Tre Allegri Ragazzi Morti - Il diario di lavorazione de La Testa Indipendente

08/11/2011



9 aprile 2001

Come sempre succede sono i disegni a mostrarmi la direzione. Così è stato quando il gruppo è nato. Un disegno al tratto, fatto con un pennarello a punta quadrata che ritraeva me, Luca e Stefano (Enrico non c'era ancora). Un disegno primitivo, che stilizzava le nostre figure alle quali da quel momento avremmo rinunciato. Per liberarci dal narcisismo dei musicisti (tutti) o forse per trasformarci in vere icone. Chi lo sa? Ma anche per continuare a stare fra i "nostri simili" senza il peso di una faccia consumata nelle foto e nel tubo catodico.

Ho tenuto quel disegno per tantissimo tempo su un cavalletto nella mia casa-studio dove il posto del "mangiare" è lo stesso del "leggere" e del "disegnare", e lo fissavo per decifrare quello che aveva scritto dentro.

Quel disegno conteneva tutto quello che sarebbe stato: la musica, le parole, le sconsiderate scorribande in giro per la penisola, i concerti, i rapporti fra noi. La difficoltà di essere un "allegro ragazzo morto" che ha portato Stefano a regalare la propria visione ad Enrico. C'era dentro tutto quello che sarebbe stato ma che in quel momento non era che una visione. È il disegno della copertina delle prime duecento copie del demo Mondo Naïf. E oggi, che sono ad un passo dalla scrittura nuova, sono ancora i disegni a mostrarmi la strada.

I nuovi ragazzi morti sono stilizzatissimi, gigantesche icone imprigionate in un videogioco rudimentale. Congelate in iceberg staccati dal pack, galleggianti nell'oceano delle balene bianche e dei capodogli. Vampiri a spasso con la propria bara. Un sommergibile nero in viaggio nel mare della visione. E tutto succede ad un passo dalla veglia, ad un centimetro dal sonno. Lì, in quel luogo, la visione è precisissima e colorata. Riuscirò a prenderla?

Bacini e rock & roll,

Eltofo

15 aprile 2001

C'è chi mi ferma per strada e mi dice che un gruppo inglese fa quello che facciamo noi, che i disegni sembrano i miei. Lo scrivono anche nei giornali di musica. Altri gruppi alleggeriscono la loro presenza visiva, qualcuno parla di topi e gioca sull'ironia e il rock & roll. In questo dato di cronaca mi piace leggere invece una cosa che ho scoperto da poco. Insomma, riguarda i meccanismi della creazione e l'originalità.

Sono più di dieci anni che mi sveglio la mattina e invento qualcosina: un disegno, una storia o una canzoncina. Insomma, mi sembra anche normale che prima o poi una persona si chieda: "ma quando succede questo arcano?". C'è un momento individuabile nel quale "invento"? E pochi giorni fa ho capito che quello che mi ha aiutato a creare è stato il ricordo delle immagini ipnagogiche. Che cos'è un'immagine ipnagogica? C'è un periodo del sonno detto dormiveglia (poco prima di dormire, o poco prima di svegliarsi), dove si creano nella nostra mente immagini precise, visioni, immagini ipnagogiche appunto. Di queste immagini mi sono nutrito in questi anni.

Questo forse è il momento della creazione, per me. E poi ho ricordato qualcosa di più preciso. Il mio amico disegnatore di fumetti Alexandar Zograf mi aveva raccontato che esiste un momento nel quale, molti disegnatori di fumetti, vivono uno stesso "spazio". Questo spazio comune viene appunto condiviso nel periodo del dormiveglia, ed è il posto dove esistono le immagini ipnagogiche e per questo motivo, ogni tanto, le idee si assomigliano, proprio perché le visioni stanno in un medesimo luogo che frequentano anche persone fisicamente lontane. Mi hanno detto che anche i nativi americani pensano qualcosa di simile. Indagherò.

