Tre Allegri Ragazzi Morti - Diario Sonoro - Cervignano (UD) Live report, 17/11/2005

19/11/2005 di



Forse è destino che mi succeda di ascoltare dal vivo i Tre Allegri Ragazzi Morti in situazioni insolite. La prima cinque anni fa, nella palestra di una scuola; l’altra stasera, in un cinema-teatro che ha il nome del personaggio di cui racconteranno oggi: “Teatro Pasolini” (e “Intervista a Pasolini” è il libro a fumetti scritto un paio d’anni fa dal cantante del gruppo). Lo penso per impegnare il quarto d’ora di ritardo con cui parte il live. Sono da sola e non ho nessuno con cui scambiare due parole (chi vuoi che ti accompagni, di giovedì sera? Sei l’unica che domani non ha un cazzo da fare). Conto e osservo gli altri spettatori: c’è chi è qua per i TARM, chi per Pasolini, chi per entrambi. In tutto non siamo duecento, ho visto questa sala ben più gremita a un saggio di Natale, non sto scherzando. Da dietro le quinte fa capolino la testa del bassista, maschera bianca sopra i capelli, sorride. Sorrido anch’io, è ora di spegnere il telefonino e le luci.

Si chiama “Diario sonoro”, la cosa strana che portano sul palco, ed è l’unico nome possibile da dare a questa lettura-concerto. Perché, siamo subito avvisati, quando uno usa le parole di qualcun altro, spesso “fa solo i suoi comodi e alla fine lo mette nel culo a chi ascolta”. E allora, per parlare di Pier Paolo Pasolini con tutta la sincerità e l’onestà possibile, questo è solo il diario di un incontro. Non hanno bisogno di maschere, Toffolo e gli altri ragazzi morti, le indossano (sollevate) per pochissimo, poi l’unica figura che rimane in scena è un totem di Pasolini, disegnato su quattro cartoni da imballaggio tenuti in piedi col nastro adesivo, che viene smontato e ricomposto durante le canzoni. Non ha bisogno di maschere il “cantante di provincia di una cosa strana chiamata rock’n’roll”. Parla pacatamente, con la semplicità con cui ci si rivolge a un amico, ha studiato quello che deve dire senza impararlo a memoria, senza curarsi più di tanto se non gli vengono le parole o se il salto fra le parti in cui siede e racconta e quelle in cui entrano in scena batteria e basso è brusco, poco teatrale. Anche la musica ha lo stesso sapore domestico, quotidiano, senza nessuna pretesa oltre a quella di accompagnare il viaggio e forse per questo è più commovente e diretta.

Stasera i TARM non gridano troppo, la rabbia resta in sordina, ferma sulle sedie ribaltabili, mentre assieme cerchiamo le nostre radici nello specchietto retrovisore, inseguiamo la storia di Pasolini da Casarsa a Bologna, da Roma all’Etna. Non è una biografia, un’analisi storiografica, questo “Diario”: per quello ci sono i libri, i telegiornali. È solo un omaggio a un poeta, un uomo di pensiero fra i più grandi del Novecento in Italia, scomodo soprattutto perché libero. E di libertà parlano anche le canzoni dei ragazzi morti. Libertà repressa e maltrattata, da “Ogni adolescenza...” fino a “Questo è il mondo”, libertà soffocata da meccanismi sociali che Pasolini aveva previsto trent’anni fa con una lucidità impressionante. Verso la fine, la narrazione si fa più concitata, la musica più presente, fino al momento da brividi in cui si mescola con le parole dell’intellettuale sul fatto che la poesia non è merce, non si vende e non si compra. E poi, il pellegrinaggio si chiude.

“Non mi manca niente, non ho niente” ripete il cantante con il viso da slavo mentre il Señor Tonto (un amico con lunghe orecchie da coniglio) per l’ultima volta ricostruisce la scultura. Somiglia, me ne accorgo ora, al Cristo senza braccia estratto dalle macerie della chiesa di Gemona dopo il terremoto del ‘76. E lo sento, invece, che mancano lo sguardo e la voce del volto pallido di Pasolini, di questo “santo laico” che per una sera non mi fa vergognare della terra in cui vivo.

Le luci si riaccendono, i ragazzi morti si fanno pregare con qualche sonoro “Vaffanculo!” per concedere un paio di canzoni ancora, e chiudono con “Occhi bassi”, dedicata a tutte le donne, quindi anche a me, me la godo dondolando la testa e muovendo piano le ginocchia. “Dentro ai piedi, che tesoro hai?”, basta togliere il punto interrogativo e torno a pensare alla figura magra coi capelli scompigliati dal vento sul litorale vicino a Sabaudia (l’avrete vista, no? Quell’intervista in cui PPP parla del tentativo omologazione culturale dell’Italia, fallito dal fascismo e realizzato invece dal consumismo sfrenato del boom economico), la stessa che è stata proiettata sulla maglia di Molteni a fine racconto, mentre di nuovo risuonava la voce registrata del poeta. Il tesoro chiuso nei piedi è la capacità di viaggiare e dire, come fanno pure questi ragazzi di Pordenone, di nuovo in Friuli dopo un tour sudamericano: guardano in faccia la realtà senza paura di parlarne, ricordano che la poesia non si sciupa leggendola più volte, non si consuma con l’uso.



Un omaggio a Pier Paolo Pasolini. Non una monografia agiografica, ma un concerto-lettura per ricordare uno dei maggiori intellettuali italiani del Novecento. I Tre Allegri Ragazzi Morti, reduci da un lungo ed intenso tour sudamericano, tornano in un cinema-teatro del loro Friuli e si dedicano a PPP con “Diario sonoro”. Rockit c'era, e racconta.

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