Drast: "Il futuro con la musica è da privilegiati"

Pochi istanti prima della festa scudetto del Napoli (ma il casino è già assordante), raggiungiamo nella sua città la metà degli Psicologi, al debutto solista con "Indaco". Per parlare di musica, tifo, amore, futuro e cazzi propri. E per strappare una grande promessa per la sua data al MI AMI il 26/5

Drast nel centro di Napoli ieri pomeriggio, poco prima del delirio
Drast nel centro di Napoli ieri pomeriggio, poco prima del delirio

Lo chiamo un’ora prima di Udinese-Napoli, la partita che chiuderà la faccenda Scudetto per la capolista della Serie A. Voglio parlare del suo primo disco, Indaco, il debutto solista della metà partenopea del duo Psicologi, uno dei più rilevanti autori della generazione Z. All’interno il telefono non prende bene, quindi si sposta verso la strada. Quando mi risponde il suo “pronto” è soffocato da una torcida arrapata di fischietti e vuvuzela. “C’è un casino immane. Pazzi, sono tutti pazzi”, mi racconta Drast. 

Il produttore e cantautore classe 2001 ha il suo studio in Piazza Dante, pieno centro città. È nella sua città che ama tornare, soprattutto oggi. “La gente non sta bene con la testa”, continua. “La strada è piena di cristiani, casino ovunque. Ero a Roma ma mi sono allungato a Napoli, non potevo perdermi la potenziale festa”.  Tutta la nostra chiacchierata sarà intervallata da gente che fischia, lamate di vuvuzela e clacson impazziti. Napoli, signore e signori. 

Come va la festa infinita?

Oggi sono contento di essere del posto, ma sono anche un po’ angosciato da cosa potrebbe succedere stanotte. La città è decorata da mesi. Il vero tema però è che Napoli è una città davvero sovrappopolata. La gentrificazione è tangibile. Le pizze che costavano tre euro ora ne costano nove, così il centro si svuota. Io spero che rimanga viva, che non diventi solo un museo.

Ne parlavo con i ragazzi del Thrucollected. Mi dicevano la stessa cosa.

Io e Sano abbiamo la stessa età, ci conosciamo da quando abbiamo 13 anni. Nel 2019 era rappresentante d’istituto della sua scuola e organizzò un nostro concerto alla festa autogestita di fine anno, due settimane dopo il nostro primo MI AMI come Psicologi.

 
 
 
Visualizza questo post su Instagram

Un post condiviso da Francesco Lettieri (@lettierimagister)

“Quant’era bella Napoli, tutta scassata”

 

Però è innegabile: fra Liberato e Nu Genea, Geolier e Luchè, il Napoli e Mare Fuori… è un bel momento per essere napoletani.

Quand’ero piccolo, in vacanza, sentivo d’aver addosso l’etichetta di napoletano. Non era certo un complimento. Questa cosa, a me e a quelli come me, ha fatto innescare un senso d’appartenenza fortissimo. Lo guardano tutti male, ma è proprio bello sto posto. Vedere la situazione che si ribalta oggi è piacevole.

Ora che sei grande – hai addirittura 23 anni! – non possiamo dire che tu sia un veterano ma possiamo sicuramente dire che sei un professionista. La musica per te ha ancora lo stesso sapore di quando hai iniziato?

Rispetto a quattro anni fa – quando è uscita Diploma di Psicologi – è cambiato tanto. Avevo un po’ meno paletti in testa. Quando diventa un lavoro inevitabilmente vedi dei meccanismi di mercato, delle regole. Alcune riesci a evitarle, altre non puoi e devi combatterle. Dai tredici ai diciotto facevo una canzone al giorno. Oggi non voglio ripetermi. In questo periodo sono più in fissa con il lato musicale, con la sperimentazione anche fine a se stessa; per crescere. Il sapore è cambiato ma è sempre bello chiudere una bella canzone, poi riascoltarla quaranta volte. È una droga.

Cosa cerchi in una canzone? Quando senti che puoi definirla come chiusa?

Ero con amici qualche sera fa, ci stavamo consigliando musica. Ho fatto ascoltare ad un mio amico una canzone e mi ha detto “figa sta roba un po’ punk”. Non c’avevo mai pensato. Non riesco a catalogare la mia roba e non riesco mai a vedere una canzone come finita, questo disco l’ho fatto con altre cinque persone per farmi capire quando andava bene così.

Il produttore che ha bisogno di produttori.

Quando lavoro per altri, non mi accade. Con le mie canzoni invece penso sempre che ci siano cose da cambiare. Del mio disco oggi c’è un pezzo che toglierei, per esempio.

La festa scudetto, Napoli, 4 maggio 2023 - foto Marco Previdi
La festa scudetto, Napoli, 4 maggio 2023 - foto Marco Previdi

È il tuo debutto solista, ma non sei un debuttante. Hai sentito pressioni nel fare questo disco?

La pressione me la sono autoimposta. La mia più grande era che piacesse alle persone di cui parlo, anche a livello di sound. Volevo che fossero fiere di come le descrivevo, dei mondi musicali che esploravo. Che fosse musica come quella che abbiamo condiviso e vissuto assieme. L’altra era di fare qualcosa che si prestasse bene alla dimensione live. Ho cercato di inserire molti più momenti strumentali. Volevo fare un disco che stesse lì, che crescesse con il tempo. (Parte una vuvuzela stordente, ndr) Non l’ho fatto per farlo ascoltare a tutta Italia e farlo dimenticare con il prossimo.