Sasa, nel suo ultimo viaggio italiano, mi aveva regalato un disegno dove era raffigurato lui che dormiva e sognava qualcosa che sembravano fumetti... miei. Solo qualche giorno fa ho scoperto che sarebbero potuti essere miei. Io questa notte vado a dormire e forse troverò cose che sono anche di qualcun altro. Anzi, spero proprio le mie visioni non siano soltanto mie.

Per quanto rigurda le canzoni nuove questa settimana ho trovato alcune parole chiave. Una è sicuramente "guerra" e l'altra potrebbe essere "psicadelia", o almeno questo è il significato. La parola "vera" magari la troverò presto nello spazio che esiste fra il sonno e la veglia.

Bacini e rock & roll,

Eltofo

22 aprile 2001

Ho trovato un libro nella discarica di carta stampata che è la mia casa. Anzi, lui mi ha trovato. Strati di libri e giornalini e riviste coprono le pareti dell'appartamento dove vivo. Quando devo cercare un libro va a finire che è lui a trovare me, altrimenti è una battaglia persa. Mi aiuta la memoria visiva, il più delle volte. Mi ricordo che la copertina faceva ciao fra un giacimento di riviste e buste risalente a quattro mesi fa. Vado sicuro e lo trovo. E quando non lo trovo? Ma sì, che presuntuoso, mi dico. Ora ricordo! Sotto la pila di libri sul tavolino ai piedi del letto. Neanche lì lo trovo. Al terzo tentativo mancato, la memoria accende ricordi sovrapposti. Mi ricordo di avere visto il ricercato fra i libri di fotografia... anzi sotto le lettere del commercialista sul tavolo della cucina... ma cosa dico, in camera di Zoe, sul lettino che lei non usa, e ancora, e ancora.

In questo caso il libro potrebbe anche non essere mai più ritrovato. Così è successo con la biografia di Ed Wood che mi aveva prestato Enrico Sist e con un prezioso libretto di narrativa sul calcio giovanile "Il pallone di stoffa" prestatomi invece da Stefano Basso. Loro lo sanno. Ma questa volta è il libro ad avermi trovato. Si intitola "Poema a fumetti" ed è di Dino Buzzati. È un libro anomalo. La parola giusta è, penso, unico. Assomiglia ad un fumetto perché il linguaggio è quello, è disegnato da un pittore che è anche un famoso scrittore di prosa, ma è un poema.

Insomma non c'è "genere" a sostenere questo libro, non un formato editoriale, non un precedente che lo giustifichi, che lo faccia sembrare meno solo fra le altre merci. È il libro ideale per la mia libreria che non rispetta nessuna classificazione. È una storia, guarda caso, che racconta di un cantante pop (si direbbe oggi), che cerca il suo amore che è morto e per trovarlo percorre un viaggio che parte da Milano e arriva dentro... il delirio. Una forma di psicadelia visiva tiene assieme le immagini e alcune visioni sono simili a quelle che mi regala il mio personale "piccolo teatro onirico" (quello delle visioni ipnagogiche, per capirci) e che mi serve come materiale di costruzione per il nuovo disco.

(A proposito, settimana buona. Io e Luca abbiamo scavato molto, riso molto. Le nuove canzoni ridono e le mie ginocchia tremano.)

Insomma, il libro mi ha trovato per raccontarmi una cosa del mio gruppo. Penso. Dei Tre allegri ragazzi morti, intendo. Sembra difficile da definire ciò che facciamo. Sembra difficile definire il nostro atteggiamento rispetto al mercato. È difficile da definire la musica. Ci hanno provato vari tipi di discografico, in questi anni. Ci hanno provato i giornalisti. Ma noi siamo un po' come quel libro.

Ascolti della settimana: Devo, Suicide, Melt, Trashman, Boris Vian, Arbe Garbe, Ramones.

(Se volete spedire la descrizione delle vostre immagini ipnagogiche fatelo qui sotto con titolo Piccolo teatro onirico)

Bacini e rock & roll,

Eltofo

3 maggio 2001

La strada per il nuovo disco mi ha portato a stare 15 ore in macchina con Luca per un viaggio Pordenone - Ferrara - Milano - Rubiera - Pordenone, da fare nelle suddete ore per mettere assieme il gruppo di lavoro per fare questo nuovo disco.

