Diaframma - Donne e Motori - Brescia Live report, 06/03/2001

06/03/2001 di Christian Verzeletti



Avevo lasciato i Diaframma ai tempi di "Non è tardi" (1995), sono passati sei anni, un abisso apparentemente difficile da colmare, e li ho ritrovati sabato sera al Donne Motori di Brescia in splendida forma, ancora più belli dei miei ricordi.

Il locale di Via del Serpente non era colmo, ma ha offerto una dimensione giusta per un concerto intenso, a stretto contatto tra pubblico e musicisti.

I suoni e le parole dell’iniziale “Neogrigio” creano subito quell’atmosfera in bianco e nero tanto cara al gruppo: “Chiuderò il sentimento / in scatole vuote / quei ricordi appassiti / in un frammento d’autunno”. La ritmica sostenuta e il netto chitarrismo di Federico Fiumani producono una serie iniziale mozzafiato che ripercorre quasi nell’ordine la scaletta di Siberia, album d’esordio del 1984, e tuttora pietra fondante del rock italiano. Il pubblico viene subito coinvolto dalla malinconia esistenziale dei testi, sotto cui si nasconde una voglia di vivere che vuole essere cantata, urlata, come non tardano a fare un manipolo di fedelissimi in prima fila. “Ho creduto di tracciare sentieri / dove seguire il violento cammino dei giorni / o sono stati loro a seguire me / loro a seguire me?”: a memoria non ricordo artisti italiani capaci di combinare tale spessore poetico a brani rock, alla faccia di chi sostiene l’incompatibilità della nostra lingua con questo genere.

Con “3 volte lacrime” il concerto si fa sempre più coinvolgente, Federico si libera dentro le sue canzoni, e sotto la proverbiale frangia oscura esprime tutta la convinzione di cui è capace scolpendo parole e note con salti, sguardi, gesti decisi. “Oceano” è dedicata a tutti i consumatori abituali di LSD, quasi a sottolineare, come se ce ne fosse bisogno, l’autentica trasgressione che anima la musica dei Diaframma.

Sentendoli suonare mi chiedo che senso abbia avuto accostarli per così tanto tempo al post-punk della new wave britannica (Joy Division, U2), ormai la crescita del gruppo appare completa e libera da paragoni che ne nascondono la profonda originalità.

Federico Fiumani è capace di rinchiudere in due minuti e mezzo sensi di dolore, di ribellione e sfoghi di vita che restituiscono al rock quell’energia originaria troppe volte trascurata: “Ho bisogno di qualcosa di mio / da scoprire ogni volta / dietro finestre accese / di qualcuno che mi sappia aspettare ogni giorno” (“Marisa Allasio”). Non è forse questa la promessa di speranza che abbiamo fatto con la nostra vita e con la musica?

Con “Madre” la temperatura emotiva del Donne Motori fatica a rimanere contenuta, Federico si concede una pausa di riflessione lunga una sigaretta e ricorda i tempi perduti dell’università, fonte di ispirazione tuttora vivida e costante, nonostante qualcuno accusi i Diaframma di essere rimasti agli anni ‘80. Di fronte a tale ignoranza, preferisco sorvolare e ricordare ancora una volta come i Diaframma rimangano un seme unico nel panorama musicale italiano che hanno semprerifiutato qualsiasi terreno non fosse composto di saggezza, poesia, passione e tanto, tanto rock ben suonato.

“Marta” e “Blu petrolio” concludono il primo set con tutti i tre compagni che generosamente estraggono il massimo dai rispettivi strumenti (Alessandro Gherardi alle tastiere, Riccardo Billiotti al basso e Alesandro Gerbi alla batteria).

“Caldo”, solo voce e piano da brividi, riapre la serata portando passione e concretezze emotive di cui Raymond Carver era capace nei suoi splendidi racconti. L’essenzialità è in fondo dote e caratteristica principale del marchio “Diaframma”.

Il finale è un susseguirsi di ritmi, parole, stacchi e accordi senza pausa: “Amsterdam”, “Libra”, “Gennaio” e “Verde” travolgono tutti, spingendo buona parte dei presenti a pogare per liberare l’energia comunicata.

Tutto sembra finito, ma la richiesta del pubblico è incessante e così arriva l’ultimo gesto d’affetto verso i propri fans: il pop minimalista e impegnato di quel gioiellino che è “Mi manca l’acqua”.

C’è un gran bisogno di concerti così, di canzoni che ci facciano intuire anche solo per un attimo cosa abbiamo dentro; di serate che ci lasciano con il cuore aperto e tremante speriamo di averne ancora, presto.

È notte inoltrata, si torna a casa, ma ormai non fa più paura nulla di quello che potrà arrivare, nemmeno se sarà l’ennesimo “giorno ferito che impazzisce di luce”.



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