Ogni quanto tempo un artista dovrebbe pubblicare un disco?

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04/11/2015 di

Quest'anno ha segnato il ritorno discografico di alcune tra le band più importanti del panorama italiano: Verdena, Ministri, Iosonouncane, Max Gazzè, Appino, solo per citarne alcuni, tutti tornati con modi e intervalli diversi di pubblicazione; per i Verdena sono passati quattro anni tra “Wow” ed “Endkadenz”, che però è uscito in due parti, un volume 1 a gennaio e il volume 2 a settembre. Per i Ministri sono trascorsi due anni tra “Per un passato migliore” e “Cultura generale”. Così anche per Max Gazzè tra “Sotto casa” e “Maximilian” (ma in mezzo ci sono stati una Platinum Collection del 2013 e l'esperienza con i colleghi Fabi e Silvestri per “Il padrone della festa”). Appino infine ha riempito i due anni tra i suoi due dischi solisti con un uscita degli Zen Circus nel 2014, “Canzoni contro la natura”. Discorso a parte per Iosonouncane, che ha lavorato per cinque anni al suo “DIE”, oppure per il producer Go Dugong, che sta per pubblicare il suo secondo disco del 2015 a distanza di otto mesi. A livello internazionale abbiamo un caso ancora più evidente: i Beach House hanno pubblicato due album a distanza di quattro mesi l'uno dall'altro.
Da qui sorge una domanda: esiste un lasso di tempo consigliato e consigliabile tra un'uscita e l'altra?

(foto via)

Le variabili da considerare sono moltissime. Innanzitutto, la prolificità stessa degli autori (e non degli interpreti, che potrebbero potenzialmente pubblicare un disco al mese avendo alle spalle un team che scrive le loro canzoni). Iosonouncane e Go Dugong da questo punto di vista rappresentano i due estremi, ma sono due artisti che si muovono in due generi diversi, che è la seconda delle variabili. Per esempio, gli artisti di musica elettronica tendono solitamente a pubblicare dischi a cadenza abbastanza regolare e distanziata, ma nel mezzo propongono in continuazione tracce singole, remix, collaborazioni. Vale lo stesso discorso per gli artisti rap, che tra un disco e l'altro non mancano mai di apparire in mixtape e numerosi featuring.
C'è da considerare anche a che punto della carriera si trova l'autore (se è già affermato oppure se deve farsi conoscere) e infine bisogna ricordare che gli artisti hanno situazioni contrattuali con le proprie etichette estremamente varie. Le major tendono ancora a mettere sotto contratto gli artisti anche per lunghi periodi di tempo in cui, devono forzatamente produrre un certo numero di album, o altrimenti pagare una penale. Gli artisti che si autoproducono o che firmano con etichette indipendenti non hanno scadenze da rispettare se non quelle del buon senso e la sapiente capacità di tenere alto l'interesse senza saturare troppo gli ascoltatori, offrendo sempre musica di qualità.

(La copertina di "Novanta", il nuovo disco in uscita per Go Dugong, il secondo nel 2015)

La questione negli anni dello streaming è ovviamente delicata, per la semplice evidenza che fino a al decennio scorso la vendita del disco era una delle principali fonte di reddito per gli artisti, quindi era ancora importante farli uscire seguendo una precisa strategia promozionale. Adesso che le vendite sono ridotte al minimo ed è appurato che dai servizi streaming si guadagna poco, gli artisti si trovano nella situazione di dover trovare altre fonti per potersi permettere di vivere del loro mestiere. Oltre al merchandising e ai dischi stessi, la principale fonte di reddito per una band è il tour (dove tra l'altro, almeno per i gruppi indipendenti, c'è la possibilità di vendere la maggior parte delle copie fisiche del disco, non sempre distribuito in maniera capillare nei negozi).
Da qui sorge un'altra domanda: essere perennemente in tour lascia il tempo di scrivere le canzoni? Il mestiere del musicista è composto da entrambe le facce della medaglia, e per trovare suggestioni e ispirazione essere in tour è importante, così come vedere posti e gente nuova. Ma quanto essere sempre in giro influenza la qualità delle canzoni?

Non esiste una risposta univoca, ma è inutile negare che sono molti i casi in cui le band pubblicano grappoli di ep composti da canzoni scartate, singoli e versioni alternative di dischi già editi e altri prodotti di dubbio interesse solo come occasione per far ripartire un'altra fase di tour in giro per l'Italia.

Se è vero che anche i musicisti devono pagare le bollette (e che sfortunatamente non hanno il supporto a cui avrebbero diritto da parte dello Stato Italiano), è lecito anche guardare alla questione dal punto di vista degli ascoltatori. Il pubblico ha davvero bisogno di tre ep l'anno, o preferirebbe forse ascoltare un solo disco, fatto bene?
Se siete arrivati fin qui per sapere quale sia l'intervallo di tempo giusto tra un disco e l'altro, vi dobbiamo deludere: ovviamente non esiste. Ma in un mondo ideale la risposta sarebbe soltanto una: il momento giusto è quello in cui l'artista sa di avere completato un'opera degna di essere pubblicata.

Tag: opinioni

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