Musica e sostanze stupefacenti: cosa ne pensano gli organizzatori dei festival italiani?

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con gli organizzatori dei maggiori festival italiani per capire cosa ne pensano delle politiche di gestione delle sostanze stupefacenti

- Immagine via huhmagazine.co.uk
26/10/2015 - 14:59 Scritto da OliverDawson

Robot Festival, Spring Attitude, Dancity, Club2Club, Ypsigrock e molti altri: in Italia ci sono delle vere eccellenze quando si parla di festival. Manifestazioni calde, con un'anima e che attirano ogni anno centinaia di migliaia di persone, progetti che aiutano la diffusione di musica di qualità in Italia e sono in grado di competere bene con le controparti europee. Da molti anni però gli impreditori (giusto per chiamarli per quello che sono) dietro queste realtà hanno un pensiero in più: la gogna mediatica e la conseguente condanna che ha sentenziato la chiusura del Cocoricò è stato un bel campanello d'allarme per chiunque produca eventi di largo consumo in cui la protagonista è la musica, ma nei quali trovano spazio (com'è normale che sia) anche sostanze stupefacenti.

Ne abbiamo parlato con Rocco Lerose (Spring Attitude), Marco Ligurgo (Robot) e Gianpiero Stramaccia (Dancity Festival) che si sono incontrati per la prima edizione di Linecheck, tenutasi nei giorni scorsi allo Spazio Ex-Cobianchi: 5 giorni di concerti ed incontri con i professionisti dell'intrattenimento musicale italiano ed europeo, organizzatori di festival, tecnici della produzione, università e giornalisti per un momento di confronto con l'obiettivo di offrire un prodotto musicale sempre più valido.

Che sia lecito o meno consumare droghe ai festival non è un argomento sul quale ha senso dibattere, possiamo però guardare agli altri paesi europei per capire quali potrebbero essere le migliori modalità di gestione di certe situazioni. Come ad esempio l'Olanda, dove i frequentatori dell'Amsterdam Dance Event hanno avuto la possibilità di portare con sé fino a 5 pasticche senza incorrere in nessuna sanzione. Una "mini-liberalizzazione" che ha portato ad un maggior controllo da parte degli organizzatori su ciò che veniva consumato durante la manifestazione grazie all'allestimento di banchetti per testare le pillole. In Italia invece, i festival hanno gli strumenti per poter gestire il fenomeno o quantomeno evitare la tragedia? La risposta è no.

"Lo Stato Italiano tratta i festival e chi ci va come un genitore tratta un bambino", risponde Giampiero Stramaccia di Dancity - "fino a che non vedono che fa una cosa, perché la fa di nascosto, vale tutto. Però se ti scoprono allora partono gli anatemi contro "lo sballo e la notte". Secondo gli organizzatori di festival italiani lo Stato è completamente assente: "in Italia non possiamo operare, perché se lo fai sei considerato connivente" continua Stramaccia "se fai informazione sei complice, perché la droga è un tabù".
Gli fa eco Marco Ligurgo del Robot: "Se fosse legale, dentro i festival potremmo mettere anche noi dei banchetti con dei test per dirti cosa c'è dentro le sostanze che vuoi assumere, io l'ho visto fare al Sonàr. Ma non lo possiamo fare, perché se lo fai sei considerato connivente: ci farebbero subito chiudere." Dello stesso avviso anche Rocco Lerose di Spring Attitude che aggiunge "Se potessimo farlo, sosterremmo i costi volentieri; con tutto quello per cui già paghiamo non sarebbe un problema".

(immagine via)


Come ridurre i rischi?

Non è così raro incontrare dei banchetti informativi sulle sostanze stupefacenti durante serate e festival, ma sarebbero ben più efficaci dei punti nei quali si potesse analizzare seduta stante le droghe che si ha intenzione di assumere durante la serata. Posto che la pratica dei banchetti-test per l'attuale situazione italiana di fatto un'utopia, quali potrebbero essere altri strumenti utili a ridurre i rischi?

Marco Ligurgo si dice favorevole a vietare l'accesso ai festival ai minori di diciotto anni, perché "quando uno è più adulto, forse ha più attenzione verso sé stesso." Se avete frequentato il Robot di Bologna saprete già che è un festival particolarmente attento a controllare borse e zaini, ma ovviamente non possono perquisire la persona, cosa che invece Ligurgo auspicherebbe. Il Robot ha anche attuato un programma di distribuzione gratuita dell'acqua e quest'anno nella programmazione sono stati volutamente esclusi un certo tipo di artisti techno, "proprio per evitare un qualsiasi rischio. Perché se succede qualcosa ti chiudono il festival". L'organizzatore del Robot ritiene che uno strumento utile a ridurre i rischi legati al consumo di stupefacenti sia allungare la durata delle serate: "in Italia possiamo andare avanti solo per 4 o 5 ore. La gente arriva già marcia ed in quelle poche ore si sfonda. Arrivano le 6 e li devi mandare via, abbandonati a sé stessi".

