Cronache da un negozio di dischi: quell'album venduto e che non tornerà

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18/11/2016 di Alessio Cruschelli - Slow Records

Mi soprendo, assorto da qualche secondo e con la biro tra i denti, mentre osservo fuori lo scorrere lento delle auto in fila. C’è una pioggia lieve che cade, e nessun clacson che suona. Una calma orientale pervade il paese, che accetta senza protestare il cambio di stagione, senza la solita isteria climatica. Ho un bel po’ di scartoffie da capire, occuparmi di tutti quei piccoli, anche piccolissimi aspetti gestionali su cui sono solito allentare le briglia per settimane, ma che ciclicamente ritornano, come Trump, e infestano pensieri e giornate. Come se non sapessi che procrastinare è uno dei mali oscuri di questa generazione, che il farò e il farei sono soddisfacenti quanto il fare, che le deadline sono così lontane e così vicine. C’è un nuovo ordine da cesellare, visionare i tracking, controllare di nuovo le newsletter, prendere decisioni. In questi casi la pre apertura si allunga in un tempo indefinito, ed è un circo di pensieri sospesi, domande irrisolte, questioni da risolvere, clown e trapezisti, senso di tragicomica realtà ed elevazione, bollette ancestrali ed esigui rimborsi, il Culture Club rovinato da rivitalizzare e il disco nuovo di Nicolas Jaar, "Sirens", da ascoltare, perfetto per la vibra che diffonde questo pomeriggio di novembre. Che poi è giusto prima di dicembre, il mese, quello giusto.

(Nicolas Jaar, foto via i.guim.co.uk)

Sono le 16:00 e l’ora legale mi abbraccia generosamente. Niente più luci smarmellate come al Conad ad ogni ora del giorno, ma una bassa irradiazione che rende tutto straordinariamente bello e interessante, quantomeno nella mia testa. E apparentemente privo di polvere, la mia nemesi. È come se la swiffer sperimentasse i suoi cenci qui dentro. Siamo ben oltre il semplice fastidio, è una fase nuova, simile al concetto di resa incondizionata. Inutile crucciarsi però, è normale: grandi quantità di materiale plastico, a causa dell’elettricità statica, attirano tornado di pulviscolo polline e acari. Sempre meglio prestare attenzione, perché più in generale l’ordine, la pulizia e una corretta umidificazione sono elementi indispensabili non solo per il benessere della vostra collecta, ma per la vostra igiene ambientale. Avere molti dischi significa averne ancora più cura. Dopo aver quindi ramazzato con vigore per paura di strozzarmi ed essermi bevuto letteralmente "Sirens", cerco di focalizzarmi di nuovo sulle fatture e metto su un 12” di World & San, misconosciuto duo hip hop che impazzava sulla East vent'anni fa. È gente che non ha mai fatto il botto ma che ha sfornato almeno 3/4 pezzi da manicomio. Leggo solo ora che il beat è di 9th Wonder, e si spiegano tante cose: groovy, sinistro, ossessivo, Mobb Deep wannabe ma senza esserne il calco. Si spiega anche il prezzo, decisamente fuori misura per un singolo. Mi piace da impazzire, ma è materiale che non riesco a spingere, è puro esercizio di stile averne qui. Buon per i colleghi che lavorano con i collectors item.

(9th Wonder, foto via hiphopgoldenage.com)

A proposito: è giunto a bottega "Clin d’oleil" dei Jazz Liberators, album a cui ambivo da qualche tempo e che ritengo ampiamente sottovalutato. Vista la poca richiesta potrei tenerlo, e sto pensando la stessa cosa di una stampa sudamericana di Chavela Vargas che mi guarda con il suo bel sorriso triste. Sarebbe la prima volta dopo un lungo digiuno di cui non ricordo l’inizio. Credetemi, non è mai stato facile. In tutto questo mi accorgo che la saracinesca è socchiusa, e scorgo due gambette che si muovono nervosamente a pochi centimetri, sfiorandone appena la superficie, mostrando impazienza. Mi alzo e con un’ancata sbatto il cellulare a terra, incrino vetro e concentrazione da aspetti gestionali: ora sono nero, ho tre consegne e un ritiro la mattina successiva, c’è da avvisare i clienti, il cellulare non si accende.
È un disastro, ma approfondire il concetto di perdita di cui prima è importante, e adesso scelgo di procrastinare (sempre) per fare terapia. Dicevo "Non è mai facile liberarsi di questi oggetti preziosi, anche se la tua vita è esattamente questo: liberarsi di questi oggetti preziosi e ricavarne il necessario per campare". Avevo talmente pochi lp il giorno dell’inaugurazione che decisi di fare 31 e mettere a disposisizione della clientela la mia collezione. Fu un trauma? Certo, vedere "Everything scatter" di Fela Kuti che oltrepassava quella soglia con la certezza che non avrebbe mai più fatto ritorno fu orribile, l’unica volta in cui fui sopraffatto dall’emozione e due lacrimucce, chiuso al cesso, poco dopo chiusura, le versai. Ci andai vicino anche con un Various Artist della Motown, stampa Us, cover arancione con collage degli artisti coinvolti e una superba versione di "Ain’t no mountain high enough". C’era tutta Detroit.


E poi sì, onestamente con altri e altri ancora, ma non è questo il punto. Ho cercato di adottare una prospettiva diversa, quella del Messaggero, come Rick Moranis nel primo Ghostbusters. Togliete il plot con deriva demoniaca e capirete quello che voglio dire. O semplicemente, ecco, quella di un padre. Cerco di sentirli miei finché non oltrepassano la soglia, poi via libera: non potrò più controllarne l’aspetto, cambiare la sleeve (da utilizzare sempre), valorizzarlo con una posizione importante. Lasciano un segno del loro passaggio, certamente, ogni volta: ho un archivio di circa 7000 foto, che ritraggono anche la storia di bottega come quella di una famigliola che cresce. Sono capace di perdere le chiavi due volte in un giorno ma di questi tesori ricordo tutti i giorni insieme. Succede così con quello che ami e che poi perdi.

Tag: vinili negozio dischi storie

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