Gioie e dolori di un tifoso: l’intervista doppia Thegiornalisti vs. Ardecore

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01/04/2016 di

Questa domenica c’è il derby, come al solito Roma diventerà tutta silenziosa per poi esplodere a ridosso delle azioni più pericolose o per i goal. Dopo c’è chi festeggerà e chi rimarrà depresso per giorni. Per entrambe le tifoserie è una partita che andrebbe abolita: stai troppo male se perdi e se vinci, alla fine, non sei nemmeno così contento. A dirlo sono due tifosi che vanno allo stadio da quando erano piccoli: Giampaolo Felici degli Ardecore e Tommaso Paradiso dei Thegiornalisti. Ci raccontano cosa significa amare la propria squadra di calcio, quali giocatori hanno segnato la storia delle due società e cosa vuol dire crescere con un pallone attaccato ai piedi. E poi, ovviamente, i cori, gli striscioni e gli inni più belli. La nostra intervista.

 

 

Giampaolo Felici (Ardecore)

Cosa vuol dire per te essere tifoso?
Ci sono diverse tipologie di tifosi, non è un concetto così facile da spiegare. Un po’ lo capisci da solo: siamo qui a parlare e c’è Roma Tv che trasmette la conferenza stampa di Spalletti; essere tifoso vuol dire conoscere a memoria tutte le volte che l’allenatore va in televisione - repliche comprese - conoscere i problemi che potranno esserci in ogni partita e che, se superati, ti faranno arrivare bene a fine campionato. Non c’entra nemmeno il lato prettamente sportivo - che è quello per cui, quando ci sono i mondiali, tutti gli italiani diventano tifosi - è più un qualcosa che ti rappresenta intimamente. Il tifoso vero soffre durante i mondiali, è come se percepisse un’ipocrisia di fondo.

È come quando un gruppo sconosciuto diventa di colpo famoso e lo ascoltano tutti?
Bravo, può essere un buon modo per spiegare cosa intendo. Poi, è chiaro, nella tifoseria c’è qualcosa di ancora più radicale rispetto alla passione per la musica. Perché la tua squadra - e già è riduttivo chiamarla squadra - rappresenta il tuo bagaglio culturale, i tuoi ricordi, tuo padre, tuo nonno, è una cosa che, a quel punto, prescinde da una palla che rotola. Il calcio è molto popolare perché rappresenta un imprinting unico, è un sistema semplice: ci sono i bambini, uno ha il pallone, ci si vede al prato, fai i pali con due sassi e via. È una prima forma di incontro/scontro sociale.

La tua prima volta allo stadio qual è stata?
Mi hanno portato allo stadio che non avevo neanche un anno: era un derby, presumo fosse il ’68 o il ’69. La prima partita che ricordo davvero, invece, è stata un Roma Napoli, avrò avuto 4 o 5 anni. La cosa strana è che per anni ho creduto che fosse finita 1 a 1, in realtà ho poi capito che avevamo perso ma che miei genitori mi avevano mentito per non farmi star male. Quando l’ho scoperto sono rimasto un po’ traumatizzato. (ride)

Come segui la squadra oggi?
Sono stato abbonato per 10 anni di fila ma non vado più allo stadio da circa 3-4 anni, da quando ho iniziato a fare tour con una certa regolarità. Dentro la tifoseria si vivono delle passioni a limite del dramma, c’è tutta una serie di dinamiche molto complesse e difficili da spiegare. Ho vissuto i vari momenti degli ultras romani, da quando erano più tranquilli fino quando sono subentrate delle fazioni decisamente più politicizzate e di destra. 

