Live Report: Dimartino al Salotto Muzika, Bologna Live report, 04/10/2013

Tutte le foto sono di Francesca Sara Cauli - Tutte le foto sono di Francesca Sara Cauli -
15/10/2013 di Massimo Vitali

Cominciamo col dire che per essere un concept album sul tema del suicidio, il concerto di Dimartino tratto da “Non vengo più mamma” mi ha fatto pensare a tutto fuorché alla morte. Ad esempio mi ha fatto pensare alle ferrovie dello stato, ai trenta cieli in ogni stanza, alle mappe stellari, alle verità scritte sulle righe dei maglioni, al tango dentro ai magazzini vuoti e ai miei diciotto anni che sono trenta da un bel po’ di tempo.
A due ragazze scalpitanti vicino al palco invece ha fatto pensare ad altre cose. La prima: “Che bello, ma non lo vedi quanto è bello?” La seconda: “È bellissimo, sembra un uomo d’altri tempi.” E va bene, che ognuno pensi ciò che vuole ma lasciatelo suonare, quest’uomo d’altri tempi.

Dimartino si presenta sul palco con Angelo Trabace alle tastiere, Giusto Correnti alla batteria e “Cadono le stelle” per farci capire subito come stanno le cose: cadono i capelli dentro ai lavandini, cadono i bicchieri ai camerieri, cadono le suore che corrono in cortile, cadono tutti fuori che Dimartino, che poco dopo lascia spazio alle tastiere di Trabace a introdurre “Cambio idea”.

Dimartino canta ad occhi chiusi, culla il basso come un neonato che alla fine del pezzo è diventato grande, va già a scuola, e viene introdotto da Silvio Orlando con un audio estratto dal film di Daniele Lucchetti, “La scuola”: “Ma perché Astariti è la dimostrazione evidente che la scuola italiana funziona solo con chi non ne ha bisogno!” E a questo appello risponde “La lavagna è sporca”, che dal vivo suona così travolgente da fare ballare tutti, anche chi credeva che la rassegna Salotto Muzika fosse una proiezione del divano di casa.
Eppure, non ancora contento, Correnti aumenta la dose di batteria, si arma di altre due braccia oltre alle sei che si ritrova di natura (se mi chiedessero: a chi somiglia Giusto Correnti? Risponderei: a una drum machine) e inizia a pestare duro sull’intro di “Ormai siamo troppo giovani” per poi calmarsi, calare di ritmo, smorzare i toni e quasi senza accorgercene siamo davanti a un “Poster di famiglia”: a sinistra Giusto Correnti, al centro Antonio Di Martino e a destra Angelo Trabace, il quale ci srotola sotto ai piedi un tappeto sonoro che fa l’effetto di un tappeto volante, di quelli che se ci si distrae un attimo ci si ritrova sospesi in aria senza niente o nessuno capace di riportarci giù.
Magari. Quando poco dopo qualcuno tra il pubblico grida “NUDO!” ci svegliamo tutti di colpo. Persino Dimartino, messo alle strette, è costretto a togliersi la giacca come se fosse estate e invece è “Maledetto autunno.”

A questo punto è necessaria una confessione: è difficilissimo riportare a parole certe vibrazioni che può trasmettere la musica dal vivo. Così ho deciso di realizzare un importante esperimento. Inizio: TUNZ TUNZ TUNZ TUNZ. Poi TUUUUUUUU. Poi: Basta. Esperimento fallito. Non è che si può sempre ballare d’architettura. Però “Venga il tuo regno” dal vivo è uno di quei pezzi che farebbe cantare anche i generali, i figli dei cantanti degli anni sessanta, i laureati, i lavoratori, Gesù e Babbo Natale.

