Sul fronte in alto, al centro della pagina, un titolo: "Nel mio cuore (c’è una casetta). Ritmo lento". Sul retro del fascicolo, in basso, in un carattere al limite della leggibilità: Tip. Lit. “LA MUSICA MODERNA” S.p.A. - Milano - 1963. Siamo a Cornuda, in provincia di Treviso, all’interno della fondazione Tipoteca Italiana: il museo, archivio e stamperia fondato da Grafiche Antiga, dedicato alla conservazione, valorizzazione e studio della storia della stampa e del design tipografico italiano.
È qui che, accanto a macchinari, polizze di caratteri in piombo e legno e strumenti di stampa, sono conservati gli oltre 40.000 spartiti del fondo La Musica Moderna: la più grande raccolta italiana di stampati musicali nell’ambito della musica leggera, frutto di una donazione che include anche strumenti come punzoni, rigatori e due torchi calcografici, oltre a una trentina di lastre incise.

Un archivio di testimonianze che uniscono musica, tipografia, illustrazione. Ma anche uno spaccato della cultura popolare italiana, della società, dei suoi consumi: “Tipoteca Italiana nasce dalla volontà di Silvio Antiga, Presidente della fondazione e fondatore di Grafiche Antiga, di preservare e custodire la storia della tipografia italiana e delle sue figure professionali” racconta Leonardo Facchin, responsabile dell'archivio.
“Nel 1992, abbiamo iniziato a recuperare i materiali dismessi dalle vecchie tipografie. Silvio Antiga inviò una lettera prima a tutti i tipografi veneti, poi a una lista di aziende fornita dai produttori di carta Fedrigoni. Chiese loro di non buttare via gli strumenti di lavoro, da macchinari a caratteri mobili e strumentazioni. Quando La Musica Moderna chiuse, scelse di donarceli, insieme all'archivio di spartiti”.

(Photo Credits: Federico Marin)
La maggior parte degli stampati appartiene alle tipologie del canto-piano, destinato soprattutto ad accompagnamenti con pianoforte, e del mandolino, rivolto a chitarristi, fisarmonicisti e tastieristi e che include accordi, melodia della voce e testo: due formati che si diffondono a partire dagli anni ’30, quando la crescente popolarità e circolazione dei 78 giri apre alla fruizione della musica non più solo attraverso esecuzioni dal vivo, ma anche tramite riproduzioni.
“A questo, dal ‘54 si aggiungono l’esplosione della televisione e dei rotocalchi, così come il successo del cinema sonoro e, già all’inizio degli anni ’20, l’inizio regolare delle trasmissioni radiofoniche” spiega Facchin, mentre estrae da alcune scatole lo spartito di “Io ci sto” di Rino Gaetano e “Eccola qui” di Ornella Vanoni, l’orchestrina di “Vecchio Frack”, ma anche un fascicolo del metodo didattico “L’ora di chitarra”.

“Con il boom della musica leggera, lo spartito passa da risorsa che riguarda le orchestre e la musica colta a veicolo principale per la promozione delle canzoni nelle sale da ballo, soprattutto con gli orchestrina, e diventa uno strumento che le famiglie possono avere in casa”. Sfogliarli oggi significa così toccare con mano un mezzo che ha contribuito direttamente alla diffusione del repertorio leggero e alla sua entrata nell’immaginario popolare: “Questi materiali sono un esempio concreto dell’impatto che l’evoluzione della stampa ha avuto nella cultura contemporanea, ma anche di come le tecnologie si siano adattate all’evoluzione della musica” prosegue Facchin.
“Dalla stampa calcografica a quella litografica, fino alla offset, lo sviluppo tecnologico ha permesso di arrivare a restituirla al meglio dal punto di vista grafico, rendendo via via gli stampati musicali economicamente più accessibili”.

Alla storia di un paese la cui quotidianità inizia ad essere sempre più scandita e accompagnata dalla musica, si intreccia quella della famiglia che, con il proprio lavoro, contribuì per decenni a questa trasformazione e alla circolazione della musica popolare. Un nome che si legò profondamente all’editoria musicale italiana, arrivando a detenere quote di mercato quasi monopolistiche: “Quasi tutte le case editrici principali stampavano con La Musica Moderna, dagli editori di libri per solfeggio Berben o Curci, fino talvolta alla stessa Ricordi”.

(Photo Credits: Federico Marin)
Stamperia specializzata nell’incisione e produzione di spartiti musicali, fondata a Milano da Salvatore Siragusa nel 1930, La Musica Moderna rimase attiva fino al 2007, arrivando a 60 dipendenti nel momento di massima espansione, guidato da Enzo Siragusa. Oggi, oltre che nelle migliaia di stampe che ha prodotto in più di settant’anni di attività, il suo percorso è racchiuso in La fabbrica delle note di carta. La Musica Moderna (1930-2007) e i protagonisti della canzone italiana di Salvatore Siragusa, ultimo titolare dell’azienda fondata dal nonno omonimo: un volume in cui le cronache aziendali si uniscono alle storie dei protagonisti della canzone italiana, ricostruendo il ruolo da artefici e divulgatori di editori, autori e musicisti, ma anche delle maestranze che, attraverso un mestiere oggi scomparso, diedero forma su carta alle loro note e resero le loro musichefruibili a tutti e facili da suonare.
È così che, accanto ai nomi di editori come Ladislao Sugar, Alfredo Curci e Giovanni Ricordi, di autori quali Carlo Donida e Giovanni D’Anzi e di illustratori tra cui Guido Crepax e Bruno Bozzetto, il libro ricorda anche quelli di tipografi, trasportatori, macchinisti stampatori, legatori e impiegate.