Tu come vivi questa forte presenza di ultras di estrema destra nella tua tifoseria?
Sono sempre stato abbastanza anarchico, non me ne è mai fregato nulla. Ma, da dentro, le dinamiche le vedi tutte: per i supporter la Roma è la vita loro, ci mettono dentro di tutto e spesso esagerano. Però non puoi togliere al tifoso lo sfogo, lo sfottò, anche le forme di razzismo secondo me vanno prese con le molle… È chiaro che ogni uscita razzista debba sempre essere stigmatizzata, non c’e bisogno che te lo dica, ma è anche vero non puoi pretendere che una persona che vive all’estremo della società capisca certi discorsi. Lo stadio rappresenta, in tutto e per tutto, la nostra società: non è il palazzetto dove vai a vedere la palla a volo, nello stadio c’è anche la teppa, il peggio del peggio. Se poi si vuole provare ad educarli, bene, ma se non ci si riesce non è colpa delle società di calcio, dei giornalisti o dello stadio in sé. È un fenomeno complesso ma voler togliere lo sfottò o quel contrasto sociale che si scatena nell’esser tifoso, vuol dire far diventare il calcio un fenomeno televisivo e basta.

(Tancredi, Superchi e Falcao, 1983)


Mi dici i tre giocatori più importanti di sempre?
Ovviamente Falcao: a Roma si diceva sempre che qualsiasi cosa tu faccia, per quanto tu sia bravo, prendi 9 perché il 10 lo si dà solo a Falcao. Di altri importanti ce ne possono essere tanti - Di Bartolomei, Francesco Rocca, ecc - ma se te ne devo dire solo tre ti dico Falcao, Totti e Conti.

Se fossero tre musicisti chi sarebbero?
Falcao è Nick Cave: è la consapevolezza che puoi uscire dal noise, dalla wave deteriorata e inventarti un futuro che, poi, tutti imiteranno. Ha inventato un modo di vestire e un modo di essere rocker dopo il punk, e così è diventato un modello per tutti. Per Bruno Conti ti direi qualcosa di italiano di quel momento, ma grezzo: diciamo i CCCP degli anni '80. Totti non so, a Totti piace Ligabue. Una volta in un’intervista gli hanno chiesto “che te piace? lui: “Ligabue”. “Quali canzoni? lui: “Tutte” (ride).

Il momento più sofferto nella tua vita da tifoso?

Eh capirai, tanti. Chiaramente aver perso la finale della Coppa Campioni: quella non torna più, quella finale non tornerà mai più.1984, rigori, il primo lo fa Di Bartolomei, poi sbagliano Conti e Graziani. Perdere la finale a rigori, in casa, rimane una freccia dentro al core di tutti i romanisti. 

Come reagisci quando perde?
Quando ero pischello stavo due o tre giorni di umore abbastanza negativo, adesso va un po’ meglio, se perde riesco a farmi anche due risate.

Mai andato nella curva avversaria?
Una volta da pischello ci sono andato, erano gli ultimi venti minuti di partita. Lo stadio quando sei piccolo te fa emozione, è chiaro. Siamo entrati nella curva nord c’era questa enorme distesa blu, erano tutti nemici, come il topo che entra in una stanza piena di gatti. Non so se ho mai provato un’altra sensazione simile. Che poi stiamo parlando di un periodo dove le tifoserie erano veramente violente... c’era Tzigano magico guerriero, gente che sparava come se niente fosse.

Vuoi dirmi che la tifoseria della Lazio da quel giorno ti ha sempre fatto paura?
Me fa ribrezzo, è diverso. Il fatto che la Lazio non sia degna di rispetto è radicato proprio all’interno della loro storia. Loro dicono di essere la prima squadra di Roma, in realtà non è andata così. Te la racconto: siamo nel 1927, a Roma c’erano 6-7 squadre piccole come la Fortitudo, l’Alba, la Roman, la Podistica Lazio e altre ancora. Per cercare di contrastare le squadre più forti che erano tutte al nord - il Genova, il pro-Vercelli, ecc - furono convocate una serie di riunioni per creare un’unica squadra con il nome Roma. La Lazio inviò un comunicato dove diceva che era più importante fare la Lazio, ovvero la squadra della regione. Io ovviamente non c’ero ma mi immagino che qualcuno gli abbia detto: “Ao' stai a toppà, guardate intorno, stamo a fa le squadre delle città, non della regione”. Per questo quando dico che “sei della Lazio” voglio dire che sei un personaggio squallido, che si è opposto ad una comunione di intenti e ad un senso di fratellanza sociale. Il laziale ha nel suo DNA questa schifezza. 