Mi ha parlato del libricino che ho lasciato a casa sua, in montagna, dove proviamo. Questo libricino è Scrivere Bop di Jack Kerouac. Il mio piano è riuscito. Il libro l'avevo comperato qualche anno fa su suggerimento di Igort per capire qualcosa sulla scrittura. In verità io non l'ho mai letto. Ho problemi con le parole scritte. Ho elaborato negli anni delle elementari una discreta difficoltà a leggere. Preferisco leggere le forme disegnate. Dei segni capisco moltissimo. Posso riconoscere moltissimi disegnatori se vedo anche un loro piccolo schizzo. Capisco completamente le loro intenzioni, quello che vogliono dire e quello che non sono riusciti a dire.

La parola scritta ogni tanto mi spaventa. Quel piccolo libro con la copertina blu mi spaventa. Kerouac mi spaventa. Ora capite perche' l'ho premeditatamente lasciato da Luca. Sapevo che quel coso mi "chiamava", ma non potevo affrontarlo direttamente. L'ho lasciato da Luca sperando l'avrebbe letto e speravo soprattutto mi avrebbe raccontato il contenuto perché questa è la forma che io da sempre prediligo per imparare. Quasta forma è il racconto diretto. Ci sono riuscito.

Luca è stato rapito dal libricino. Ha sentito le parole dell'americano vicinissime. Ha capito subito la sua componente mistica. Ce l'ho fatta. Mi è arrivato il contenuto del libro filtrato da un lettore privilegiato, raccontato come Luca sa fare e mi ha trasformato nella persona più fortunata del globo. Dentro quel libro Luca mi ha mostrato una parola chiave. Beat. O meglio beat(i), o meglio beati.

Non solo un gioco di parole, anzi, un gioco anche facile di traduzione. Le parole hanno dentro l'essenza delle cose.

BEATI. Dentro quel libro c'è la traduzione "reale" di quella parola americana che tanto ha rapito la nostra fantasia di eterni adolescenti occidentali. Ora so con precisione a cosa tendiamo noi allegri ragazzi morti. Tendiamo a diventare beat(i).

28 luglio 2001

Beat(o)

Quante cose posso fare in un giorno solo
forzare la mia ispirazione in cambio di denaro
andare a centottanta all'ora cavalcare il mio futuro
lavorare pedalare camminare

Ma quello che mi piace è star disteso sulla terra
e sincronizzare il fiato con il battito che ha
esplorare senza luce le stanze del cervello
e annusare l'aria per capire se domani pioverà

Sarò aperto e disponibile
sottomesso ad ogni cosa
come un santo del passato
per un futuro beat

Quanti sbagli posso fare in un giorno solo
allontanare il freddo stringendoti di più
stare in orbita costante sopra quello che vorrei
lavorare pedalare camminare

Ma quello che mi piace è starmene da solo
non per questo non mi piaci
ma a me piace così
e qualche volta scrivere per far capire al mondo la visione che ne ho

Sarò aperto e disponibile
sottomesso ad ogni cosa
come un santo del passato
per un futuro beat

Questo è il brano che chiude il disco. L'ho scritto quando ero a Miami ma in realtà racconta di Luca. Poche parole oltre a quelle già scritte. Un'indicazione: c'entra con "Scrivere Bop" del sommo beat, come già ho scritto, ma anche molto con noi, Tre allegri ragazzi morti. È colpa nostra se abbiamo immaginato il gruppo come un viaggio esistenziale e non come un prodotto? E poi dentro c'è anche un certo Piero Ciampi che era uno che scriveva cose bellissime e pochissimi se ne sono accorti prima che fosse realmente morto. Un allegro ragazzo morto praticamente.