“La prima volta che sono entrato alla Musica Moderna deve essere stato nei primi anni ’40, avrò avuto forse quattro o sei anni” ripercorre nel volume Siragusa “Deve essere stato di sera, perché ricordo un grande antro buio che sfociava in un locale con al centro tavoli e banconi illuminati da semplici lampadine, sormontate da un cerchio che ne concentrava la luce. A me sembrava un posto magico, ma era solo la tipografia dove due o tre operai pescavano pezzetti di metallo da strane cassette, assemblandoli in un compositoio o stampavano foglietti di carta su piccole meccaniche, simili a quelle che poco più tardi avrei visto nelle tipografie delle cittadine dei primi film western”.

(Photo Credits: Federico Marin)
Tra i materiali conservati nell’archivio, anche alcune lastre in una lega di piombo, antimonio e stagno, lavorate da operai incisori altamente qualificati, che svolgevano un lungo apprendistato: “A inciderle erano tre o quattro figure diverse, ognuna con una propria specializzazione: dalla scompartizione della pagina alla rigatura del pentagramma, fino alla punzonatura, per trasferire sulla lastra sia le note che i vari segni, dalle chiavi musicali alle alterazioni. Seguiva la bulinatura, necessaria per aggiungere gambe delle note, tagli di valore e legature di particolare lunghezza” spiega Facchin, mentre sfoglia la partitura di A Carlo Scarpa, architetto, ai suoi infiniti possibili di Luigi Nono.
“Era un’attività che richiedeva grande abilità tecnica, ma anche profonde conoscenze musicali, tanto più che la lastra veniva incisa a rovescio. Il risultato era una velina di carta sottile, applicata poi su lastra offset o pietra litografica per creare la bozza di stampa, correggerla se necessario e avviare le grandi tirature”.

Tra queste, quelle realizzate in occasione di Sanremo, nelle parole di Salvatore Siragusa, a lungo il momento più importante dell’anno per La Musica Moderna, con “decine di migliaia di copie e ristampe in continuazione per “Papaveri e papere” e altre canzoni di quei festival sino a “Nel blu, dipinto di blu” e oltre”.
Ma lo furono anche il Festival di Napoli, il Cantagiro, Un disco per l’estate, il Festivalbar e Canzonissima, che contribuirono al successo delle raccolte di più canzoni dedicate a un singolo compositore, cantautore o evento musicale. E poi, negli anni ’70, gli spartiti legati al liscio per “centinaia di orchestre, scuole di danza, appassionati ballerini che ogni sera riempiono le balere”, soprattutto in Emilia Romagna.

Quella deLa Musica Moderna è una storia che entra in crisi all’inizio degli anni ’90, quando, nel quadro di una più ampia rivoluzione tecnologica, la comparsa di programmi di informatica musicale rende non più conveniente il lavoro di incisione su lastra per via dell’enorme disparità dei costi. È, ricorda Siragusa, “la fine di un sistema più che secolare che aveva resistito nel tempo a tutti i tentativi di soppiantarlo, prima con complicate macchine meccaniche o elettrochimiche ottocentesche, poi, nella seconda metà del secolo scorso, con sistemi anche da noi conosciuti, ma insoddisfacenti, come le macchine da scrivere musicali (Remington-Dal Molin) e le fotocompositrici musicali Berthold e Simoncini”.

“La bellezza di queste stampe sarebbe già un motivo sufficiente per riscoprirle” conclude Facchin “ma il loro valore più profondo è che esse costituiscono un collegamento con come le canzoni venivano scritte e circolavano fino a non molti decenni fa. Approfondire il lavoro e le professionalità che convogliavano nella produzione di questi stampati, estremamente diffusi soprattutto tra ’50 e ‘70, ci permette di comprendere meglio le ragioni del rapporto anche fisico che abbiamo con la musica”.
“Lo spartito cartaceo, come l’abbiamo conosciuto noi, non esiste più” osserva sempre Siragusa “Un modesto computer riesce a contenere decine di migliaia di spartiti che peserebbero tonnellate. Ma i vecchi spartiti, con quelle copertine dalla grafica geniale, restano testimoni discreti di una organizzazione del pensiero umano, con quei magici pallini bianchi e neri in mezzo a cinque righe orizzontali”.
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L'articolo Dentro al più grande caveau di spartiti della musica leggera italiana di Giulia Callino è apparso su Rockit.it il 2026-03-25 23:38:00

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