L’inno ce l’avete più bello voi.
Ce ne sono tanti, mentre venivo qui in macchina ascoltavo quello di Lando Fiorini, “Forza Roma, forza lupi”. Tutti conoscono quello di Venditti che, in realtà era stato scritto da Gepy & Gepy: Venditti lo cantava già nel nel ’73 ma non era ancora l’inno ufficiale, lo è diventato solo dopo lo scudetto della stagione '82-'83. È un momento a cui tutti siamo affezionati, non solo per lo scudetto ma perché rappresenta l’affermazione di Falcao nella squadra. La cosa particolare è che il testo di Gepy diceva “T’ha dipinta Dio, gialla come il sole, rossa come il core mio” mentre per il compagno Venditti era una frase troppo cattolica e l’ha cambiata in “T’ho dipinta io …”. Anche se, per me, la versione originale era più bella, quando la cantano e tutti si mettono a piangere - perché il romano se mette a piagne in questi casi - alla fine ti emozioni anche tu. A volte sono pure i lacrimogeni (ride).

Il coro più bello qual è?
Alcuni sono fantastici, tipo “Nel cervello solo Roma, il cuore batte per te, tutto il giorno pensando alla Roma, nessun mai ti amerà più di me” che ti fa capire il fatto che siamo consapevoli di essere malati.

Lo striscione più bello?
Quello che mi mi è piaciuto di più è quello che abbiamo tirato fuori quando la Lazio ci aveva sbattuto in faccia la Supercoppa. Noi avevamo risposto: “Nel mio nome, il simbolo della tua eterna sconfitta”.

Il derby ti preoccupa?
Non è la cosa più importante, non è certo fondamentale per la riuscita del campionato. È solo rischiosa: se perdi ti prendi un botta allucinante che, quasi, non viene ripagata dalla possibilità di vincere. Era bello quando, negli anni '80, la Lazio era in serie B. Era fantastico, crema. (ride)

La cosa più bella del calcio?
È che ti appassiona, anche nei momenti dove pensi di aver perso completamente il tuo animo da bambino e poi… guarda Florenzi (si alza in piedi davanti al televisore, NdA), guarda come ha messo giù la palla, ora fa la finta e poi, al secondo rimbalzo tira. In un secondo sei tornato pischello, questo vuol dire essere tifoso.

La più brutta?
Quando perde la Roma (ride)


Tommaso Paradiso (Thegiornalisti)

Cosa vuol dire per te essere tifoso?
Ognuno lo è a suo modo. Io sono come il protagonista di “Febbre a 90” di Nick Hornby, ovvero il ragazzino che si innamora perdutamente della sua squadra di calcio. Amo la Lazio, è una cosa che ti fa stare bene al solo pensiero che ogni domenica c’è la partita. Fin da piccolo ero abbonato, mi ricordo che la notte facevo l’incubo di arrivare tardi allo stadio e trovare il cancello chiuso. In realtà non sono mai stato legato alle tifoserie: non sono di quelli che va allo stadio per cantare e si fa anche un’intera partita con la schiena rivolta verso il campo, a me piace proprio il calcio, il pallone, il risultato. Ho collaborato anche con la radio La voce della Nord e scrivevo anche sulla loro fanzine.

Fino a quando sei stato abbonato allo stadio?
Fino all’inizio del tour del 2011, dopo non ce l’ho più fatta a seguire le partite con regolarità. Adesso mi piace vederla come l’americano che segue il baseball, con molto alcool in corpo (ride). Non si può fare altrimenti: l’era Lotito è periodo nero della nostra storia. Hai presente quei cartoni giapponesi dove c’è l’imperatore del male che costringe il mondo a vivere nelle tenebre? Quello è Lotito, in 15 anni è riuscito a distruggere la Lazio.