Bacini e rock & roll,

Eltofo

15 maggio 2001

Sul Tri-Rail per Fort Lauderdale. Una famiglia composta da un padre e un bambino. Il padre ha circa 45 anni, bianco, non ispanico. Il bambino fra i quattro e i cinque, mulatto. Sembrano in vacanza ma le unghie del padre sono nere. Il bambino è contento. Un'esclamazione di stupore ad alta voce: "Dad!". Il padre non risponde. Un'altra esclamazione di sorpresa, più forte. Il padre parla ma la sua gola emette come... un rutto. Un rutto prolungato. Penso gli abbiano operato le corde vocali, una di quelle operazioni demolitive. Guardo ancora e vedo che il padre ha con se molte buste di plastica di quelle che si usano per la spesa al supermercato, ma vuote o semivuote. "Dad!" urla il bambino, "fame". E il padre da una busta di plastica fa uscire una busta più piccola con dentro... sembra prosciutto, e come la madre del merlo sfama l'uccellino da nido, così la mano e la testa grossa del bambino mi richiamano la figura. Sembra proprio un pulcino imboccato da una madre. E poi si attaca a un biberon e guarda fuori e ha gli occhi felici.

Corre sul corridoio una ragazza bionda, non più giovane, la faccia rossa e chiede a tutti con grande apprensione se nel treno c'è un bagno (restoroom). Una tossica, pazza... anche lei con le sportine della spesa. Trova il restoroom.

C'è una tipologia ricorrente di umano in questa vastità che è Miami-Dade: maschio, bianco, anche ispanico, circa 40 anni, pantaloni corti, camicia o maglietta colorata, scarpe ginniche e walkman con cuffie MEGA. Potrebbe sembrare da ridere. Io ancora non so se ridere.

Ho una grande difficoltà a pensarmi pittore. Io disegno fumetti ma la pittura è un'altra cosa. Forse potrei fare ritratti. In America avrebbe un senso. Se facessi il pittore farei il ritrattista.

Sono partito dall'Italia con un frammento di frase e tre accordi, per il disco nuovo che quando torno andiamo a registrare. "La tua faccia da terrone, non la vedo ad MTV... ".

Forse questo è il posto giusto per finire il testo.

Bacini e rock & roll,

Eltofo

5 giugno 2001

Sono di nuovo in postazione. Sulla mia sedia, davanti al computer, l'ammiraglio Eltofo riprende il comando del sottomarino Tre allegri ragazzi morti per la battaglia che verrà. Sono tornato dall'America con buone vibrazioni, o meglio, laggiù mi è sembrata talemente dura che mi sento come Hulk, più forte di prima. Sono stato in America senza aspettative, a camminare per la megalopoli, cosa che non fa nessuno, a prendere autobus e treni in un paese progettato per le automobili. E per la strada la mia testa era piena di una canzone che riprende un po' quello che vi avevo raccontato qualche settimana prima. Quel libricino di Kerouac (Scrivere Bop, tradotto da Silvia Ballestra e pubblicato da Mondadori) che racconta del concetto di beat(o).

E intanto fuori dalla mia testa, hip-hop rilassato, grasso di bassi esce da automobili in parata ripiene di ragazze tuttecurve. Ma nella mia testa suonano in loop le parole chiave: "Sarò aperto e disponibile, sottomesso ad ogni cosa, come un santo del passato, per un futuro beat!".

Non ho mai sentito niente di più anacronistico. E mi piace. Sono tornato con un bel po' di sensazioni e mi ci vorranno mesi per digerirle e metabolizzarle, ma le cose che volevo dire nel disco nuovo ora sono più chiare. Michele Bernardi intanto ha continuato a rendere animate le immagini ipnagogiche che sono lo scheletro delle nuove canzoni dei ragazzi morti.

Un iceberg sul quale viaggiano i Tre allegri, sospeso su un mare bianco. Il nuovo disco sarà bianco. Questo è sicuro. Ma c'è una novità. Avremo un altro passeggero nel sottomarino nero che ci ospiterà per il viaggio del disco. Un quarto allegro ragazzo morto che avrà il compito di tenere sotto controllo il sonar della navigazione. Giorgio Canali, così si chiama, è il chitarrista dei CSI. Uno esperto. Ha navigato tanto e in viaggi tutti bellissimi.