Un altro tema importante se si parla di prevenzione e riduzione del danno è quello del soccorso in loco, che in fin dei conti finisce per ledere il locale stesso, come ci spiega Giampiero Stramaccia: "Se tu hai un locale e fai eventi e per caso una persona si sente male devi chiamare l'ambulanza. Quella chiamata alla fine dell'anno ti fa curriculum negativo nei confronti delle istituzioni". Dello stesso avviso anche Rocco Lerose: "è il famoso articolo 100 del Tulps. Alla fine dell'anno ti portano una lista elencando furti e malori; ma è un lavarsi le mani. Uno scaricare le colpe."
Il motivo, secondo Ligurgo del Robot, è che nella politica italiana c'è molta ignoranza delle materie che si vanno a regolamentare: "il 90% dei politici locali o nazionali non hanno mai seguito direttamente i settori che gestiscono. Se l'assessore alla cultura non ha mai lavorato nella cultura, come può capirne le esigenze?"

Di fatto i gestori dei locali e gli organizzatori di serate e festival sono completamente abbandonati dallo Stato, che finisce per addossargli responsabilità e colpe non loro. Marco Licurgo spiega che "nei locali e nei festival è abbastanza evidente che il 90% dello spaccio avviene nei parcheggi, prima e durante la serata. Ma se per assurdo noi facessimo in modo che la gente non potesse entrare ed uscire dal festival liberamente saremmo accusati di sequestro di persona. Nei parcheggi la gente beve o si droga. Ma noi come facciamo a controllare? Tutti possono rientrare, magari si sentono male all'interno della nostra struttura ed a farne le spese è il festival."

A chiudere questo triste quadro ci pensa Rocco Lerose: "quest'estate quand'è scoppiato il caso Cocoricò nessuno ci ha interpellato. Noi facciamo impreditoria, facciamo lavorare tante persone, portiamo 10 o 20 mila persone all'interno delle nostre città, ma sembra che questo non crei economia. O almeno così dicono loro."

 

(Il festival Ozoora, in Ungheria)

Un problema di educazione

Se tutti gli organizzatori intervistati sono d'accordo sull'inadeguatezza del sistema legislativo che si traduce in un atteggiamento assolutamente repressivo da parte di legislatori e forze dell'ordine, sono anche convinti che la questione del consumo di stupefacenti sia "un problema sociale" che parte dall'educazione delle persone.  
"Non è che uno si droga solo ai festival, afferma Rocco Lerose, "il problema è che la gente si droga e basta. A monte c'è un problema di educazione. Le famiglie pensano: 'hanno chiuso il Cocoricò. Ora i nostri figli sono salvi'. Per niente: tuo figlio si drogherà in qualche casa e se sta male nessuno lo soccorrerà e rimarrà lì." Anche Marco Ligurgo è d'accordo: "la famiglia è importantissima. Deve insegnare dei valori, l'avere degli obiettivi da raggiungere, il senso della vita e la paura della morte. Se non è la famiglia a dare questi valori, dovrebbe persarci la scuola e se non la scuola, lo Stato. Se poi alla fine la patata bollente arriva a noi, dateci almeno gli strumenti per fare qualcosa. Se non possiamo liberalizzarle, fateci almeno perquisire o mettere delle strutture che controllino le droghe e le sostanze che contengono".

Educazione o meno, la questione si risolve solo con l'informazione, ovvero rendere consapevoli le persone delle sostanze che assumono, e soprattutto delle conseguenze che comportano. "Se uno ha 18 anni ed arriva da un paese sperduto e magari non si è mai confrontato bene con la droga deve poter sapere che cosa sta ingerendo e che effetto gli farà. Deve essere consapevole. Perché alla fine noi possiamo fare educazione e primo soccorso, anche a spese nostre: ma non possiamo fare prevenzione" aggiunge Ligurgo.

Senza un tavolo di discussioni che dia la possibilità agli organizzatori di festival e alle istituzioni di confrontarsi in modo chiaro sul tema sarà molto difficile trovare delle soluzioni efficaci. Ad oggi praticamente tutti gli stati europei sono più all'avanguardia dell'Italia sul tema droga e festival e la strada intrapresa dall'ADE di Amsterdam è senz'altro un case history da analizzare approfonditamente. Agli organizzatori di festival, non rimane altro che sperare che tutto vada bene.

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L'articolo Musica e sostanze stupefacenti: cosa ne pensano gli organizzatori dei festival italiani? di OliverDawson è apparso su Rockit.it il 2015-10-26 14:59:00

Tag: opinione

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