E come ci è riuscito?
Ha fatto errori su errori. Ha chiuso la comunicazione con il tifoso, i giocatori possono fare pochissime interviste e quando i giornalisti intervistavano lui facevamo delle figuracce perché provava a fare il colto con quei latinismi ridicoli. Ha cacciato via tutti gli uomini della Lazio, tra i dirigenti c’è rimasto solo più Manzini. Non fa una campagna acquisti seria da non so quanto tempo, compra solo ragazzi giovani sperando che facciano il botto ma il più delle volte sono bidoni. È uno che insegue solo il potere, che sta sempre dietro Tavecchio del Coni sperando di fare quel tipo di carriera. Pensa che ha una volta ha dichiarato che vincere lo scudetto può essere dannoso perché, da lì in poi, sei costretto a mantenere alte le aspettative. Hai capito chi abbiamo come presidente? Adesso ha pure comprato la Salernitana, e quindi può fare danni non solo ad una società ma a due.

Tu da piccolo giocavi?
Sì, nella USD Tor Di Quinto. Sono cresciuto con il pallone attaccato al piede. Con mio cugino giocavamo dappertutto: in strada, in mezzo alle macchine o, qualche volta, all’oratorio. Ci sceglievamo due squadre della serie A a caso e passavamo il pomeriggio a tirare i rigori.

Tuo padre era della Lazio?
Mio padre non l’ho mai conosciuto, se ne è andato di casa quando sono nato, penso sia della Roma però. La passione me l’hanno passata mio zio che ci portava in tribuna tutte le domeniche. Ma non potevo essere della Roma, proprio non c’ho la faccia da romanista.

Qual è la più grande differenza tra la vostra tifoseria e quella romanista?
Il tifoso laziale è molto malinconico e costantemente sfiduciato. Noi compriamo Verón, Vieri, Mendieta e non ci entusiasmiamo per niente, la Roma compra Bartelt, l'Angelo Biondo, l’Uragano Blu e sul Corriere dello Sport fanno il titolone “abbiamo comprato il più forte del mondo”. Il romanista è sborone, noi laziali siamo iper pessimisti.

La tua prima volta ce hai visto la Lazio allo stadio quando è stata?
Mi pare un Lazio Juve, perdemmo 3 a 0.

(Bokšić)

I tre giocatori più importanti in assoluto quali sono stati?
Bokšić perché fa una partita buona ogni dieci ma, quando la fa, è del tutto devastante. Mancini è forse il più talentuoso che abbiamo mai avuto: è proprio un genio del campo, certi derby li ha fatti impazzire, ha fatto dei goal incredibili. E poi Verón: in pratica disegnava il campo da fermo. La Lazio con Simeone, Nedvěd e Verón era la più forte del mondo: era una squadra incredibile, abbiamo vinto pure poco per le potenzialità che avevamo.

Se fossero musicisti?
Prendiamo la scena romana: Verón è Contessa de I Cani perché è molto geometrico, disegnava geometrie sul campo come Niccolò disegna la musica con i synth. Calcutta è Mancini, perché è sempre bello ed elegante.

Calcutta elegante forse è un po’ troppo, dai.
Dai, è elegante, sono tutte canzoni ben giocate. Tommaso Paradiso è Bokšić che, magari, una volta su dieci tira fuori la canzone della vita ma poi non riesce ad essere così continuativo. (ride)

Il momento più bello della Lazio qual è stato?
Me lo ricordo benissimo, un derby finito tre a uno per noi. Mi ricordo che al goal di Di Canio ho fatto crowd surfing sulla gente per non so quanto tempo. Era un anno intero che i romanisti lo prendevano per il culo dicendo che era un vecchio e lui fa un goal pazzesco, da fuori area su un passaggio lunghissimo di Liverani. Lì sono proprio impazzito, ho visto Dio.

