Perché le discoteche di tutta Europa stanno chiudendo

Foto di Antonio La Grotta - Foto di Antonio La Grotta -
24/02/2016 di

Di fronte ai numeri non si può certo mentire. Quelli raccolti da uno dei siti di riferimento per la musica elettronica nel mondo, ResidentAdvisor, e pubblicati dal settimanale inglese The Economist, parlano piuttosto chiaro: in questo preciso momento storico le discoteche europee non se la passano certamente bene. Serrande chiuse, tasse in aumento, fatturati in calo, il quadro è di quelli che non lascia attenuanti. Nella sola Gran Bretagna i 3144 locali notturni che si contavano nel 2005 sono diventati dieci anni dopo 1733, con una perdita nel guadagno complessivo di circa 400 milioni di euro. A Berlino va leggermente meglio, il numero di club rimane pressoché invariato, ma molte venue storiche sono state costrette a chiudere. Tra le cause principali individuate dal The Economist c'è la gentrificazione, che ha aumentato notevolmente il prezzo degli immobili e portato ai club nuovi vicini di casa, residenti borghesi e famiglie yuppie, non particolarmente avvezzi al rumore notturno. Ma c'è anche il pubblico, sempre più "astemio" e sempre più propenso a spendere i propri soldi in un fine settimana in qualche festival in giro per il mondo, invece che tra le solite quattro mura.

E in Italia? Repubblica ha pubblicato un'inchiesta in cui, attraverso diversi interventi, si cerca di delineare lo stato di salute delle discoteche nostrane. Nel 2005 si contavano quasi 5000 discoteche, oggi di attive ce ne sono solo 2500. Il quadro è tragico, soprattutto per le tasche degli imprenditori che hanno gettato le basi di questa industria tra i '70 e gli '80, e sono costretti adesso, dopo anni di nidificazione selvaggia, a dover far fronte a un pubblico che molte volte sembra non accontentarsi dell'intrattenimento standardizzato. Insomma, sono tempi magri per chi non riesce a tenere il passo, ma uno dei problemi principali secondo Maurizio Pasca, presidente di Silb, l'Associazione italiana dei locali da ballo, resta l'abusivismo: "Ormai si balla dappertutto, ristoranti, bar, posti in cui si fa l'aperitivo, le one night, le feste nelle ville, nei palazzi, nelle masserie: il punto è che il 90% di queste attività è abusivo. Amministrazioni comunali compiacenti, vigili urbani che lavorano fino alle 22, forze dell'ordine che hanno altro da fare: nessuno tocca gli abusivi che spesso si travestono da sedicenti circoli culturali". Gli fa eco Roberto Cominardi, presidente di Silb Lombardia: "È un po' quello che fa Uber con i tassisti, ci sono questi loft che vengono presi da ragazzotti, organizzano qualche festa e dopo chi li vede più".

Parole che servono più da palliativo e nascondono il vero centro del problema: in Italia, a differenza degli altri paesi europei, siamo ancora alla prima repubblica della nightlife e la nostra crisi è figlia forse di un altro aspetto, come Claudio Coccoluto precisa sempre dalla pagine di Repubblica: "Nel nostro Paese manca una classe imprenditoriale all'altezza [...] Le discoteche devono sposare una visione culturale. I giovani sono per natura curiosi e allora bisogna incuriosirli: immaginare spazi culturali, portare l'arte all'interno delle discoteche, trasformare questi luoghi in templi della cultura elettronica".

Per fortuna l'intrattenimento notturno negli ultimi anni ha trovato nuove forme e nuove strade, capaci anche di prescindere dall'idea di discoteca comunemente intesa. Tra gli esempi di successo c'è sicuramente il K Party, probabilmente la festa itinerante più importante di Roma. Riccardo Lionello, padovano classe '81 e attuale direttore artistico dell'Ex Dogana, è il papà del format. Ci ha raccontato dove è nata e come si è sviluppata l'idea: "Il K Party mi è venuto in mente capitando in un loft illegale con affaccio su Largo del Tritone, nel pieno centro di Roma. Per la comunicazione mi sono affidato esclusivamente al passaparola e a una serie di bigliettini che lasciavo in giro per la città, costruendo una mailing list che ad oggi consta di circa 20.000 contatti. Il K Party non si basava su guest di livello ma partiva dal basso, coinvolgendo amici in console e altri amici in piccole esposizioni. Da lì a poco è diventato quello che conoscono tutti".