Di chi parlano queste canzoni?

In parte di una ragazza, la mia ex, della nostra storia. In parte della mia famiglia, dei miei amici. Essendo la prima da solo non potevo fare una cosa che non mi rispecchiasse veramente. Questa volta volevo scrivere dei cazzi miei senza pietà.

Le relazioni, o la loro fine, è il motore delle tue canzoni.

Io principalmente scrivo quando mi gira il cazzo. Non mi capita spessissimo di stare preso bene e scrivere. La felicità è più difficile da raccontare, da scrivere, rispetto al nervosismo. Anche i pezzi di critica degli Psicologi sono nati da cose che ci facevano girare le palle. Questo disco parla di un amore con le palle girate.

La critica sociale è scomparsa dai tuoi pezzi.

Tornerà. Ci tengo particolarmente a completare questo disco qui con altri lati di me, per lasciare una bandierina sensata e definita. Questo disco racconta il modo in cui vivo le relazioni, esageratamente, ma altre cose non le ho tirate fuori. Vorrei che invece succedesse perché non so quando rifarò un disco solista.

Il titolo: "Indaco”, un colore.

Nasce da una serie di cose. La prima è che è un colore vicino a Napoli, rappresenta la mia città, gli occhi miei e di mia madre, la caratteristica che ci accomuna da sempre. Da piccolo vidi una puntata di Mistero, il programma tv di Enrico Ruggeri, una roba che mi terrorizzava. Ricordo un servizio sui bambini indaco, con occhi azzurri e capelli chiari e una spiccata predisposizione verso l’arte. Ci rimasi. Erano foto di miei coetanei molto simili a me. Non credo a queste leggende, ma mi affascinò.

video frame placeholder

Il mito è spesso più importante della verità.

Certo.

Che rapporto hai con i tuoi genitori?

Adesso è bello. Ho vissuto l’adolescenza in conflitto con mio padre, senza parlarci, come l’80% dei miei coetanei. Mio padre aveva parecchia paura per il mio futuro. Mia mamma Adele mi ha sempre stimolato molto. Le devo tanto. È propensa allo studio, è più informata di me. Il venerdi si ascolta i dischi che escono, ogni tanto la prendo per il culo perché mentre sembra quasi che in Bomba Dischi nessuno si interessi dei numeri, lei fa analisi discografiche su come “streamma il pezzo”. Mio padre è architetto, lo è anche mia mamma ma lei insegna. 

“Il futuro ci spaventa più di ogni altra cosa” (op. cit.)

Il futuro con la musica è da privilegiati, me ne rendo conto. Ma in questo mestiere sai che ci sei fino a che ci sei, domani chissà. Quindi privilegiati fino ad un certo punto.

Se non avessi fatto il musicista?

Io sono sempre stato uno scrittore, un parolone (ride, ndr) Ho sempre scritto molto. Avendo questa predisposizione ho provato a fare il liceo classico, è andata male. Poi mi è sempre piaciuto tanto disegnare. Sono una persona overstimolata, vedo input ovunque. Avrei voluto fare qualcosa di creativo in ogni caso. 

Nel tuo disco, così come in quello del tuo sodale Lil Kvneki, ci sono echi degli Strokes (Tutta la vita, ad esempio). Quali sono le influenze di Indaco?

Questo disco qua l’ho fatto dopo una estate in cui ho ascoltato una quantità di musica dal vivo raccapricciante, fra cui gli Strokes. Ad ottobre mi sono guardato con la mia ex ed ho detto non voglio andare a un concerto per qualche mese. Dentro di me c’è una vena di musica italiana vecchia irremovibile, a livello autorale, c’è la scuola genovese e napoletana. Ho ascoltato un sacco di musica inglese, il disco avrei dovuto farlo a Londra ma poi non è andata come immaginavo. Molti concerti mi hanno fatto capire che dovevo fare cose per divertirmi, non solo cantare. Gli intermezzi musicali sono figli dei vari Tame Impala, FKJ, dei Diiive. Non ho molto il culto della reference in generale.

video frame placeholder

Com’è stato portare in giro queste canzoni per la prima volta?

Bellissimo. Non  salivo da solo sul palco da tempo immemore. Siamo partiti con il tour un mese dopo l’uscita del disco, avevamo paura che la gente venisse solo per ascoltare la musica vecchia. Vedere le persone che cantavano le canzoni nuove mi ha fatto venire voglia di continuare a suonare, di scriverne altre. Ho visto tanti affezionati degli Psicologi e tante persone che mi hanno parlato - il tour aveva una dimensione umana – per dirmi che si sono avvicinati a me con questo disco. 

Che fai al MI AMI venerdi 26 maggio?

Vengo con la mia band, sto cercando di preparare più cose divertenti e gradevoli possibili. Ci sono sorprese, alcune sono ovvie altre più randomiche. Tante belle cose. Sono molto contento perché suonano tutti i miei amici. Sarà una bella situazione,

Se il Napoli vince stasera come festeggi? Fai un fioretto.

Penso che torno a casa domattina in condizioni pessime. Se vince stasera faccio un pezzo inedito al MI AMI.

 

E niente, gli tocca.

---
L'articolo Drast: "Il futuro con la musica è da privilegiati" di Carlo Pastore è apparso su Rockit.it il 2023-05-05 11:07:00

COMMENTI

Aggiungi un commento Cita l'autore avvisami se ci sono nuovi messaggi in questa discussione Invia