Dal momento che parliamo di Di Canio, come ti poni nei confronti dei cori razzisti nelle tifoserie?
Ovviamente il saluto romano di Di Canio non lo condivido ma ormai tutte le tifoserie, a parte il Livorno, sono di estrema destra. Anche parlare di razzismo è complicato: io conosco moltissimi tifosi di colore che, ti giuro, fanno quei cori. C’è anche chi li fa per farsi squalificare e far pagare la multa a Lotito, te lo assicuro. Non voglio sminuire il problema, sia chiaro, ma il mondo dello stadio è un mondo complesso: hai che fare con diverse tipologie di mentalità che non puoi spiegare facilmente, è un sistema chiuso.

Come lo vivi il derby?
Malissimo, per tutti i tifosi della Lazio è così. È una partita che deve essere abolita, ci stai talmente male che, anche se vinci, non ne vale la pena. Vorrei quasi non vederlo il derby ma so già che lo vedrò.

Se fossi Pioli cosa faresti?

Giocherei senza punte: via Matri, Djordjevic e Klose, che messi insieme non hanno fatto tre goal in tutto l’anno. Giocherei con Keita, Anderson, Savić, Candreva, che sono tutti veloci mettono in difficoltà l’avversario nell’uno contro uno; al centrocampo Biglia e Parolo, o Biglia e Lulić e poi una difesa a quattro prendendo quelli che sono rimasti in piedi, ormai sono tutti rotti.

L’inno ce l’ha più bello la Roma, vero?
Te ne approfitti perché sai che sono un grandissimo fan di Venditti ma i nostri, quello scritto da Tony Malco o quello di Aldo Donati, sono grandiosi. “So già du ore” è un pezzone, Donati aveva una voce bellissima: “So gia' du ore, che stamo qui' aspetta’ me batte er core, cominceno a gioca’ mille bandiere, famo sventola’ entra la Lazio, lo stadio sta a scoppia’…” e poi “daje aquilotti, nun se po sbaja’, su c'e' er maestro, che ce sta' a guarda” . Anche i due della Roma sono potenti: quel “dimmi cos’è” è fortissimo, anche “Roma Roma Roma” (canta), ed io sono scemo che te li canto pure (ride).

Per te qual è la cosa più bella del calcio?
Per me è il dribbling, l’uno contro uno, il giocatore che salta il suo avversario. A me piace la classe, la bella giocata, il fenomeno, l’estetica pura.

Quella più brutta?
Quando i giocatori giocano sporco, ci sono dei difensori che sono estremamente violenti. Una carriera in media dura 10 anni, anche di più. Ora chi si allena bene può arrivare a giocare fino ai quarant’anni ma ci sono giocatori che ti entrano nelle gambe in maniera del tutto assassina e tu hai finito. Magari eri pure all’inizio, avevi ancora tanta strada da fare e, per colpa di un solo infortunio, ti devi cercare un altro lavoro. È violenza pura, è come se uno decidesse di pestare il primo che incontra per strada. Anzi, peggio, quelli sono atleti, sanno farti ancora più male.

Perché a Roma il calcio è così sentito anche se entrambe le squadre hanno vinto pochissimi scudetti?
Il calcio è molto sentito, è vero. Lo è perché avevamo i gladiatori al Colosseo, siamo sempre stati dei gran cazzonari. Il popolo romano vuole il ludos: le uniche cose che gli interessano sono stare bene, magiare e divertirsi. Abbiamo il mare, abbiamo i monumenti, abbiamo la bellezza di questa città che sarà pure morta ma, diciamolo, è morta bene, guardati intorno. Siamo dei giocherelloni, ci dai una palla e ci divertiamo come degli scemi.



Il coro più bello?
(ci pensa a lungo) Forse non è il più bello ma è il più divertente: “Tanto pe’ canta, perché Lotito se ne deve andare, te lo diciamo tutti quanti in coro, Lascia la Lazio e vattene a ‘fanculo“.

E lo striscione più bello di sempre qual è?
“Roma merda”, l’avevamo tirato fuori in un derby ma poi ci fecero subito quattro goal. Allora sparì la parola “Roma” e lasciammo solo “Merda” (ride).

Pagine: Ardecore Thegiornalisti

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