Ad aiutare l'affermazione della festa ha contribuito il tipo di comunicazione ma soprattutto la scelta di location non convenzionali, diventate in breve tempo culla della nuova gioventù romana. Un target trasversale, nessun tipo di pr e il lavoro su un prodotto che esisteva esclusivamente nella mente dei suoi partecipanti. La stessa direzione, con le dovute differenze, intrapresa con l'enorme spazio dell'Ex Dogana di Scalo San Lorenzo: "Il principio è simile. Fare leva sulla location e sulla sua storia, proporre cultura ma farlo in un modo scanzonato, del genere: noi non siamo 'sto cazzo, siamo solo dei pischelli come voi che hanno la fortuna di lavorare in una location che non ha le sembianze del locale tipico e che provano a rendere questi magazzini abbandonati un luogo di aggregazione aperto a tutti, senza snaturare il suo aspetto originale e con un pugno di idee valide".

(Una foto da un K Party)

Qualcuno tra gli "imprenditori della notte" starà già chiedendo al tavolo la testa di Lionello, eppure lui glissa sull'argomento, sottolineando: "Non credo di aver rubato pubblico alle discoteche. Sono le discoteche che avvertendo questo cambio di direzione non hanno colto l'antifona in modo energico. Basta guardare la linea grafica di molti eventi. Io continuo a scegliere fotografie che creino qualcosa di evocativo nel pubblico. Parliamo di sensazioni, e forse ancora di marketing. Se le discoteche vanno male questo è anche per le tipiche situazioni che si creano. Il tavolo, l'aspetto dei suddetti posti, il modo in cui cercano di vendere il dj di turno, l'assenza di un messaggio. Io un messaggio lo voglio dare. Cerchiamo di fare le stesse cose che fanno gli altri, ma aggiungiamoci un bel vestito, e un paio di libri in tasca per mostrare che oltre la disco c'è di più. C'è la ricerca, e la possibilità di scoprire che Roma ha tante potenzialità. Basta guardarla di traverso, di lato, dall'alto, dal basso, e non con la solita prospettiva bidimensionale".

Le alternative esistono quindi, bisogna solo imparare a riconoscerle. La vera sfida per le discoteche, di fronte al sorgere degli "abusivi" di cui sopra, resta quindi quella di scendere tra il proprio pubblico, carpirne i bisogni e le aspettative e provare ad alzare l'asticella della qualità. Sempre rimanendo a Roma, tra gli interventi più lucidi dell'articolo di Repubblica si segnala sicuramente quello di Giancarlino, tra i fondatori del Goa Club, che ribadisce: "I giovani, anche i minorenni, sono insofferenti e chi li fa entrare nei posti lo fa solo per fare cassa. Ma poi non sa gestire quello che accade [...] il settore del divertimento non può essere improvvisato e lasciato a se stesso. Bisogna cambiare. Nelle scelte e nella programmazione. Ma lo Stato deve fare la sua parte".

Già, lo stato. Al netto delle differenze di qualità e prospettive tra i diversi locali, le imposte da versare allo stato rappresentano una delle zavorre più pesanti per l'economia della notte. Una svolta decisiva può arrivare dalla politica, da amministrazioni locali mature, capaci di interpretare con le chiavi giuste la situazione e consapevoli dell'indotto che un sistema come questo può generare a livello turistico. Solo allora forse potremmo dirci pronti ad affrontare realmente la crisi.

Tag: opinioni elettronica

Commenti (18)

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  • Piero Di Tommaso 15/05/2017 ore 15:47 @pierodt

    Mancano i soldi..purtroppo..www.radioflowers.blogspot.it

  • Gino Aliberti 15/05/2017 ore 15:58 @ginoflexo

    parla proprio Pasca, che ha fatto una "discoteca" in un ristorante

  • Ivan Bruni 15/05/2017 ore 18:42 @bruni.ivan

    Yapoo Mkt infatti in America sotto i 21 anni non entri in certi club, vedi solo in italia si va a ballare " fra virgolette" perchè gli frega poco della musica, cè lo smartphone e la discoteca è solo l'ultimo posto dove andare prima di andare a dormire, la gente ha troppe esigenze, pretende, si incazza se non gli metti la loro merda 3 o 4 volte a serata, MA STIAMO SCHERZANDO? ma benvengano i festival, ma comunque in Italia rimangono solo per i ragazzetti caro amico, perchè in italia cè un po' una mentalita' del .....ecco ci siamo capiti

  • Silvano Stella 16/05/2017 ore 11:16 @stelladj

    Mentalita' preistoriche! Evviva i festival.

  • Angelino de Giglio 17/05/2017 ore 17:46 @angelino2000

    Ma se oggi con 2 gli eventi fatti bene con dj da cartellone, grandi impianti, si fanno gli stessi introiti se non nettamente superiori, di una programmazione di un anno di una discoteca (ormai in estinzione),le discoteche cosa servono ormai? per lo più che in entrambe i casi il pubblico è solo un assorbente.......

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