Vinicio Capossela - Dingwalls - Londra Live report, 21/02/2008

12/03/2008 di Fabio Benvegnù

(Vinicio Capossela al Dingwalls - Foto di S.P.U.G.N.E)

Vinicio Capossela ha suonato al Dingwalls di Londra per l'unica data inglese del suo tour mondiale. Il concerto era atteso: i biglietti sono andati esauriti in pochi giorni. Il pubblico era quasi interamente italiano. Fabio Benvegnù - nostro corrispondente in terra d'Albione - ci racconta come è stato.



Ore 19

Londra è invasa da italiani, e questo è un fatto noto. Ma stasera chi parla inglese viene deriso ed emarginato. Mi guadagno l’entrata infilandomi tra milanesi e calabresi ed individui disposti a pagare cento sberle per un biglietto ("do you sell your ticket for hundred sterlins?"). Il Dingwalls è un buco, il palco è minuscolo, sembra disegnato per un paio di chitarre acustiche più che per una band. Il piano ovviamente è al centro della scena, circondato da una schiera di angeli custodi a forma di chitarra, mandolino, batteria, theremin, xilofono, tromba e trombone. Oh, anche un laptop.

Ore 19.50

Buona posizione il lato palco, lasciatemi dire, anche grazie a questa splendida scaletta che all’occorrenza sopraeleverà quanto basta la mia modesta statura. Non vorrei peraltro che il mio pessimo rapporto con gli inglesi, specie se addetti alla sicurezza (quei pochi che non si sono tramutati in polacchi) mi costasse questa posizione defilata ma in-sight per amore delle norme antincendio. Qualcuno sale sul palco. Inizino le danze di Luci Della Centrale Elettrica.

Una temeraria a fianco mi spinge in là cercando di rubarmi lo spazio vitale, sostenendo che è una grande fan di Vinicio ed è venuta apposta dall’italia (come una buona fetta dei presenti, sorella). Ora tutti fischiano, forse perchè sta salendo la band sul palco, o forse no. La temeraria mi chiede perchè cazzo sto scrivendo da un’ora e se posso mandarle una mail perchè il suo capo è un grande fan di Vinicio ma non è potuto venire. Vai su Rockit.it, è più semplice.

Ore 21.01

Entrano, la band e non Vinicio. A fidarsi dell’intro che stanno suonando pare che debba entrare Tom Waits da un momento all’altro, invece entra proprio Capossela, armato di birra cappello a cilindo e barba dimenticata da Dio. Sussurra al microfono “I have a dream, vorrei essere Joe Strummer” e inizia a berciare “L’accolita dei rancorosi”. La voce si sente malissimo, l’atmosfera e la posizione angusta mi ricordano una foto fatta da mio fratello, tanti anni fa, in un locale ancora più piccolo (il Macabre a Bra). Puoi essere in provincia di Cuneo come a Londra, ma per ascoltare il suo verbo è necessario stare tutti scomodi, stretti, ammassati. Amen. “Brucia troia” conciato da minotauro, preceduta da un’introduzione in inglese che mi perdo nel rumore. Chissà se abbia accennato all’incendio del Lock, il famoso mercato, bruciato qualche giorno prima (brucia Camden brucia Camden, come io brucio per te). Presenta la sua banda come i cuginetti di Oliver Twist prima di attaccare “Dalla parte di spessotto” brandendo un ukulele e diventa a piacere “Medusa” o “Marajà” o “Corvo Torvo”, adattando la musica ai costumi e viceversa, cosa che agli inglesi (sì, qualcuno c’è) sembra piacere parecchio. Occhiella “Nutless” come “The story of a great friendship” e cantandola zittisce la folla ma si dimentica lui stesso le parole. Splendida lo stesso, con “What a wonderful world” italianizzata a sfumare. Poi si ricorda del tempo che fu con una “Scivola vai via” sussurrata con dolore. Per rompere con il suo repertorio con un po’ di spoken word, recita alcuni versi di Michelangelo (Chi semina sospir lacrime e doglie... però pianto e dolor ne miete e coglie). “Signora Luna” a seguire, impepata da un finale surf mentre un idiota continua ad urlare “payaso!!!”. Visto l’andazzo, canta “Con una rosa” in controtempo per fottere il pubblico. Luma e sorride sornione. Balla con il microfono, lancia petali di rosa.

Battezza “Canzoni a manovella” come “Our personal version of yellow submarine”. Litiga con l’alimentazione della pianola giocattolo e coglie l’occasione al volo per dire la sua sugli albionici: “English people. They like to be different” . Poi si spengono le luci e solo candele illuminano la “Santissima dei naufragati”. E infine “L’uomo vivo”... Campanacci, attacco sbagliato, insomma gioia! Che trasmigra nel noise più che nella taranta di un “Ballo di San Vito” pregno di feedback.

Dopo la presentazione dei compari, giusto il tempo per un “Veglione” finale ed escono tutti, torna Vinicio solo e parla inglese molto maccheronico, canta “La notte è bella da sola”di Matteo Salvatore, ulula e ulula anche il pubblico.

Ore 23 e qualcosa

Tutti a casa. Il 6 aprile suonano qui i Negramaro. Meno male che ho già impegni. Nonostante quest’iniezione di gio-ia gio-ia gio-ia, il bus che mi scarrozza a casa è triste e grigio come sempre.



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