Sarà un viaggio più sicuro? Salpiamo lunedì 11 giugno dal porto di Ferrara.

La prossima comunicazione la farò direttamente da dentro il sottomarino nero.

Bacini e rock & roll,

Eltofo

22 giugno 2001

Come promesso la prossima sarebbe arrivata direttamente dalla pancia del sottomarino e così è. Dieci giorni senza vedere terra, solo l'acqua a volte limpida a volte sabbiosa del suono. Il comandante Canali ha deciso la rotta. Non useremo il satellite per questa attraversata. Solo attrezzi tradizionali, bussola, sonar e carte per leggere il cielo. Perciò non resta che suonare al meglio delle nostre capacità, di fronte a microfoni che sembrano pistole, in una stanza calda come le sale macchina di un tempo, dove era il carbone a muovere i motori. C'è anche un computer e due tenenti giovani, Manu e Gigi.

Siamo arrivati all'avventura senza aver programmato tutto, come eravamo soliti fare per gli altri viaggi. Volevamo un'avventura vera e l'abbiamo avuta. I primi giorni sono serviti per assestare le tonalità, trovare le strutture, forzare le accordature per capire che cosa potevano essere le nuove canzoni. E ancora provare le chitarre, ognuna con la propria voce, le pelli della batteria e le risposte delle bacchette, ancora il basso... e basta per ora. Trio, tre allegri ragazzi morti, ma prima della fine delle registrazioni qualche altro strumento entrerà nel trio. Nelle notti dei sogni, dove sono apparsi il sottomarino nero e le altre immagini ipnagogiche, suonava, stonato, un trobone... presto arriverà anche il trombone.

Che cosa sono queste canzoni storte che il sonno ha regalato? Le evocazioni sono quasi una ventina. Dopo un po' ne rimangono undici. Saranno undici le canzoni del nuovo cd, come erano undici quelle di Mostri e normali. Tutte nuove intanto, tranne una... era il nucleo armonico sulla quale è nata Occhi bassi. Si chiama Il terzo millennio ed è una filastrocca scritta da una ragazzina ad un mio amico, sempre lui, Fortunello. Come spesso succede sono i testi che indicano la strada, per poi lasciare il passo alla musica. Quando la lessi, ormai tanti anni fa (il testo appare anche nel libro Piera degli Spiriti, Kappa Edizioni). Lo trovai geniale nella sua semplicità e poesia.

Il testo dice così:

Nel terzo millennio
il bello sarà brutto
il bianco sarà nero
sarà obbligatorio il sombrero
e il pollo sarà un frutto

Nel terzo millennio
avremo cinquantatre gradi
la sera, di giorno, di notte
le case sarannno gli armadi
e le scuole saranno le grotte

Nel terzo millennio
le donne chiameremo uomini
e gli uomini bistecca o prosciutto
ma un bacio resta sempre un bacio
e un rutto resta sempre un rutto

Un genio questa ormai ex bambina. Ma allora di cosa racconta questo disco nuovo, e come si intitolerà? L'avventura è appena cominciata, e da oggi il segnale del sottomarino nero si farà più frequente.

A domani,

Eltofo

24 giugno 2001

Ogni adolescenza coincide con la guerra
che sia falsa che sia vera,
ogni a dolescenza coincide con la guerra
che sia vinta, che sia persa.

Oggi canto del mio braccio che mi ha tradito
oggi del sorriso che non trovo più
oggi canto del mio amico che mi è morto accanto
e della sua morosa che non crescerà.

Ogni adolescenza coincide con la guerra
che sia falsa che sia vera,
ogni a dolescenza coincide con la guerra
che sia vinta, che sia persa.

E non ti vantare se la tua è stata mondiale
la mia sembra solo un fatto personale
e non ti vantare se ci hai perso un fratello
la guerra è guerra e succederà anche a me.

E non ti vantare se la tua si chiama vietnam
la mia è poco più di un argomento da giornale
e non ti vantare se ci hai perso un fratello
un amico mio ci ha perso il cervello.

