron del Muretto di Jesolo, ma non lo incroceremo per tutta la sera. (Peccato, lui è uno simpatico). Qualcuno – nel nostro capannello di milanesi in trasferta – forse colpito dall’inedito senso di prospettiva, come dire, anagrafica che comunica l’evento cui stiamo presenziando, si interroga con sincero sgomento: “Ma tra vent’anni le feste di Vice saranno così?”. Nessuno raccoglie: la domanda, senza risposta, resta a galleggiare sopra i microonde industriali del catering. Al cui proposito: la cena in piedi prevede risotto, cotechino, pan carré con le sottilette e dei misteriosi vassoi di “acini d’uva impanati” che decidiamo essere una specialità tipica bresciana sconosciuta oltre le colonne d’Ercole di Ghedi e Buffalora. Sembra un po’ un matrimonio, sì. E difatti ecco anche lo sposo: Giacomo Maiolini, fondatore, CEO e proprietario della Time Records. Bellissimo. In invidiabilissima forma per i suoi quasi 52 anni. Si muove tra gli astanti leggero come una farfalla, ma anche – come da celebre meme su Muhammad Ali – pugnace come un’ape. Immaginatevi, se non l’avete mai visto con i vostri occhi, un incrocio tra Moby, il cantante confidenziale Mario Biondi e il bassista Saturnino. Per la serata veste in smoking nero, trainers di marca e uno spiritosissimo gonnellone fiorato che, anziché sminuirne la severa maschilità, lo rende simile a un guerriero giapponese di qualche vecchia stampa. E non sarà così, ovvio, ma ugualmente ci piace pensare che l’effetto sia una deliberata, delicatissima gomitata all’ossessione nipponica (toyotista, soprattutto) del suo arcinemico di sempre, Gianfranco Bortolotti della Media Records: vero “Rockerduck to Maiolini’s Paperone”.

Va detto a questo punto che i festeggiamenti per i trent’anni della Time Records sono all’origine anche di un altro evento mediatico che, solo poche ore prima, ha contingentato la radiofonia italiana e dominato le timeline di Twitter: la reunion del “DeeJay Time”. Ovvero, il ritorno insieme – solo per un pomeriggio – del team originale che dal 1992 al 2006 (ma soprattutto, diciamo, nei primi cinque anni) diede vita sulla ex-cecchettiana Radio DeeJay al più incredibile, poderoso e indelebile – in termini di lascito nell’immaginario di chi l’ascoltava – show radiofonico “dance” di tutti i tempi.
E quindi: Albertino, Mario Fargetta (di cui ci piace sempre ricordare la somiglianza con un giovane John Cale dei Velvet Underground), Molella e Giorgio Prezioso. Il tutto cade – non si può non rilevarlo – in un momento di grande riflessione e forse persino autocoscienza attorno al passato della scena disco italiana tutta intera. Dalla meravigliosa autobiografia di Claudio Cecchetto (“In diretta: il Gioca Jouer della mia vita”) appena uscita per Baldini&Castoldi, al numero speciale dell’austera rivista “Link” tutto dedicato agli albori di TeleMilano (che per questioni cecchettiane, ma non solo, ha molti legami col mondo-disco), al lavoro filologico di quelli di Zero con il sito “Notte italiana”, passando per l’installazione psicogeografica di architetture della disco “Nightswimming” curata da Giovanna Silva per l’ultima Biennale di Venezia e l’ormai nutrito filone fotografico delle “ex-discoteche in rovina

Ed è fin troppo facile – oggi, qui, stasera – fare esercizio di reverse engineering sul DeeJay Time e vedere nei “piach!” un’anticipazione dei like di Facebook, nelle C60-C90-C120 scambiate tra gli “Amici della cassettina” una modalità primitiva di podcast, nel legame comunitario tra gli ascoltatori un’arcaica forma di social network: tutto vero, per carità, ma la potenza innovativa del DeeJay Time non fu tanto nel repertorio di personaggi o di gag o di strumenti di engagement col pubblico – tutti arnesi già ben presenti vent’anni prima in “Alto Gradimento” di Arbore/Boncompagni, per dire – ma nell’aver scelto il minimo comune denominatore della disco più generica (e per questo più comprensibile a tutti) e averne fatto la propria lingua franca. Con leggerezza, e con ironia. Perché all’interno di una scena che – sia detto forte e chiaro – con i suoi pierre lampadati, con l’aspirazionalità dei propri privé da poracci e i suoi “ingresso tavoli”, si è sempre presa dannatamente sul serio, il DeeJay Time fu un momento di meravigliosa inclusione, democrazia e divertimento realmente sorridente. Forse, addirittura, il momento più komunista nella storia della dance italiana: al DeeJay Time tutti potevano entrare, aveva qualcosa da dire a tutti, e soprattutto ridistribuiva democraticamente la cassa dritta a tutti.