“Vengano gli uomini neri pescati morti dal mare”, invece, appare come una strofa profetica, un piccolo momento di raccoglimento in cui Dimartino ricorda la recente tragedia di Lampedusa, prima di ripartire coi tanti “no” di “No autobus” (No autobus, no casa, no-vità, no cani, no-vembre) per poi deviare verso un’ipnotica e crescente “Piangi Maria” (che fa piangere anche noi) dilatando il tempo, lo spazio e mettendo le basi per il brano successivo: “Cercasi anima”.

Quando a suo tempo uscì “Cara maestra abbiamo perso” e qualcuno mi chiedeva che brani avrebbe potuto ascoltare per farsi un’idea, io rispondevo: tutti. Allora mi dicevano dai, uno solo. Allora rispondevo “Cercasi anima”. Lo stesso brano che Dimartino interpreta dal vivo come se fosse la prima volta, concentrato fino all’ultimo verso “…e non ho più parole per continuare.”

Invece continua, aiutato dal pubblico che già dalla prima strofa di “Non siamo gli alberi” lo segue da “Io odio immensamente…” fino a “…che stanno fermi lì”, al contrario di Trabace che mentre suona non sta fermo un attimo, perché forse oltre a non essere un albero non è nemmeno un musicista, ma un ballerino, di quelli che mentre suonano ti coinvolgono così tanto che ti ritrovi a ballare pure tu insieme a lui, anche se non c’è più niente da ballare perché la canzone è già finita da un pezzo ma tu continui a ballare lo stesso, perché in fondo cosa importa, un attimo dopo è già iniziata “La penultima cena” che come spiega Dimartino “è una canzone che parla anche di cibo” e allora noi la divoriamo bene, con pochi morsi ma buoni.
Segue una bella cover di Piero Ciampi, di cui purtroppo riesco solo a capire dalle stesse parole di Dimartino che a) non è “Il vino” e b) “Piero Ciampi non la faceva proprio così”. Per il resto, non ho idea di che canzone sia. Perciò provo a chiedere lumi a un tale che mi sta di fianco, e lui in risposta grida: “NUDO!” Così capisco chi era stato prima a gridare “NUDO!”, ma a parte questo non mi è mica ancora chiaro qual è il titolo della canzone di Piero Ciampi.
Mentre sono lì che rifletto, Trabace si alza in piedi e sfrutta un momento di pausa – un’ora e mezza di concerto un pezzo dopo l’altro senza quasi tirare il fiato - per fare una dedica: “Ai miei professori universitari!” E parte: “Non ho più voglia di imparare” come ad insegnarci che Dimartino non avrà più voglia di imparare, ma quello che ha imparato finora è da applauso, e chissà quante cose avrà ancora da dire.
Ad esempio che “alla nostra età non ci si accontenta di poco”, difatti “Piccoli peccati” è un pezzo che accontenta tutti, ci fa sentire simili agli eroi, anche solo per un momento, o forse neanche per quello, visto che poco dopo “Non torneremo più” conclude il concerto, ma è una promessa non mantenuta.
Il tempo di un asciugamano sulla fronte e Dimartino torna sul palco, accompagnato dalla chitarra con cui attacca “Parto” che ancora una volta promette, ma non mantiene. Non parte mica, rimane lì, tra una tastiera e una batteria, a terminare una serata di grande musica con un accorato “Amore sociale” e un paio di considerazioni finali.



Nel panorama attuale della musica italiana, in cui se si scruta l’orizzonte si vede tutto e niente, Dimartino è una fonte di grazia. Una benedizione. Un meraviglioso dubbio. Cosa rende speciale una musica che sembra portare con sé una sorta di gioia morale, una tristezza che non è una tristezza e la soddisfazione di avere assistito a un live difficile da dimenticare per molto tempo?
Cara ragazza che scalpitavi vicino al palco, alla fine avevi ragione tu. Dimartino sembra proprio un uomo d’altri tempi, di quelli che ad ascoltare i nostalgici non torneranno più, e invece guarda un po’ com’è piccolo il mondo: questa sera, sul palco del Locomotiv di Bologna, ne abbiamo appena visto uno.

Massimo Vitali.org

 

Tag: live concerti report

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