Ogni adolescenza coincide con la guerra
che sia falsa che sia vera,
ogni a dolescenza coincide con la guerra
che sia vinta, che sia persa.

Questa canzone è venuta fuori da alcune cose che avevo letto, in particolare un'intervista del disegnatore americano Robert Crumb, che con il suo cinismo aveva esplicitamente detto che se la generazione dei sui genitori aveva come immaginario comune la Seconda Guerra Mondiale, lui e i suoi amici avevano come sfondo comune la guerra dell'LSD...

Io ho immaginato qualcosa di più universale, con una filastrocca che resta cinica, ma è anche un po' di più. È un ritratto, e come tale non parla di me direttamente, ma di quello che ho visto intorno.

Il sottomarino è in subbuglio perché la filastrocca è talmente cristallina che potrebbe anche essere il singolo del nuovo disco. Ahimè, bisogna decidere pure queste cose. Altre canzoni arrivano altrettanto limpide e la pancia del sottomomarino si agita per una decisione da rimandare.

Bacini e rock & roll,

Eltofo

27 giugno 2001

Volo sulla mia città con la bicicletta
e faccio finta di non sapere quanto male fa cadere giù,
con la luna appiccicata sulla schiena
e la testa piena di petali di te.

Volo sulla mia città con la bicicletta
e spero non mi faccia male stare senza
e se solo mi spavento cado giù,
e se solo mi spavento cado giù.

Sono ora come sono sempre stato
un bambino in piedi in mezzo al prato
in mezzo all'erba verde, più alta di me
sono ora come sono sempre stato.

E se solo mi spavento cado giù,
e se solo mi spavento cado giù.

Ho scritto queste righe per raccontare un momento buio. Una depressione. Insomma la chiamano così ma io la chiamo anche in un altro modo. Rock & roll, un giorno su due giorni giù. A me succede spesso e non sono riuscito ancora ad abituarmi. Ogni volta che suono, ogni volta che pubblico qualcosa, perdo un pezzo di me e come reazione all'eccitazione, segue il buio. Perciò rock & roll, un giorno su due giorni giù. E non dico che cosa mi provocano le telecamere televisive. Penso sia per questo che ho scelto l'assenza dell'immagine pubblica per la cosa a cui tengo di più. Il mio gruppo. Ho provato a descriverla con una metafora questa depressione che mi prende, ciclica. Come una bicicletta che vola, solo se sto bene. La scrittura poi ha aperto un frammento della mia infanzia, quando il mio interesse più grande era capire la natura e passavo giornate da solo dentro i campi non coltivati della periferia di Pordenone. Pordenone, un altro elemento importate delle canzoni nuove ma questo ve lo racconto domani.

Bacini e rock & roll,

Eltofo

30 Luglio 2001

Ho scritto questo pezzo in un momento difficile, quando facevo a pugni con il malessere che si avvicina alla depressione. In fondo a quel buco ho avuto l'intuizione di essere il solo responsabile della mia esistenza (e per questo anche delle mia disgrazie). Quanta presunzione c'è in un ragazzo di provincia che decide di diventare un inventore di immaginario? Ma c'è una sola realtà per un cantastorie. La realtà è credere alle proprie bugie. Crederci fino a riuscire a volare con una bici. E così mi sono sentito piccolo, anzi, bambino, quando la mia passione era capire come la natura aveva elaborato infinite forme di esistenza, tutte diverse ma ugualmente bellissime.

"Sono ora come sono sempre stato" e se solo ci crederò lo sarò per molto ancora.

28 giugno 2001

Prova a stare con me un altro inverno a Pordenone
sarà un letargo dolce senza inverno e freddo
sarà perché è sempre troppo uguale.

Dice che qui non resta
che quello che vuole qui non c'è
ci fosse almeno una ragazza
uguale identica a me.

Dice che qui non resta,
che non lo fermerà
il bene che gli vuoi ancora
il bene che ti vorrà.