Fu una rivoluzione duratura? Ma figurarsi. Complici il credit crunch, il tracollo degli ammortizzatori sociali e una ben nota resilienza della disco-fighetteria nostrana – in questo perfettamente allineata a certi revanscismi da Prima Repubblica – la danza macabra del fingersi ciò che non si è (e men che mai si sarà) continua oggi più indefessa che mai, e ogni spaghetteria-con-dancefloor di Bresso ha buon gioco nel credersi il Billionaire, almeno fino alla mattina in cui non suoneranno al campanello gli agenti pignoratori. Per questo ritrovare il DeeJay Time oggi, qui, in questo “spazio industriale”, ha soprattutto un valore – eh sì – nostalgico. Come il 90% della nostra dieta mediatica, ovvio. “Ma ti ricordi...”. Certo che ci ricordiamo: non dimentichiamo mai niente. Non possiamo dimenticarci niente. È la feroce, spietata gentrificazione della memoria, per cui l’affastellarsi degli anni e dei ricordi fa salire follemente il prezzo immobiliare delle esperienze “originali”, delle madeleine più lontane nel tempo. Per questo, quando sul palco appaiono Albertino e gli altri, il boato che li accoglie è davvero quello di tutti. Tutti quanti, giù sul linoleum della temporary pista da ballo, che torniamo a essere un “noi” come non ci succedeva da un’eternità e mezza. Anche i delusi, anche i lettori de Il Fatto Quotidiano; anche il nostro diffidente capannello milanese. Bastano i primi due secondi di synth zanzara di “Rhythm Is a Dancer”, seguita da “Pump Up the Jam”, dai Run DMC, da “King of My Castle”... Le proiezioni su megaschermo (versione hard discount di quelle state-of-the-art dei 2Many DJs) ricordano il titolo di ognuna: neanche ce ne fosse bisogno, neanche non fossero ormai parte del nostro DNA, neanche non potessimo recitarne il testo a memoria, senza nemmeno doverlo googlare. Ancora: “Show Me Love”, “Sweet Dreams” (“...Ola-ola-eh”), ovviamente “God Is a DJ”, ovviamentissimamente “Rhythm of the Night”.
Poi, in un tripudio di miccette (e non per modo di dire) sale sul palco il rapper Tony Scott. Poi Molella con il “Molella Megamix”. Altro giro, altri riff, altri cori da stadio: “I like to move it/move it”, “Infinity” di Guru Josh, “Feed from Desire” di Gala, “Open Your Mind”... Ancora ospiti: gli Outhere Brothers, due signori di Chicago la cui hit dell’epoca si intitolava “Pass the Toilet Paper” e aveva un testo che oggi farebbe indignare le Dandini e gridare al #femminicidio (e ancora oggi che son dei rapper di mezza età, son comunque molto più hardcore di quanto un Diplo potrà mai sognare di essere, per dire). Altra scarica di hit: “Pumpunanny”, “I Can’t Stand It No More (No No No)”, “Everybody’s Free” di Rozalla. Era il crollo dell’impero romano, era il saccheggio delle poche ricchezze rimaste al ritmo del turbofolk, era la tratta delle nere sotto forma di acappella soul da strizzare dentro tessisime strutture tekkno non ancora addolcite dagli algoritmi di Ableton (“Ride on Time” il loro archetipo). Era l’ultima stagione d’innocenza e d’incoscenza del pop. E quando – oooh, sorpresa – da dietro le quinte esce Maya dei Tamperer, e con la nuda voce intona “Over the Rainbow”, è chiaro a tutti il proprio destino.

“Feel It” s’intitolava la sua hit del 1998, dove The Tamperer (aka Mario Fargetta & Alex Farolfi) campionavano spietatamente “Can You Feel It”, stupendo momento cosmic-scientologico dei tardi fratellini Jackson. E in effetti qui, all’improvviso, “possiamo sentirlo” per davvero. Possiamo sentire la nostra natura di menomati emotivi, condannati per l’eternità a ripetere gli stessi errori e a ripeterci gli stessi riff discodance. Possiamo comprendere come sia stata l’ossessione per il passato ad averci impedito di avere un futuro: qualsiasi tipo di futuro.
Improvvisamente siamo tutti come George Clooney in quella scena di “Gravity”: soli, immersi in un’oscurità totale, assoluta, infinita, in un silenzio impossibile da scalfire, un silenzio antico, che nasce da dentro. Improvvisamente, per la prima volta, ci è chiaro il nostro destino: torneremo a casa, continueremo a vivere le nostre vite più o meno meravigliose, ma non saremo più gli stessi. Questo che si sta celebrando qui a Brescia è il funerale delle nostre anime, il pogrom dei nostri (pochi) sogni rimasti. Maiolini, che da dietro le quinte sorride – e che a questo punto, forse, è un rettiliano – ci ha convocato qui per dircelo, per farcelo capire. Per metterci di fronte al fatto che per noi non ci sarà mai più un domani, solo un eterno immobile ieri. Ma come a George Clooney, questo non ci fa più paura. Mentre Maya lascia il palco dopo aver cantato la sua hit di quasi 17 anni fa, sappiamo quello che ci aspetta. Siamo pronti. Galleggiamo come George Clooney, è bellissimo. Ma negli auricolari, anziché il country che lo cullava dolcemente verso il sonno della morte, noi avremo quel canto con il quale da sempre i membri della nostra tribù si riconoscono tra loro: “BONGHE-DEGHEDEGHE-BONGHEDEGHEBO”. 

Commenti (4)

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  • Daniele Gabrieli 05/12/2014 ore 16:45 @dgabrieli

    Bellissimo.

  • elly 06/12/2014 ore 10:29 @elly

    veramente un articolone,bellissimo,complimenti!

  • Tito Pinton 07/12/2014 ore 21:17 @titopinton

    Grazie per il "leggendario"!!!!

  • Lorenzo Tiezzi 08/12/2014 ore 23:19 @lt

    un commento garbato, ironico e scritto da dio - grazie Fabio / associare il Dj Time alla democrazia è una cosa intelligente, parecchio

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