Meg - Delizia della psiche

11/04/2008

(Meg e Mario Conte - Umberto Nicoletti)

La prossima settimana uscirà il suo nuovo disco. Si è affidata all'ormai noto Stefano Fontana - assiduo collaboratore di Jovanotti e produttore dell'ultimo "Contatti" di Bugo - che ha fatto emergere un'anima elettronica molto più aggressiva rispetto al precedente album omonimo. 10 brani che ci presentano l'ex 99 posse in una veste del tutto diversa. Meg ci racconta "Psychodelice".



Una mattina mi sveglio, apro gli occhi e, ancora nel letto, come prima cosa affiora nella mia testa una parola nuova: "Psychodelice". Delizia della psiche! Finalmente l'avevo trovata. Emersa dalla notte, dal sonno, dall'inconscio, dal calore del corpo sotto le coperte, finalmente eccola. Cercavo da un po' di tempo una parola che potesse dare il titolo al mio nuovo disco, descrivendone contemporaneamente l'umore con cui era stato scritto ed il sound con cui era stato concepito.

Ogni disco rispecchia secondo me il relativo periodo della vita di chi lo ha scritto. Così, per esempio, il mio lavoro precedente parlava in buona parte della necessità psichica - dopo circa dieci anni di sovraesposizione e tinte forti - di avere un momento tutto per sè, raccolto ed intimo. Durante tutta la scrittura di "Psychodelice", invece, ho sentito forte l'esigenza di far convivere, armonizzandole, due parti emozionali di me, in apparenza agli antipodi, ma che invece finiscono per essere essenziali l'una all'altra, completandosi. Quella più delicata e femminile, che era venuta fuori in maniera così evidente nel disco scorso, e quella più sfrontata, danzereccia, estroversa, insomma, quella più da maschiaccio, della quale non potevo proprio più fare a meno. Volevo che gli arrangiamenti rispecchiassero a pieno questo bisogno, e che di questo "insight" parlassero in maniera chiara. Nella mia testa quindi, è nata l'idea di andare a realizzare un sound compatto fatto di ironia e gioia, di ritmiche muscolose e bpm dalle velocità sostenute, di raffinatezza solare, e allo stesso tempo, che, audace, andasse alla ricerca di sonorità cazzute. E Stefano Fontana, conosciuto dai più assidui frequentatori di dancefloor come Stylophonic, mi è sembrata la persona perfetta per la realizzazione del progetto.

Molto prima di questa fase in cui tutto era chiaro e molto ben definito dentro di me, però, sono passata attraverso una bella crisi. Avevo cominciato a scrivere i pezzi di questo disco in inglese, senza riuscire a tirar fuori una solo parola in italiano. Ancora non saprei spiegare bene il perchè, so solo che succedeva e basta. Ad un certo punto qualcuno mi ha fatto notare che forse ero completamente impazzita: "il pubblico a cui ti rivolgi è italiano e si aspetta che tu scriva in italiano!" mi è stato detto. Da questa osservazione sono piombata in una crisi profonda, che mi ha provocato un blocco nella scrittura totale: non riuscivo a scrivere neanche più in inglese! Bene. Mi sono detta. Siamo a cavallo. A ciò sono seguite tutta una serie di riflessioni cupe che mi facevano sentire in gabbia, come dire, con le spalle al muro. L'idea che io dovessi fare qualcosa solo perchè era ciò che qualcuno si aspettava io facessi, mi immobilizzava completamente.

Fortunatamente tutto si è risolto quando mi sono resa conto che non c'era proprio niente di male se in un disco vi era la presenza di pezzi scritti sia in italiano che in inglese. Anzi, la convivenza delle due lingue poteva diventare una ricchezza espressiva, se supportata da un sound compatto che "uniformasse i sapori"! Tanto più che a scrivere era la stessa mano. Arrivare a questa conclusione è stato un po' come aprire il balcone in una stanza dall'aria viziata: una ventata d'aria fresca ha portato l'ossigeno che avevo bisogno di respirare. Ho, in maniera naturale, ricominciato a scrivere in italiano. Anzi, a dirla tutta, i pezzi in italiano sono diventati talmente tanti, che, alla fine, ho lasciato fuori dalla tracklist tutta una serie di pezzi in inglese che mi aspettano al prossimo giro di boa.

Una delle prime canzoni, scritta ormai due anni fa, a rappresentare il mio recupero dell' idioma italico, e una delle quali a cui sono più legata forse proprio per questo, e' "Napoli città aperta". Un pezzo che, come suggerisce il titolo preso in prestito dal famoso film di Rossellini, parla della mia città, perennemente sotto assedio. Ed e' emblematico che proprio il pezzo che mi ha fatto riappacificare con la mia lingua madre, parli della mia terra madre costantemente in guerra. La psiche umana segue sempre sentieri misteriosi, complessi, capricciosi. E spesso va ad attorcigliarsi su se stessa, entrando in labirinti di cui e' difficile vedere la via d'uscita. Sicuramente non e' casuale che ad ispirarmi questa canzone sia stato il titolo in latino di un libro di Guy Debord letto da ragazzina: "IN GIRUM IMUS NOCTE ET CONSUMIMUR IGNI" ("Giriamo in tondo nella notte consumati dal fuoco"). Titolo palindromo che sia nella forma che nel contenuto parla, appunto, di labirinti da cui e' difficile uscire…Ma questa e' un'altra storia, di cui parleremo un'altra volta. Per ora, mi premeva parlare di quanto per me sia stato importante prestare orecchio a cio' che si muoveva sotto la superficie, ascoltare con piu' attenzione possibile la lava che scorreva sottopelle. E chissa', se proprio questo aguzzare l'udito, non abbia smosso le acque, facendo riaffiorare, insieme alla parola che dà il titolo al disco, quel verso di John Keats che da ragazzina scrivevo, riempiendolo di ghirigori, sul diario: "Ognuno di noi e' un universo di delizie". // Meg

Guarda la gallery fotografica



Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    Com'è Brunori Sa, il nuovo programma di Dario Brunori su Rai 3