Sto bene solo con le mie scarpe nuove
il resto non mi muove.

Lontano dalla mia casa più della luna
è la sola cosa che posso desiderare.

Io, io solo contro il mondo
è meglio se mi calmo.

Dice che qui non resta
che quello che vuole qui non c'è
ci fosse almeno una ragazza
uguale identica a me.

Dice che qui non resta,
che non lo fermerà
il bene che gli vuoi ancora
il bene che ti vorrà.

Prova a stare con me un altro inverno a Pordenone
sarà un letargo dolce senza inverno e freddo
sarà perché è sempre troppo uguale.

Un inverno a Pordenone era il titolo di un cofanetto di tre 45 giri realizzato da alcuni gruppi del Great Complotto di Pordenone attorno al 1980. L'intuizione del titolo era forte e mi ha spinto a scrivere un omaggio a quel momento dove non c'era distanza fra il fare e l'essere, dove gli adolescenti raccontavano e vivevano la loro condizione in tempo reale. Ma è anche la canzone alla mia città. Io la chiamo la capitale del rock perché per me lo è realmente stata. Gli unici miti musicali che ho avuto da minorenne provinciale li ho vissuti da vicino. Si chiamano misS xoX, 0010011, MESS, insomma la scena del Great Complotto di Pordenone. Parlo del 1980, un po' prima e un po' dopo, quando, subito dopo il punk, tutto sembrava possibile e nuovo. Tutto sembrava per la prima volta. Ecco perché nel nuovo disco c'è anche una cover di un gruppo di quel mondo. Si intitola I'm In Love With My Computer. Nella sua previsione del futuro prossimo, misS xoX ci aveva visto giusto.

Bacini e rock & roll,
Eltofo

27 luglio 2001

Il disco è finito. Giorgio Canali ha concluso il suo lavoro meraviglioso per dare un colore ai nostri nuovi undici piccoli mondi e ora ce l'ho a casa. Il disco è pronto e questo vuol dire anche che qualcuno l'ha già ascoltato. Le persone più vicine, per ora. Siamo ancora "l'adolescente eterno", ma questa volta il panorama è più ampio, gli schemi meno rigidi, i colori vari, l'emozione vibrante, il suono più vero... un passo nuovo. Questo dice più o meno chi lo ha ascoltato. Così posso dire che la visione del titolo era una visione rivelatrice. LA TESTA INDIPENDENTE. Una testa (la mia) che rotola sull'asse delle braccia e incontra, nella mano desta, una altra testa (quella di Luca), per rotolare ancora ed incontrarne un altra (quella di Enrico) sulla mano sinistra.

La testa indipendente. Quella che ci piacerebbe avere. E pensare che dentro a questo disco che sentiamo così nuovo ci sono anche cose lontanissime, che sono pezzi della nostra memoria. La testa indipendente contiene una canzone di miSs xoX & Andy Warhol Banana Technicolor, del 1979, uscita 21 anni fa nella compilation The Great Complotto che si intitola I'm In Love With My Computer. Questa canzone è il risultato di un pensiero di adolescenti di fine millennio pronti ad immaginarsi un futuro "nuovo e possibile". Con i loro synth analogici, cercando di sintetizzare le batterie per dare un suono ad un futuro-naïf che assomigliasse, almeno in parte, alle loro letture fantascentifiche. Una stagione lontana e come molte cose lontane ha quel gusto di zucchero filato. Allora vi ricordo, siamo a Pordenone, provincia dell'Impero della comunicazione, Italia, 1979.

Che quel synth suonato da Jonny Bee Good e l'incredibile voce dell'inventore di mondi miSs xoX potessero ancora evocare quel momento di fine secolo in modo così preciso, l'ho potuto scoprire ascoltando la canzone finita.

I'M IN LOVE WITH MY COMPUTER

Sarà ancora colpa del fiume, o che vivo nel culo del mondo,
sarà che sono diventato un cartone da tv,
sarà che ricordo benissimo quando sembrava possibile...

I'm in love with my computer!

Bacini e rock & roll,

Eltofo



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